Luci e ombre di Alien: Earth
Era inevitabile che, con l’acquisizione dell’intero franchise da parte di Disney, l’universo di Alien si espandesse fino a comprendere anche prodotti seriali; dopotutto il racconto spaziale survival horror di culto inaugurato da Ridley Scott nel 1979 ha avuto già tante incarnazioni, tra cui più collane a fumetti dalla spiccata struttura seriale; quindi di possibili strade da percorrere per adattarne linguaggi, ritmi e stilemi narrativi ne esistevano già moltissimi. Ma com’è ormai tradizione per le espansioni seriali a firma Disney – bussare a casa Star Wars – il già fatto, per quanto amato dai fan, non si considera e si decide di ripartire da zero, per altro, in questo caso, in un franchise la cui continuity resta spesso dubbia e sfaccettata, con un ordine di visione che lascia più domande che risposte.

Alien: Earth – questo il titolo originale, superficialmente tradotto in Pianeta Terra – si colloca infatti 2 anni prima del titolo inaugurale della saga e 16 anni dopo Alien: Covenant, in una frazione di tempo in cui, ci viene qui raccontato, gli Xenomorfi “toccano” la superficie di una Terra controllata da cinque multinazionali – tra cui la Weyland-Yutani – il cui obiettivo è quello di vendere l’immortalità cercando di sviluppare il prossimo stadio di esistenza post-umana. Proprio su quest’ultimo tassello narrativo si concentrano prevalentemente gli otto episodi della serie, che escono dalla tradizionale forma narrativa del franchise per espandere un intorno discorsivo che in parte aveva già interessato i due prequel firmati da Scott stesso.

E qui inizia a prendere forma il difetto più grande di una serie dall’altissimo potenziale: se l’interessante dinamica tra multinazionali sovrane viene abbastanza presto messa in secondo piano, la questione delle forme di vita post-umane diventa il fulcro dell’intera vicenda, adombrando colpevolmente il ruolo dello Xenomorfo stesso, la cui presenza sporadica, invece di terrorizzare come nel primo e nel terzo film della saga, diventa invece un pretesto per marchiare come Alien un prodotto seriale che potrebbe tranquillamente fare a meno della cornice del franchise.

Va precisato: il prodotto di per sé è decisamente superiore alla media di molti titoli Sci-Fi recenti. Il budget è speso ottimamente, l’estetica è compatta, le ambientazioni claustrofobiche e decisamente più vaste dei piccoli schermi che le contengono. Anche la recitazione – guidata da una sempre brillante Sydney Chandler – è convincente, con alcuni personaggi molto ben delineati – un applauso al Kirsh di Timothy Olyphant, un sintetico debitore del miglior Roy Batty – e sequenze d’azione e combattimento di rara solidità. Quello che però manca al lavoro ideato e scritto dal Noah Hawley di Fargo e Legion è il coraggio, per una volta, di sganciarsi da un franchise altisonante e preesistente.

Basta fare il semplice “esperimento di Indiana Jones” e immaginare di rimuovere dalla serie lo Xenomorfo: ci si renderà conto abbastanza rapidamente che quasi la totalità degli eventi – e sicuramente tutti i principali – si potrebbero svolgere perssoché allo stesso modo. A maggior ragione vista la scelta della produzione di inserire uno zoo di altre creature aliene al cui confronto lo Xenomorfo stesso passa per una creaturina educata e, ahimè, addomesticata. Sia chiaro, l’integrazione di nuove creature non è un difetto di per sé, e in certi casi il gore che ne consegue rende l’intero prodotto ancora più gustoso, ma il contrappasso è il totale depotenziamento dell’efficacia tensiva dello Xenomorfo che, dopo i primi due esplosivi episodi, perde completamente di credibilità e focale narrativa, diventando sostanzialmente un violentissimo Pokémon.

E anche qui non è un problema di pigrizia produttiva: l’interpretazione practical del mostro affidata al performer Cameron Brown unita a un restyling della creatura dovuto all’ambiente terreste sono due ottimi elementi a favore del prodotto, che ben si accodano con quanto fatto nel recentissimo Alien: Romulus che entra necessariamente in dialogo con questa serie. Ma dove il riuscito film di Fede Álvarez rimaneva fedele a un’ambientazione e a un mood totalmente ancorati al passato della serie – con esplicite citazioni – il lavoro di Hawley tenta di stare un po’ da una parte e un po’ dall’altra, annacquando appunto tutto il potenziale.

Perché, nonostante il titolo, in Alien: Earth il pianeta Terra è un pretesto quasi quanto il marchio del franchise. Del pianeta vediamo pochissimo e della minaccia xenomorfa i terrestri non sentono praticamente nemmeno il brivido, complice l’azione circoscritta a un ambiente sì forzosamente “earthish” – con riprese svolte in Thailandia -, ma al contempo riportato a quella dimensione isolata e da “parco a tema” che ricorda ogni altro spazio angusto della saga. Narrativamente tutto viene amalgamato con l’utilizzo intertestuale di Peter Pan e dell’Isola che non c’è, con i protagonisti bambini malati terminali “uploadati” in corpi sintetici paragonati ai Bimbi Sperduti, ma al contempo quest’elemento diventa un’ulteriore patina pretestuosa che opacizza i fulcri più interessanti del racconto.

Ovviamente questa è stata solo una prima stagione, per di più di una serie FX i cui principali interlocutori sono gli spettatori del network, quindi costruita ancora con logiche di posizionamento palinsestuale lontane dai modelli che hanno dato vita ai film della saga o ai prodotti correlati. Lasciamo dunque sospeso il giudizio, un po’ per i tanti punti effettivamente interessanti – non si è ancora citato il personaggio di Morrow, quasi tragico nel suo essere un cyborg dalle componenti obsolete – e un po’ per l’evidente volontà da parte della produzione di dar sfoggio di ampi investimenti.

La speranza è che certi elementi più che dubbi – tra cui, fondamentali, presenza e utilizzo dello Xenomorfo – vengano riassestati e che si arrivi con decisione al dunque sul posizionamento del prodotto nell’economia dell’intera saga. Checché ne dica Hawley, che ha dichiarato di vedere canonici solo i primi due titoli storici, Alien: Earth sembra invece dialogare volentieri con Alien³ – soprattutto per le scelte di ambientazione – e con Alien: Resurrection: che non siano proprio Wendy e i Bimbi Sperduti quella fantomatica colonia di “sintetici” citata nel quarto film della saga? Certo è che al momento il ruolo di Wendy potrebbe far ripensare completamente gli eventi del primo Alien e dare di conseguenza un volto alle fatali istruzioni di MOTHER…
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