The Echo Chamber e i pericoli della ridondanza | Venezia 83
In ambito musicale, una echo chamber è un ambiente progettato per creare naturalmente un effetto di eco e di riverbero. E di echi si parla continuamente nel quarto lungometraggio di Andrea Pallaoro, The Echo Chamber, che porta in concorso a Venezia 83 l’ultima sceneggiatura firmata dal maestro Bernardo Bertolucci.
Alicia Vikander (Anne) e Luca Marinelli (Leo) sono innamorati, ma, come nella parabola del porcospino di Schopenhauer, più si avvicinano e più si feriscono. Lui è un produttore musicale affermato che soffre di un dolore alla schiena debilitante, lei la fisioterapista che lo cura. Il loro amore è dunque possibile solo a distanza, ma, come racconta il filosofo, l’arrivo di un nuovo inverno li spinge di nuovo una verso l’altro, riportandoli al punto iniziale.

Pallaoro racconta così una storia di dipendenza fisica (non è un caso che il personaggio di Marinelli sviluppi una dipendenza dagli oppiacei) e affettiva, costruita sulle dicotomie tra presenza e assenza, dipendenza e libertà, cura e controllo, tensioni che si traducono in un ripetersi continuo ed estenuante delle stesse dinamiche, ma anche degli stessi gesti, delle stesse inquadrature, degli stessi dialoghi.
Gli echi sono le tracce che lasciamo negli altri e che resistono anche quando l’altro non è più presente, il modo in cui il passato continua a risuonare dentro di noi. Ma l’eco è anche quell’effetto che, applicato su una voce, non la nasconde, ma la rivela, come spiega Ava, la musicista interpretata da Susan Sarandon. L’appartamento in cui si svolge interamente la vicenda diventa così uno spazio di rivelazione, una vera echo chamber che riflette la dimensione interiore dei personaggi. La macchina da presa non lo abbandona mai, neppure quando la storia prosegue al di fuori, in uno spazio extradiegetico che ci viene precluso e che siamo costretti a ricostruire, colmandone i vuoti. Pallaoro lo esplora e lo percorre ossessivamente attraverso i movimenti dei due protagonisti, prima insieme e poi separati, entrambi intrappolati in un luogo che è insieme rifugio e prigione.

La cifra stilistica è quella che abbiamo imparato a conoscere e ad apprezzare nella precedente trilogia di Pallaoro, tutta dedicata a personaggi femminili: i corpi degli attori sono al centro, la macchina da presa incombe su di loro, li osserva, aspetta paziente, non li lascia mai andare. Ogni inquadratura è frutto di una precisa scelta estetica, con un’attenzione scrupolosa alla messa in scena, i tempi sono dilatati, la recitazione essenziale, le emozioni trattenute.
Paradossalmente, però, proprio da un regista che lavora per sottrazione, affidandosi ai silenzi, ai corpi e agli sguardi per raccontare i propri personaggi e la loro complessità, ci si sarebbe aspettati una maggiore essenzialità. Il finale, che porta all’estremo la riflessione sul bisogno di controllo dell’altro senza aggiungere, di fatto, nulla di nuovo, e l’insistenza su alcuni simbolismi, esplicitati e ribaditi soprattutto nei dialoghi con Susan Sarandon, il cui personaggio sembra avere la funzione di illuminare i significati nascosti, finiscono infatti per appesantire eccessivamente il discorso, rendendo condivisibile il sospiro di sollievo che ha accolto i titoli di coda alla proiezione stampa della Mostra.
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