L’Hangar Rosso ci spiega cosa significa davvero reagire
L’11 settembre 1973, il Cile impara una lezione che non dimenticherà mai. La democrazia è un lusso che può permettersi solo chi non ha risorse che interessano agli Stati Uniti. Augusto Pinochet non è arrivato da solo. Lo ha portato in braccio la nazione che si autoproclama paladina della libertà e che per decenni ha fatto a pezzi l’America Latina. L’hangar rosso, debutto del regista cileno Juan Pablo Sallato presentato in anteprima alla Berlinale 2026, racconta quel tragico giorno da dentro le mura dell’Aeronautica. Una coproduzione tra Cile, Argentina e Italia che dimostra come il cinema abbia ancora la capacità di scardinare il passato. Sallato sceglie punti di vista inediti, restituendo una complessità a eventi che il tempo rischia di rendere bidimensionali.
Sarebbe ingiusto attribuire il merito esclusivo del golpe alle Forze Armate cilene. Ci sono voluti anni di silenzi e di dollari spesi perché il sogno socialista e democratico di Salvador Allende venisse represso nel sangue. Ha preso così inizio una dittatura militare che fino al 1990 conterà più di duemila morti, migliaia di torturati e un abisso di desaparecidos. Una storia che conosciamo, o che almeno pensiamo di conoscere tutti. Invece di percorrere la prospettiva delle vittime civili, Sallato porta la macchina da presa dentro l’istituzione militare, focalizzandosi sul punto di vista dei soldati.

Il capitano Jorge Silva – un tempo a capo dell’Intelligence dell’Aeronautica – fino al giorno prima istruiva i cadetti alla difesa della democrazia, ma nel giro di una sola notte riceve l’ordine di trasformare l’accademia in un centro di detenzione e tortura. Sul suo tavolo arriva una scelta morale disumana: eseguire i comandi, torturando e uccidendo due prigionieri, o salvarli, andando incontro al tragico destino della prigionia. Sallato non sceglie un eroe o un politico, ma un uomo comune – un semplice capitano obbligato a eseguire ordini – ed è proprio questo a rendere il conflitto morale insostenibile per lo spettatore. La Storia, dopotutto, non è formata solo dai grandi nomi studiati a scuola, ma è il risultato di microscopiche decisioni della gente comune.
Questo dilemma morale, ispirato al romanzo Disparen a la bandada di Fernando Villagrán, autore a cui lo stesso Silva salvò la vita, trova un riscontro formale in una struttura temporale asfissiante che racchiude l’azione in poco più di 24 ore. Si tratta di un conto alla rovescia claustrofobico, con un ritmo che richiama il tempo reale e che scarica sullo spettatore una domanda inevitabile: cosa faremmo noi al posto suo? Per farlo, Sallato opta per un bianco e nero contrastato, una profondità di campo molto bassa che isola i corpi e un uso intenso della macchina a mano, incollata al volto del protagonista. Il regista mantiene così un rigore quasi giornalistico attraverso il rifiuto del melodramma e una recitazione algida da parte del cast.

Il film diventa la perfetta messa in scena de La banalità del male di Hannah Arendt. Qui il totalitarismo moderno non ha bisogno di mostri, ma di una burocrazia impersonale che parcellizza le azioni. Se ogni militare si percepisce come un semplice ingranaggio, la responsabilità morale risulta dissolta nel dovere. Ma L’hangar rosso non si presenta affatto come una semplice rievocazione del passato. Al contrario, questa riflessione sulla deresponsabilizzazione dell’individuo dialoga intensamente con il nostro doloroso presente. Il racconto dimostra infatti come i regimi abbiano bisogno di costruire un nemico interno per giustificare la sete di potere e indirizzare l’odio. La disumanizzazione dei prigionieri risuona così nei drammi odierni, guidati da leader egoisti che sacrificano i diritti umani dei propri civili. Un esempio evidente riguarda il mancato riconoscimento del popolo palestinese e le violenze nei territori occupati. L’hangar smette di essere un semplice spazio fisico e si trasforma nella metafora di ogni comunità a cui regimi negano il diritto di esistere liberamente.
La pellicola offre una spietata analisi di controllo, ma lascia anche spazio a una speranza ostinata. La disobbedienza del protagonista dimostra che l’istinto umano all’empatia non può essere del tutto cancellato. Coerentemente con questa forte impronta politica e civile, in Italia il film trova casa con I Wonder Pictures, distributore indipendente attento alle fratture sociali. Si pensi alla distribuzione di The Look of Silence di Joshua Oppenheimer sulle purghe in Indonesia, dove un uomo affronta gli esecutori dei massacri di stato per esplorare l’importanza della testimonianza storica.
Sallato ci ricorda, in conclusione, che la storia è determinata anche da chi sceglie di dire no. Uscendo dalla sala, resta una domanda che non ha una risposta, e forse è giusto così. Cosa avremmo fatto noi, al loro posto, dentro quell’hangar rosso? E soprattutto: cosa stiamo facendo oggi, mentre il corso degli eventi si ripete?
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