Il giardino delle vergini suicide: contorta-mente femminile

l demonio dubbio e le scelte estreme.

Sovente è più difficile vivere che morire.

Anno 1974: Detroit, Michigan. Nel fior fiore della loro età – tra i tredici e i diciassette anni – e inquietante beltà, le cinque sorelle Lisbon (Cecilia, Lux, Bonnie, Mary e Therese) sono oggetto di curiosità e desiderio per i ragazzi del vicinato e, in maggior misura, della scuola. L’avventato gesto di suicidio da parte della piccola di casa – Cecilia – porterà l’integralista e severa madre a imporre divieti troppo rigidi, se non, forse, addirittura estremi per la maturazione della loro vita adolescenziale.

Sofia Coppola, figlia di un padre – Francis Ford Coppola – tanto grande quanto ingombrante, pare che, nonostante le pessime qualità di attrice mostrate in Il Padrino – Parte III e di sceneggiatrice in un episodio di NewYork Times (diretti dal papà), sia cresciuta bene: con il suo corto Lick the star” (1998) propone una spietata descrizione di rapporti tra teenager al college, che forse non è da escludere come ideale antefatto – o, meglio, prova tecnica – di questo film.

Con questo lungometraggio d’adattamento al complesso romanzo di Jeffrey Eugenides, pare che la Coppola cerchi di esasperare, fin da subito, le sue capacità: non è assolutamente facile portare avanti un film in cui, nella visione dei primi cinque minuti, la voce off narrante ne dichiara il finale.

Un occhio che sa scavare più in profondità nota che quello che la regista cerca non è attrarre lo spettatore attraverso una narrazione lineare, ma conquistarlo attraverso l’atmosfera che la psiche delle personalità fa avvertire, trapelare, senza mai spiattellare.

Che cosa ruota intorno ad un adolescente? Si muovono drammi e provincia, bigottismo e convenzioni, malinconia travestita da rimpianto per ciò che fu e non è stato. Il tono onirico utilizzato non esclude la tragedia e l’orrore che la circonda, ma sublima nell’essenza del ricordo.

«Impossibilitate di mettere piede altrove le ragazze viaggiavano con la fantasia.»

Il giardino delle vergini suicide è, certamente, un film sull’incubo della realtà, sul contrasto tra purezza cattolica e sessualità pagana, sulla persistenza del desiderio recondito e irrealizzabile, ma anche un trattato dello struggente enigma che accerchia l’ossimoro di amore e morte. La forza vitale del primo può essere estrema e potente, tanto da portare alla morte; e anche così viva da far trionfare i morti attraverso la memoria dei sopravvissuti.

I riti dell’età giovanile (le partite, i balli, le lezioni) sono tasselli di vita quotidiana, banali quanto i dialoghi tra gli attori sul set, ma speciali solo nella mente di chi, dopo venticinque anni, sente il bisogno di mitizzarli, perché in fondo non si è mai realmente giunti a una maturazione.

«E così abbiamo cominciato a capire un po’ delle loro vite. Scoprivamo memorie ed esperienze a noi sconosciute, sentivamo come sia imprigionante a noi la condizione di ragazza, come rendeva la mente più attiva e sognatrice, e come si faceva alla fine a capire quali colori andassero bene insieme. Scoprimmo che in realtà le ragazze erano donne travestite, che capivano l’amore e la morte, e il nostro compito altro non era che fare quel chiasso che sembrasse affascinarle tanto. Capimmo che sapevano tutto di noi e che noi non potevamo comprenderle affatto.»

I ragazzi sono bloccati a uno stadio d’infantile stupore – che la regista si diverte a evocare attraverso le immagini, i colori, i suoni tipici dell’“American Beauty” delle pubblicità – e si ha la sensazione che le sorelle Lisbon siano condannate a morte proprio per la loro maturità emotiva, che le rende estranee al resto del (loro) mondo.

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Ebbene, tutto perfetto? Non proprio: perché, pur fornendo prova d’intelligenza e sensibilità, la giovane Coppola sembra incapace di decidere il registro della narrazione, oscillando continuamente tra uno sguardo algido e una partecipazione emotiva innegabile, sia pur misurata, determinando così un ininterrotto succedersi di momenti indimenticabili (la festa in casa Lisbon, la telefonata, il finale) e di altri notevolmente convenzionali (il ballo, la perdita della verginità nel campo da gioco, l’accostamento tra la ragazza e l’uragano).

La regista confonde (anche troppo programmaticamente) le acque, getta alla rinfusa sequenze, reazioni, azioni e personaggi, puntando a restituire prima di tutto la coscienza, più che una spiegazione razionale e consolatoria. Non riesce del tutto, giacché quest’ultima arriva a essere colta fin da subito, vanificando il suo lavoro di sottrazione e detrazione, nonostante la miriade dei dettagli si carichi di una lievissima patina poetica. Gli artifici tecnici – le frequenti sovrimpressioni, lo split screen, i continui controluce – poi rischiano di diventare un pretenzioso esercizio di stile che nulla aggiunge. E il gioco delle sovrimpressioni, col procedere, stanca. Un peccato, in parte.

«Alla fine i pezzi del puzzle furono recuperati, ma, per quanto tentassimo di metterli insieme, rimanevano sempre degli interrogativi. Uno strano vuoto, modellato armoniosamente da ciò che lo circondava; come Paesi a noi sconosciuti. Ciò che si trascinarono dietro non era vita, ma una banale lista di fatti frivoli: un orologio sul muro che scandisce il tempo, una camera offuscata a mezzo giorno, e l’assurdità di un essere umano capace solo di pensare a se stesso. Cercammo di dimenticarle, ma ovviamente era impossibile.»

Come impossibile è dimenticare, pur con i suoi granchi, un evergreen cinematografico del genere.

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