Come ridere davanti alla fine secondo Wild Horse Nine | Venezia 83
Wild Horse Nine parte da una situazione che sembra costruita ad hoc per Martin McDonagh: due vecchi agenti della CIA, interpretati da Sam Rockwell e John Malkovich, attraversano il Cile diretti verso l’Isola di Pasqua, dove il secondo, malato terminale di cancro, ha chiesto all’amico di aiutarlo a morire. Una premessa tragica che McDonagh trasforma, per buona parte del film, in una irresistibile commedia a due, costruita su dialoghi surreali, menzogne, provocazioni e continue digressioni. Il centro del film sembra essere quindi il tempo trascorso insieme dai due uomini.

È proprio attraverso questa apparente leggerezza che il film comincia lentamente a cambiare pelle. Più il viaggio procede, più emerge una malinconia profonda, quella di un uomo che, sapendo di essere prossimo alla morte, non può più rimandare il confronto con la propria esistenza. La solitudine, le persone perdute, le azioni commesse, la responsabilità individuale diventano così il vero fulcro del racconto, con l’Isola di Pasqua che da scenario esotico assume le connotazioni di una destinazione terminale, un lembo di terra ai confini del mondo verso cui dirigersi per fare i conti con ciò che resta di sé.

McDonagh è particolarmente abile nel costruire questo movimento attraverso i personaggi, in particolar modo quello di Malkovich. Inizialmente appare come un vecchio delirante, bugiardo e inaffidabile, capace di raccontare con assoluta serietà storie talmente improbabili da diventare comiche. Il film ci educa a non credergli, per poi cominciare progressivamente a confermare alcune delle sue affermazioni più assurde, portandoci a riconsiderare continuamente il giudizio che avevamo formulato su di lui. Ciò che sembrava una menzogna può contenere una verità; ciò che provocava una risata può acquisire retroattivamente una sfumatura dolorosa. È in questo slittamento che Wild Horse Nine trova probabilmente la sua qualità migliore. McDonagh non separa mai nettamente il comico dal tragico, ma lascia che l’uno si trasformi gradualmente nell’altro. Si ride molto, a volte moltissimo, eppure sopra ogni battuta incombe la consapevolezza che questi due uomini stanno trascorrendo insieme un tempo destinato a esaurirsi. Dietro l’umorismo nero affiora progressivamente la storia di un’amicizia e, soprattutto, la paura che accompagna un uomo quando non può più immaginare un futuro e può soltanto voltarsi indietro.

Il passato nella CIA e il momemto storico in cui il film è ambientato (il Cile attraversato dalle tensioni che precedono il golpe) impediscono al tormento del protagonista di ridursi a una generica malinconia senile. Fare i conti con la propria vita significa anche fare i conti con ciò che si è fatto agli altri, con il sangue di cui ci si è macchiati. La Storia si insinua così nel dramma individuale: il rimorso può modificare lo sguardo di un uomo sul proprio passato, ma non può cancellarne le conseguenze. Qui emerge allora una delle domande morali che attraversano da sempre il cinema di McDonagh: fino a che punto comprendere qualcuno significa perdonarlo? E proprio l’Isola di Pasqua diventa il luogo ideale per questa resa dei conti. Un uomo che si sente irrimediabilmente solo sceglie uno dei luoghi più remoti del pianeta per scomparire, ma decide di raggiungerlo insieme all’unica persona che gli sia rimasta accanto. Circondato dalle tracce monumentali di uomini morti secoli prima, vuole porre fine alla propria esistenza e contemporaneamente non smette di parlare, raccontare, ricordare, mentire. Come se, arrivato al momento di scomparire, sentisse ancora il bisogno disperatamente umano di lasciare qualcosa di sé nella memoria di qualcun altro.
È forse questa contraddizione a rendere Wild Horse Nine un bel film. Sotto le sembianze di un buddy movie grottesco, McDonagh realizza un film sulla mortalità; sotto le battute e le situazioni assurde, racconta la solitudine; dietro due improbabili agenti della CIA, trova due uomini costretti a interrogarsi sul significato di una vita quando ormai non resta più tempo per cambiarla. E quando la violenza fino ad allora trattenuta finalmente esplode, non riguarda più soltanto due personaggi da commedia, ma uomini che abbiamo imparato a conoscere, giudicare e poi riconsiderare.
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