A che ci serve Stranger Things: Tales from ’85?
Sostanzialmente a niente. O meglio, dal punto di vista narrativo, possiamo dire che la serie animata Stranger Things: Tales from ’85 non aggiunge quasi nulla all’economia del suo franchise e, al massimo, apre una finestra in uno dei tanti vuoti narrativi lasciati dalle cinque stagioni della serie ammiraglia (tra la seconda e la terza). Ha invece diverse utilità dal punto di vista industriale e per gli interessi produttivi di Netflix: innanzitutto, tenere ancora vivi gli abbonamenti dei fan di un marchio – Stranger Things, appunto – che ha esaurito la sua corsa narrativa principale senza aver lasciato degni eredi a prenderne il posto; e, in secondo luogo, serve ad affermare una cifra stilistica d’animazione di cui Netflix è stata per molto tempo espressione più viva e che ha subito nell’ultimo anno una forte frenata, complice l’investimento intensivo sul comparto manga a discapito degli altri.

Partiamo dal prodotto: Stranger Things: Tales from ’85 è una serie d’animazione volutamente dal respiro ristretto, con un linguaggio narrativo che mima abbastanza pedissequamente le atmosfere di titoli come Piccoli Brividi e uno stile visivo totalmente immerso nella contemporaneità. Nel character design e nella realizzazione degli sfondi è infatti evidente che il riferimento è il filone della nuova animazione digitale aperta da Spider-Man: Into the Spider-Verse e portato avanti da ottimi titoli come Tartarughe Ninja – Caos mutante o il Premio Oscar KPop Demon Hunters. È difatti Flying Bark Productions il prestigioso studio d’animazione che ha preso in mano il progetto e che con Netflix ha in cantiere altri prodotti su cui torneremo più avanti. Basti qui dire che il risultato porta la serie visivamente sullo stesso piano di una competizione accesissima e in continua evoluzione, che sembra al momento vedere in testa Disney per varietà e complessità dei linguaggi – ne è un brillante esempio l’appena conclusa Maul, uscita in contemporanea a Stranger Things: Tales from ’85.

Ma dove l’animazione si muove al passo con la concorrenza, così non sembrano fare la componente narrativa, né tantomeno la tenuta complessiva del prodotto in relazione al franchise di cui è parte. Dieci episodi, seppur da circa mezz’ora l’uno, sono oggi tanti per restituire solidità a un racconto piccolo e molto prevedibile come quello attraverso cui si dipana la serie, per di più se non si è in grado di restituire una vera e propria coralità al gruppo di protagonisti – si preferisce infatti creare storyline separate accoppiandoli o isolandoli – e si decide di escludere o ridurre a cameo alcuni dei personaggi più amati del franchise (c’è davvero troppo poco Steve). È poi particolarmente straniante, seppur non inconsueto in prodotti simili, non trovare nemmeno uno degli interpreti a dar voce al proprio corrispettivo animato, aprendo un varco nell’integrazione ecosistemica della serie d’animazione rispetto alla serie ammiraglia.

Quel che più funziona in Stranger Things: Tales from ’85, come già fu per la serie principale ai suoi inizi, è il posizionamento al centro di una costellazione di riferimenti pop, innesti musicali e derivazioni audiovisive che fanno la gioia dei nerd e dei nostalgici. La sola premessa narrativa, ad esempio, è presa a piene mani da un gioiellino cult del cinema di serie Z proprio del 1985, Re-Animator, da cui sono stati esplicitamente estrapolati più elementi iconografici. La variazione sul tema, ovvero la natura botanica invece che animale delle creature al centro della vicenda, oltre ad avvicinarsi ulteriormente al target di Piccoli Brividi, serve puramente a non sovrapporre i mostri – dal design effettivamente efficacissimo – ai già ricorsivi e ridondanti Demogorgoni. Con ciò, la serie animata richiama come da tradizione tutto il repertorio nostalgico che informa l’intero franchise, arrivando anche a sequenze nelle fogne totalmente sovrapponibili a quelle della Derry di It.

Ciò che però lascia perplessi, durante la visione, è la pretestuosità del tutto: le situazione sempre più pericolose da cui i protagonisti si salvano non fanno mai davvero paura perché si sa già che il racconto è piazzato tra la seconda e la terza stagione della serie principale; l’unico personaggio per cui si dovrebbe temere è Nikki – introdotta per l’occasione in questo spin-off e totalmente assente dalle stagioni del prodotto ammiraglio – ma anche qui ci si sente sempre più di un passo indietro dal timore vero (o peggio, dall’affezione). Inoltre, la vicenda narrata è iperbolica anche per gli standard di Stranger Things, con una mandria di creature vegetali colossali e affamate che terrorizzano Hawkins, tanto che risulta assurdo quanto tutto ciò non sia mai stato neanche minimamente accennato negli anni successivi. Tutto questo porta a chiederci se anche per Stranger Things: Tales from ’85, come già avevamo detto per Alien: Earth – ma potremmo dirlo per parecchi prodotti ancillari che non percorrono chiare strategie di integrazione con i propri franchise – una serie animata del genere non avrebbe giovato di più nel collocarsi in un’identità tutta sua, nuova, sganciata da eventuali altri marchi. Certo, l’attenzione promozionale sarebbe stata minore, ma davvero Netflix ha oggi così poca fiducia nell’efficacia del proprio sistema di raccomandazioni?

Se proprio vogliamo vedere un barlume di utilità in Stranger Things: Tales from ’85, questa sta proprio nei progetti in cantiere tra Netflix e Flying Bark Productions, a partire dall’attesissima – almeno da me – serie animata che amplia l’universo narrativo canonico dei Ghostbusters e che quindi risuona fortemente con le atmosfere di Stranger Things. La speranza è che narrativamente si vada questa volta a guardare al passato – la strepitosa The Real Ghostbusters e la troppo spesso dimenticata Extreme Ghostbusters – pur mantenendo il punto sulla veste grafica fresca ed efficace che sicuramente si sposa con i fantasmi gommosi del franchise; il tutto confidando, questa volta, nello sguardo attento di Sony Animation, spesso complice di Netflix nei prodotti meglio riusciti e vero iniziatore del nuovo filone estetico dell’animazione digitale.
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