‘Sugar’ è la serie più cinefila dell’anno
Non capita così di frequente che nel grande mare di contenuti seriali che invadono il mercato dello streaming alcuni prodotti riescano a farsi puntini luminosi di estrema qualità e consapevolezza. Ed è peculiare notare come questo accada spesso in contesti poco chiacchierati e poco osservati, come AppleTv+ che, un po’ in silenzio, sa rilasciare gioielli di ottima fattura: è il caso di Sugar, miniserie in otto episodi settimanali dalle tinte autenticamente Noir con protagonista un perfetto Colin Farrell nei panni di un investigatore privato capace di racchiudere in sé tutta la tradizione del genere.

Sugar inizia con un’indagine semplice, quasi stereotipata: l’investigatore è incaricato da un ricco e anziano produttore cinematografico di ritrovare la nipote scomparsa, lasciando intravedere da subito una nube torbida intorno al caso. È una trama così semplice da rimare facilmente con quella del primissimo romanzo di uno dei maestri del genere Noir, Il Grande Sonno di quel Raymond Chandler che ha intriso le sue pagine di immagini tanto nitide che tutta la cinematografia successiva avrebbe fatto l’impossibile per replicarne la forza. Proprio in questo nodo sta la formula di Sugar: la serie è fin dall’inizio una riflessione per immagini della possibilità stessa di rappresentare la narrazione Noir al di là della trama, facendosi continuo gioco di specchi.

Sono tantissime le suggestioni metadiscorsive che intessono la densa materia scopica di Sugar, meccanismo criptico di rimandi interni ed esterni apparentemente senza fine, oggetto talmente inafferrabile da diventare di episodio in episodio esso stesso un enigma poggiato su marche discorsive così evidenti da lasciare sinceramente spaesati e meravigliati. In questo, il parente più diretto della serie è quell’altro gioiello di rara perfezione che è stato Irma Vep nel 2022, una serie in cui la progressione narrativa si ritira di fronte alla capacità di addensare in profondità ogni singola immagine su più piani discorsivi. In Sugar questo si eleva ad arte cinefila di squisita efficacia: nel progredire della serie, azioni e passaggi sono intarsiati da frammenti di film fondanti del genere Noir (e non solo), atti a sottolineare il portato intertestuale di quanto accade e capaci di aprire finestre di esplorazione del senso al di là della serie stessa.

Sugar costringe ad una prova quasi atletica di sguardo, da abituare ad una ricerca del frammento in ogni passaggio e in ogni inquadratura. Dove Colin Farrell scorre ossessivamente le immagini della scomparsa Olivia – una sempre splendida Sydney Chandler (stesso cognome di Raymond; altro gioco metadiscorsivo?) -, lo spettatore è chiamato a fare lo stesso con ogni fotogramma, soppesandone l’autenticità e la relazione con quanto segue e quanto precede. Un compito titanico, reso però semplice da una scansione rappresentativa fluida, perfettamente ritmata, accompagnata da un tessuto sonoro di eccellente fattura: insomma, la traduzione audiovisiva autentica di quanto si può gustare in un romanzo di Chandler.

Eppure Sugar non si ferma qui, e non interrompe col Noir il gioco di riflessione virtuosistica su cosa voglia dire lacerare i limiti del rappresentabile (a questo ci aveva già pensato nel 1974 Chinatown). La serie di AppleTv+ prende la figura dell’investigatore privato per quello che è realmente, un uomo impossibile, non racchiudibile nei confini dell’umano e con cui non si può fino in fondo entrare in relazione: il John Sugar di Colin Farrell si muove in una Los Angeles a cui non appartiene, che sembra guardare con occhi inattuali e capaci di proiettarvi sopra l’immensa densità di quelle immagini cinematografiche che ne hanno fondato un mito ormai antico. Dall’inizio alla fine, il gioco di specchi tra Sugar e lo spettatore si fa dissolvenza incrociata nei meandri di un’indagine la cui soluzione sembra non aver mai significato, se non per il gusto stesso di indagare.

Lungo i suoi otto episodi, Sugar si staglia luminosa come una delle migliori serie dell’anno e sicuramente come la più cinefila, confermando la capacità di AppleTv+ di puntare su contenuti autenticamente quality e allo stesso tempo dimostrando che non sono i grandi budget, l’ampio respiro narrativo o i tanti attori a sancire la riuscita di un prodotto: la serie con Colin Farrell (anche produttore esecutivo) mette sul piatto la necessità del mercato tutto di prendere sul serio il proprio maneggiare materia audiovisiva, ricordando che plasmare l’immaginario è una responsabilità ancorata alla Storia del Cinema, che è storia di ciò che le immagini sanno, radicalmente, evocare.
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