Portobello – Quello che resta da dire sul caso Tortora
Se esistono così tanti film e serie tv ambientati in tribunali, o più in generale che raccontano casi giudiziari, un motivo c’è. Il motivo, parlandone in modo elementare, è l’estrema teatralità degli avvocati e dei giudici, delle testimonianze, talvolta delle modalità in cui si svolgono le indagini istruttorie, che ben si predispone ad essere raccontata da un prodotto audiovisivo. Con Portobello, la serie HBO ispirata al caso Tortora, Marco Bellocchio porta all’estremo questa teatralità e crea un’allegoria tra i toni e la confusione di un programma televisivo che richiama il clima di un mercato, quello di Portobello appunto, e le modalità con cui sono state gestite le indagini e poi il processo ad Enzo Tortora. La serie – la prima italiana commissionata direttamente da HBO Max – è stata presentata alla 82a Mostra d’arte cinematografica di Venezia ed è disponibile sulla piattaforma a partire dal 20 febbraio.

Enzo Tortora è tra i conduttori italiani che hanno fatto la storia della Rai nell’epoca di Mike Bongiorno, Pippo Baudo e Corrado, per dirne alcuni. L’apice del suo successo arriva alla fine degli anni ’70 con Portobello, il programma che ha tenuto per anni milioni di spettatori attaccati allo schermo il venerdì sera: un grande mercato colorato che proponeva al pubblico performance stravaganti e metteva all’asta oggetti curiosi, con un iconico pappagallo a fare da mascotte. Nel 1983 Tortora venne coinvolto in un caso di malagiustizia italiana che sarebbe poi passato alla storia, venendo accusato di far parte della Nuova Camorra Organizzata (NCO) di Raffaele Cutolo nel corso di una maxi indagine della procura di Napoli. È questa la storia che vuole raccontare HBO.
La televisione da una parte, la Camorra dall’altra
Bellocchio pone da subito Portobello – il programma – e la NCO a confronto. Non a caso a comparire sullo schermo per prime sono poche righe dedicate alla definizione del programma, dell’organizzazione criminale e dei due protagonisti della vicenda: Enzo Tortora (interpretato da Fabrizio Gifuni) e Giovanni Pandico (Lino Musella), il camorrista dissociato che ha mosso le prime accuse. Il racconto parallelo di queste due realtà, che è il comune denominatore di tutti gli episodi, è in effetti uno dei punti di forza della serie.
Con l’arresto di Tortora inizia poi la fase dell’assurdo, dove le bugie dei camorristi pentiti si intrecciano alla ricerca di conferme di colpevolezza da parte della procura, e che Bellocchio colora ogni tanto con delle righe di sceneggiatura quasi comiche, a sottolinearne la poca serietà. Farebbe quasi ridere, insomma, se non ci fossero le ottime interpretazioni di Gifuni e delle attrici che fanno parte della famiglia di Tortora (Barbara Bobulova e Romana Maggiora Vergano, tra le altre) a ricordarci la tragicità della situazione.

Al teatrino dei malavitosi e dei poliziotti distratti, che sembra consumarsi in un tempo velocissimo, si alterna quindi la drammaticità della vita del conduttore prima in carcere e poi agli arresti domiciliari, che invece sembra passare lentamente nel tentativo di provare la sua innocenza. Una contrapposizione interessante nella resa che ne fa Bellocchio, che schematizza chiaramente l’idea dell’errore giudiziario: la leggerezza di chi lo commette da una parte, la pesentezza di chi lo subisce dall’altra.
Se è tutto un mercato…
Con questi cambi di toni continui si arriva agli episodi dedicati ai processi di primo e secondo grado, gli ultimi due. Qui le piume e il piombo si incontrano e tutto pare ancora di più uno sceneggiato fatto di performance di mafiosi, grida e fischi di imputati, e con addirittura il “cameo” di Renato Vallanzasca, che effettivamente ebbe un ruolo nell’assoluzione di Tortora. Eppure ad essere giudicato è un uomo di più di 50 anni, di quelli con i capelli pettinati da un lato e che parla in modo chiaro e forbito, che, accompagnato da avvocati di tutto rispetto, non riesce a far valere la sua serietà. Questo aspetto è in assoluto quello più interessante. Per tutta la serie, Bellocchio gioca con il concetto di serietà fino a farlo diventare labile e a ridurlo ad una percezione soggettiva.
In Portobello, sia il programma originario che la serie, la serietà non è necessaria per essere credibile. Anzi, diventa l’arma per smettere di esserlo. E la messa in scena di questo concetto da parte di Bellocchio è talmente riuscita che è difficile non arrabbiarsi davanti alla leggerezza dei toni che usa e alla comicità latente di alcune situazioni che sceglie di raccontare. Un buon modo di rappresentare un fatto realmente accaduto e di cui si è già parlato tanto. E un’interessante scelta del titolo, Portobello come il mercato, come la trasmissione televisiva, come le indagini e le aule di tribunale piene di menzogne e confusione che hanno portato all’errore.
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[…] del progetto. Il film si apre allora a improvvise incursioni nel reale: ci si ritrova sul set di Portobello di Marco Bellocchio, a indugiare sui suoi gesti, a catturarli; oppure alla festa delle figliole di […]