Sugar arretra, ma resta un gioiello
Due anni fa l’avevamo salutata come la serie più cinefila dell’anno, addirittura uno dei migliori prodotti della stagione, in grado di sorprendere e far respirare un po’ di sana aria fresca in un panorama ingombro di titoli altisonanti. Per questo, il ritorno sugli schermi di Sugar, serie AppleTv+ con un Colin Farrell perfettamente in parte, non poteva che farci felici, soprattutto perché il finale della prima stagione aveva lasciato aperto un universo di possibili narrativi intorno al personaggio di John Sugar, investigatore privato esperto in persone scomparse che è in segreto parte di una misteriosa razza aliena. Questa nuova stagione deve fare i conti con un colpo di scena ormai assodato e incontrovertibile che diventa premessa di un racconto necessariamente stratificato, dove l’indagine di stagione arretra di fronte al problema individuale del protagonista.

C’è infatti la costante sensazione, in questa seconda stagione di Sugar, che le due linee narrative su cui muove il racconto procedano in controfase, in una straniante interferenza che trova il suo punto di contatto nell’unico apparente spiraglio di respiro concesso al protagonista e che mette in dissonanza la sua complicata costruzione identitaria. Ma andiamo con ordine. Anche qui, come nella stagione precedente, c’è la ricerca di una persona scomparsa – questa volta si passa dall’alto di Hollywood al “basso” delle gang di quartiere – che a lungo andare diventa sempre più un pretesto per far agire Sugar, per entrare nel suo flusso di riflessione e di digestione del mondo umano. Ora che il suo essere alieno è assodato, si aggiunge un gradino di distacco nel seguirne le azioni e lo si osserva come costantemente messo alla prova della simulazione di umanità.

Una simulazione, questa volta, sempre meno accompagnata dai magnifici inserti cinefili di film Noir (e non solo) che punteggiano e riflettono l’agire del personaggio. Ormai lo sappiamo: Sugar ha imparato a comportarsi “da umano” attraverso il cinema – espediente utilizzato, curiosamente, anche in Spider-Noir – e con questo ha costruito la sua identità sulla Terra; in questa seconda stagione, l’espediente viene usato con estrema minuzia e parsimonia, intarsiando quei momenti in cui Sugar viene mostrato incapace di decidere, insicuro, impreparato, sia che si tratti di premere un grilletto o di accendere la lenta fiamma di una relazione. Proprio quest’ultimo aspetto è la più felice sorpresa della stagione: poggiando su una straordinaria Laura Donnelly, la costruzione sentimentale del personaggio di Sugar diventa un capolavoro di ritmo narrativo e di elaborazione visiva. In queste sequenze, la mano sicura dei registi – specialmente di Michael Morris – realizza dei veri e propri dipinti emozionali, sfruttando un bagaglio consolidato di strumenti scopici che diventano qui espedienti poetici.

Chiaramente, la necessaria prosecuzione della linea narrativa del personaggio – la ricerca da parte di Sugar della sorella, blue print del suo intero agire come detective privato – diventa il vero passo indietro della serie. Un passo obbligato e inevitabile che però asciuga poesia a un prodotto altrimenti estremamente lirico anche nel suo essere un meccanismo di miscuglio di generi. La traiettoria di questa ricerca, che porta a un finale di stagione forse un po’ troppo roboante, rischia di portare la serie a viaggiare con un pericoloso pilota automatico narrativo lungo strade oggi parecchio battute da tantissimi titoli da piattaforma. Perché è vero che, come nella tradizione Noir, la singola indagine è un pretesto per tutt’altro racconto, ma è anche vero che in Sugar proprio la maestria tessile con cui tutto è stato finora cucito sul corpo attoriale di Colin Farrell rende ancora la serie un piccolo miracolo del mercato contemporaneo.

È presto per fare congetture su un’ancora da annunciare terza stagione, ma al momento il percorso produttivo di AppleTv+ fa ben sperare anche di fronte ai rischi di caduta che una serie così brillante si trova davanti nel suo proseguire. Sia chiaro, nonostante l’inevitabile cliffhanger su cui si affaccia questa seconda stagione, anche senza una risoluzione della trama orizzontale Sugar resterebbe uno dei migliori prodotti degli ultimi anni e dovrebbe ricordare alla serialità contemporanea l’importanza della cura consapevole dell’immagine e della costruzione attenta dei personaggi, a partire dai loro interpreti. Perché, qualsiasi cosa accada alla scrittura futura della serie, anche solo il mantenimento del tessuto visuale avuto finora e la tenuta attoriale di Colin Farrell negli elegantissimi panni di John Sugar sono elementi attraverso cui anche una caduta diventerebbe una caduta in piedi.

Volendo approfittare per una riflessione in coda alla visione di questa serie, è sorprendente come Sugar – specialmente in questa seconda stagione – riesca a tematizzare con estrema naturalezza quell’aging dei protagonisti dei film Noir che, guardando indietro alla storia del Cinema, è altrimenti fortemente problematico. Fin dalle origini del genere, in concomitanza con l’uscita dei romanzi di Chandler e co., gli interpreti di Marlowe, Spade e dei vari detective hanno consolidato un’immagine dei protagonisti Noir ben più anziana di quella letteraria – Marlowe inizia nei romanzi la carriera a 30 anni e la finisce a 42, età che Humphrey Bogart ha già in Casablanca -, pur mantenendo la giovinezza della femme fatale di turno con conseguente stridore. Sugar accoglie appieno questo immaginario e lo sfrutta al massimo: Colin Farrell diventa il punto focale di una mezz’età impossibile, il suo interesse amoroso è finalmente – e credibilmente – sua coetanea e, elemento interessante, la presenza di Sasha Calle apre nel racconto a un rapporto professionale intergenerazionale finalmente ben gestito.

Seppur arretrando inevitabilmente, Sugar resta quindi una piccola isola di qualità nella serialità contemporanea e un esempio di come si debba pensare l’identità di un prodotto nella sua interezza. Con questo, si conferma la capacità di AppleTv+ di curare nel dettaglio pressoché ogni angolo del proprio catalogo, rischiando consapevolmente e puntando ad una solidità diffusa. In attesa della conferma di una terza stagione, la speranza è che sempre più pubblico scopra questo gioiello che, a quanto pare, ha saputo inaugurare sottovoce e con intelligenza un’importante riscoperta – e riscrittura – dell’immaginario Noir nella contemporaneità.
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