Spider-Noir – Il ragno morde sempre due volte
Sono le 22:07. L’arsura irreale di fine maggio ha l’odore del sudore e degli insetti spiaccicati sui vetri. L’aria è pesante ma io lo sono di più. Con la fronte grondante e la tensione che si può tagliare col coltello, prendo la decisione e prendo il coltello. Con la lama, faccio leva sul vano batterie, rimuovo la pila scarica, inserisco quella nuova e premo “on” verso il condizionatore. 1-0 per me contro il caldo. «Allora sei sicuro?» Quando glielo chiedo, mio padre mi risponde con un’espressione mista di rassegnazione e curiosità scientifica, insomma, quell’espressione che mi immagino avesse quando esercitava la professione medica. Una cosa del tipo «tutti dobbiamo morire ma è interessante vedere come».
«Ma sì dai falla partire». Possiedo edizioni limitate deluxe dei fumetti di Spider-Man. Lui ha edizioni limitate deluxe dei libri di Raymond Chandler. E più di me viene da un secolo dove non esistevano edizioni limitate deluxe. Forse questa serie, questa Spider-Noir, può essere il punto d’incontro per noi dopo decenni passati a vedere assieme solo il televideo. «Sì ma a colori o in bianco e nero?» «In bianco e nero, mi pare ovvio».

La iniziamo. C’è lo Spider-Man noir dei fumetti che volteggia in una New York fin troppo riconoscibile per essere gli anni ’30 mentre Nicolas Cage ci stordisce con la sua arma più micidiale: lo spiegone. Ce lo sbatte in faccia così, senza preavviso, e con esso ci conduce fino alla sigla iniziale. La voce è quella di una cantante degli Stati Uniti del Sud. Sembra Rogue degli X-Men. Poi di nuovo spiegoni, botte, boss della malavita, la prevedibile femme fatale, la classica segretaria “sassy” dell’immaginario yankee. Quello che vedo è un sogno americano cristallizzato in due confezioni a scelta dell’utente: una coloratissima con una fotografia che da tempo non si vedeva in TV e una in un bianco e nero quasi straniante.

Arriviamo a metà stagione. Giugno è iniziato ed è caldo come il conto di un ristorante in Galleria a Milano e Spider-Noir – perché guai a chiamarlo Spider-Man con tutte le clausole terrificanti tra Sony e Marvel – ci regala momenti ora comici, ora surreali. È una serie basata su un fumetto Marvel, ma diamine se ci credono davvero a quelle atmosfere noir. Dialoghi serrati e risposte alla Humphrey Bogart, solo che l’Humphrey Bogart che Cage ha preso a modello non è quello di Casablanca ma quello di Un coniglio a cena (Slick Hare), film animato del 1947 con protagonista Bugs Bunny. Diamine, l’ha ammesso pure lui in un’intervista lo scorso febbraio. La trama si infittisce anche abbastanza intelligentemente per essere una produzione di e con Nicolas Cage, ciononostante il ritmo non sempre riesce a fare presa, specialmente su mio padre che durante l’episodio 4 rievoca il primo romanzo di Chandler: Il grande sonno. Affranto mi rivolgo a lei: «ehi bambola, tu non ti addormenti?». Non è sessismo il mio. È veramente una bambola la “lei” alla quale mi rivolgo, una Pigotta per la precisione che regalammo a mia madre anni fa. Siamo solo io e lei relativamente svegli a finire un episodio meno accattivante degli altri, almeno fino a quando non parte una sparatoria di troppo e mio padre interrompe la sua rievocazione del grande sonno.

Metà giugno. Ci mancano solo due episodi. Ma nel mezzo c’ero io che rispondevo con degli spiegoni a mio padre. «Ma anche questo nel fumetto è così?», «perché si chiama Ben Reilly?», «non è troppo vecchio per fare Spider-Man?». Il ragno morde sempre due volte. Prima con i suoi spiegoni, poi coi suoi flashback parzialmente riusciti. Troppe domande alle quali rispondere persino per me e in realtà se si conoscesse la questione Marvel/Sony fin dagli albori molte cose avrebbero più senso anche per lui. Ma l’unica cosa che conta almeno per me è un’altra: perché nei fumetti Spider-Man Noir è un giovane socialista arrabbiato che crede sia responsabilità del popolo rimuovere le persone al potere quando non ne sono degne mentre qui è praticamente un cosplay di MacBook Pro? (la versione noir di Peter Griffin). Il massimo delle questioni sociali sono affidate timidamente a Robbie Robertson, in particolare la questione razziale, e a una battuta sprecata del protagonista nell’ultimo episodio sull’orientamento politico del sindaco. Non fraintendetemi, la serie soprattutto sul lato visivo è uno splendore come non si vedeva da tempo e se la Sony avesse investito già dieci anni fa in produzioni live-action di questo tipo invece che in quelle schifezze del Sony Spider-Man Universe come Venom o Madame Web avrebbe fatto una figura molto migliore agli occhi del suo pubblico. E invece questo Ben Reilly fumatore, alcolizzato e caricaturale arriva solo ora in un Ragnoverso già discretamente affollato. Non è brutto ma non è nemmeno Spider-Man. Al massimo è la versione del Ragnoverso di Nicolas Cage.

«Ehi pupa, ti è piaciuta la serie?» non è catcalling, quello al massimo l’avrei riservato al personaggio di Li Jun Li che appunto si chiama “Cat Hardy” (del resto se si chiama Cat e la vuoi chiamare non puoi fare diversamente). No, qua sto parlando con una “pupa” vera e propria, una crisalide morta su una pianta del balcone in mezzo a tanti altri insetti. Qui ci vuole dello scotch. Vado in cucina e prendo uno scotch vecchio di tre anni. A fatica lo apro e lo appiccico sul buco della zanzariera dal quale sono passati gli insetti ora morti a fianco della pupa. Cosa pensavate, che bevessi? Non sono mica Ben Reilly, io. Però quell’atmosfera così esageratamente pulp, a metà tra omaggio e caricatura mi rimane addosso anche mentre scrivo questo pezzo. Mi sento un po’ Jim Thompson e un po’ Leo Ortolani. In ogni caso, straordinariamente modesto. Eppure questa serie, pur soddisfacendomi non mi colpisce come avrei voluto. Mi ha intrattenuto, mi ha divertito, a volte stuzzicato, altre volte inevitabilmente un po’ annoiato. Ma il vero Noir supereroistico al di fuori dei fumetti rimane per me il Daredevil di Charlie Cox o il Batman di Reeves. Spider-Noir è come quell’amico che ha letto troppo Carlo Lucarelli e a tavola ti parla della vita notturna di Cernusco sul Naviglio come se fosse Gotham City. Sai già che sparerà boiate ma diamine lo ascolti lo stesso.

È fine giugno. Mentre scrivo questo pezzo mi accorgo di due cose. Non sono mai stato a Cernusco su Naviglio di notte e non ho nessun amico che legge Lucarelli. Spider-Noir ha colpito ancora. Proprio come Nicolas Cage, mi ritrovo a incarnare con convinzione un ruolo e un contesto di cui non so niente e a risultare pure discretamente credibile. Bel lavoro Cage. Ma la prossima volta, leggi qualche fumetto in più. Diamine.

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