Tienimi presente – Cinema dell’intimità per non disunirsi
Quando si schiudono le uova, le tartarughine Caretta Caretta sono un grumo brulicante di sabbia che prende vita. Un movimento randomico circoscritto alla cavità creata dal loro peso, un groviglio che si scioglie e si disperde in una corsa collettiva verso il mare. Qualche esemplare ritardatario affronta solitario le onde che si infrangono sulla battigia, vulnerabile e disorientato. Trascinato dalla vita, sospeso tra la rassegnazione di essere una comparsa e l’ambizione di diventare attore protagonista.
«Scusami, ma tu chi sei? Un cameo o un personaggio principale?» È la domanda che si pone ogni corpo quando smette di essere parte di una massa e si scopre esposto, singolare e osservabile. È l’interrogativo che viene sottoposto ad Alberto, un giovane “aspirante” regista alla ricerca di finanziamenti per il suo primo film. Ai tiepidi interessi dei produttori tra Venezia e Roma fa seguito un cinema dell’erranza che lo riporta nella periferia napoletana, a casa dei genitori, tormentato dall’incertezza del suo futuro, demotivato dai continui rifiuti ricevuti, e accerchiato da altri personaggi che sembrano condividere lo stesso destino. Tienimi Presente, lungometraggio d’esordio di Alberto Palmiero, si muove dentro questo spazio fragile di smarrimento e rinnovato riconoscimento. Lo fa soprattutto attraverso una fitta trama di traiettorie affettive, una tensione costante di presenza e sottrazione, una ricerca dell’identità che non si possiede mai del tutto ma che si tenta, continuamente, nel rapporto con l’altro.

Un affresco di personaggi, quindi, che diventa il dispositivo attraverso cui il film costruisce un’analisi lucida, quasi millimetrica, delle dinamiche sociali, economiche e lavorative che caratterizzano la generazione dei giovani adulti contemporanei. Le prime inquadrature, ad esempio, giocano con l’espediente del photo–roman – un montaggio di sole fotografie accompagnate da una voce narrante (esplicito il rimando a La jetée di Chris Marker) – per restituire tutta la dimensione commerciale e produttiva dell’industria cinematografica. Un pitch di pochi minuti dove ci si gioca tutto, un’idea da vendere nel miglior modo e nel minor tempo possibile, comprimendo estetica, visione e significato dentro le logiche dell’efficienza. Intorno, uno sciame di produttori opportunisti che cercano di intercettare ogni progetto, spesso senza un reale coinvolgimento, più interessati alla possibilità che al contenuto.
Eppure, il mondo del cinema è solo il pretesto per una riflessione di più ampio respiro, quasi universale, sulle crisi e le malinconie esistenziali: alcuni amici costretti a trasferirsi in un’altra città o dall’altra parte del mondo, altri segnati dalla chiusura di attività commerciali di famiglia, altri ancora immersi nel piattume di un’esistenza passata in pigiama e remote working. A ciò si aggiunge una frattura comunicativa con la generazione precedente, resa emblematicamente nella prima telefonata di Alberto ai genitori, disturbata da interferenze e problemi di ricezione. Insomma, la generazione dei trentenni viene raccontata con tutta la precarietà, la schiettezza e la semplicità possibile, in modo estremamente artigianale e, al contempo, intimo. Una dimensione che si riflette anche nella messa in scena, essenziale e discreta, più attenta alla registrazione autentica dei personaggi che alla costruzione narrativa. Infatti, sono per lo più i veri amici del regista a prendere parte al film, con dialoghi confezionati sulla loro pelle, testimonianze autentiche del loro vissuto.

A questa analisi lucida non sembra tuttavia corrispondere soltanto una semplice rassegnazione verso dinamiche percepite come insormontabili, né un ritorno alla periferia intesa come rifugio o gabbia, quanto piuttosto uno sguardo ironico sui contesti, leggero e delicato. A ciò si aggiunge anche la potenza del mezzo cinematografico, inteso come gesto di osservazione, strumento di presa diretta della semplicità e della bellezza delle piccole cose. Da una parte emerge così un personaggio attraversato da un’ironia discreta (che può evocare Massimo Troisi e Nanni Moretti, pur distaccandosene per raggiungere una propria autonomia stilistica), mentre dall’altra si delinea una resa quasi documentaristica della pellicola, coerente con la natura originale del progetto. Il film si apre allora a improvvise incursioni nel reale: ci si ritrova sul set di Portobello di Marco Bellocchio, a indugiare sui suoi gesti, a catturarli; oppure alla festa delle figliole di Aversa, con le ragazze-angelo sospese a una fune; o ancora, tra i festeggiamenti dello scudetto del Napoli, dove una maschera di Pulcinella sembra accennare a un discorso sul senso della vita, subito inghiottito dal frastuono collettivo. Ne emerge un racconto della periferia sincero e stratificato, che si inserisce nel solco di certo cinema italiano contemporaneo (da Corpo celeste di Alice Rohrwacher a Le città di pianura di Francesco Sossai), ma che al tempo stesso rielabora la dimensione locale per approdare a riflessioni esistenziali.

«Non ti disunire, Schisa. Non ti disunire mai» tuonava Capuano al giovane Fabietto in È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino. Poi il ragazzo scappava a Roma, per «fare il cinema». Alberto da quella Roma, invece, ritorna. Pieno di incertezze, forse con il rimpianto di aver rinunciato a un lavoro stabile, in bilico tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere. Non c’è soluzione, solo recuperare ciò che fa stare bene, sia anche una regia improvvisata con uno smartphone e il racconto della quotidianità. Perché non è importante essere bravi o all’altezza, ciò che conta è sentirsi vivi. Magari lottare, esitare, disunirsi. Ma provare, ostinatamente, a tenersi presente.
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