It: Welcome to Derry – Il drago e i cavalieri
Non c’erano grandi aspettative per It: Welcome to Derry, 8 episodi usciti a fine 2025 e ora in Italia su HBO Max. La serie di Jason Fuchs e Brad Caleb Kane, prequel del celebre romanzo di Stephen King e dei due film di Andy Muschietti, si è però rivelata un’ottima sorpresa.

Si torna a Derry, sineddoche della provincia americana più normale, ma ventisette anni prima dell’opera originale e sempre in compagnia di un gruppo di ragazzini male assortiti. Con i primi due episodi Welcome to Derry raggiunge il cuore del canone horror per strapparlo senza sconti: ci sono almeno un paio di scene impressionanti, in cui si dispiega del tutto la creatività maligna di It. Dopo questo incipit fulminante – in cui non sembra casuale la scelta di ambientare la prima carneficina di Pennywise all’interno della sala di un cinema, filtrando il massacro prima attraverso il sangue e poi attraverso la pellicola – la serie gradualmente cambia pelle e vira verso il fantasy.

I piccoli cavalieri, come sempre accade nelle opere del Re, si affrancano dall’ipocrisia degli adulti e partono alla ricerca del drago che si troverà non in una caverna ma, ovviamente, nelle fognature di Derry: la struttura narrativa della serie è infatti quella della quest arturiana, in cui i guerrieri devono purificare e ripristinare la loro terra, salvandola dal sortilegio. C’è l’iconografia del pifferaio magico/Pennywise che attira i bambini in una danza spettrale; ci sono almeno due cavalieri senza paura di età diverse e varie principesse; c’è uno stregone (Dick Hallorann, direttamente da Shining, che apre così al multiverso kinghiano) e nel finale It assume chiaramente le sembianze di un drago. Questa ascendenza fantasy è un’intuizione molto efficace che consente comunque di non perdere la pervasività dell’orrore congenita all’opera di partenza, la sensazione costante che nei particolari della vita quotidiana ci sia sempre qualcosa che non va. Anzi, se la CGI mostra qualche limite, il passaggio di tono della serie ne fa un oggetto abbastanza unico per la serialità contemporanea: l’ossatura è fiabesca, ma la grammatica è quella dell’horror provinciale americano, in cui i veri nemici sono le apparenze e l’ambizione umana – dell’Esercito in particolare – a controllare ciò che non si comprende.

It, l’entità che condensa tutto il male dell’universo, sembra per un tratto controllabile attraverso il meccanismo (ancora, marcatamente fantasy e assente nel libro di King) della daga con cui ingabbiarlo: non più un essere arcano ma una creatura spaventosa perché attaccata alla sopravvivenza. Questa parziale umanizzazione del male serve a far risaltare viceversa l’uomo qualsiasi come vera espressione del marcio nel cuore dell’America: lo racconta bene il penultimo episodio, dedicato all’incendio del Black Spot. Nel piano sequenza centrale con la sua devastante conclusione – quasi un gemello del finale di Sinners –, culmina il discorso sul significato della paura nell’America di oggi: la tragedia più terribile non piove dall’alto ma è provocata interamente dagli uomini, nasce dalle loro marce convinzioni e dal loro cuore avvelenato; Pennywise vi trova solo un banchetto in cui nutrirsi senza sforzo. All’opposto, la grande battaglia nell’ultimo episodio potrebbe trovare spazio in uno dei libri della saga della Torre Nera per impostazione e scelte visive, ma resta una conclusione epica e potente per l’intera stagione.

Lì s’innesta l’altra intuizione fondamentale della serie, che in buona parte ne giustifica l’esistenza: il tempo per It è circolare, quindi sa già che ventisette anni dopo un altro gruppo di perdenti riuscirà a ucciderlo e prova a cambiare le cose nel passato. Questa scelta, oltre a essere molto coerente con la natura del male kinghiano, che non ha mai fine, rivela agli occhi dello spettatore saturo di prequel e spin-off il progetto stesso della serie, su cui si baseranno anche le prossime stagioni in una corsa all’indietro nel tempo: la scelta produttiva si fa meccanismo narrativo e viceversa. Come rendere interessante un prequel se si sa già come va a finire? Caleb Kane e Fuchs lo fanno con una scena perfetta che scende nel terrore puro: Pennywise mostra alla dodicenne Marge il manifesto con il volto del suo futuro figlio scomparso, Richie Tozier, uno dei protagonisti di It, sigillando nel sangue e nella paura il suo futuro.

C’era una volta il male assoluto, quindi, ma c’erano anche i cavalieri alla ricerca della pietra sacra per salvare il regno: giovanissimi ma capaci di rendere credibili tutti i passaggi emotivi, gli attori protagonisti sono la risorsa più grande della serie. Una menzione particolare per Rich (Arian S. Cartaya) e Marge (Matilda Lawler), protagonisti di una sequenza difficile ma perfettamente eseguita che raccoglie tutto il senso cavalleresco della storia. Forse il pregio più grande di It: Welcome to Derry è essere riuscita a ricostruire il triplice cuore di tutte le storie kinghiane: l’umanità del male, lo sguardo dei ragazzi sul mondo e il valore dell’amicizia, spesso incompresa. L’episodio finale si intitola Winter Fire, la stessa espressione che userà Ben Hanscom nel suo haiku per l’amata Beverly ventisette anni dopo. Una scelta toccante e sensata sia perché collega passato e futuro, sia perché fa capire come a ogni risveglio di It serva qualcuno che custodisca il fuoco nel momento più buio. Questo ruolo ricade appunto su Rich Santos, che prima fa da collante e anima per il gruppo di ragazzini, poi – dopo il suo sacrificio – li salva con la speranza di un miracolo, proprio come farà Beverly ventisette anni dopo. La luce arancione della daga con cui sconfiggere Pennywise, splendente nella nebbia, completa visivamente la metafora: è l’amicizia il vero fuoco d’inverno, il nodo cruciale dell’universo letterario di Stephen King, il calore nel cuore della tempesta.
“Your hair is winter fire
January embers
My heart burns there too”
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