The Long Walk – Nessun riposo per i dannati che corrono
Adattare un romanzo di Stephen King è uno dei compiti più ardui al mondo: nessuno ci è mai riuscito veramente, vuoi per scelte stilistiche (come Kubrick, in The Shining), vuoi per mancanza di risorse, pigrizia generale o censure anche comprensibili (come Andy Muschietti e It); può essere quindi più gestibile adattare un romanzo di Richard Bachman, lo pseudonimo sotto il quale King ha pubblicato indiscusso per anni? Francis Lawrence prova a darci una risposta con il suo The Long Walk, in uscita il 23 aprile al cinema.

I romanzi di Bachman sono infatti caratterizzati da un’ambientazione e una narrazione molto più realistica rispetto al resto dei romanzi di King, per cui è necessario avere un largo budget anche solo per riprodurre al meglio le fattezze di un mostro. Ciò non li rende meno interessanti, date le tematiche ancora estremamente attuali di cui trattano, da Ossessione (Rage, 1977, in cui si parla di sparatorie di massa nelle scuole americane) a L’uomo in fuga (The Running Man, 1982, ambientato in un 2025 distopico e fantascientifico), da cui Edgar Wright ha ricavato un recentissimo adattamento con protagonista Glen Powell.
The Long Walk riprende un genere specifico di distopia e la rende quasi più interessante: in un’America sotto dittatura militare, 100 ragazzi partecipano a una competizione in cui dovranno camminare dal Canada fino al Key West, seguendo la Route 1 e mantenendo un ritmo costante di 6 km/h. Chi rallenta o si ferma, si becca un’ammonizione; dopo tre ammonizioni, il concorrente viene eliminato (letteralmente) tramite fucilazione — l’espressione corretta è “dare il congedo”. Il tutto avviene sotto la stretta sorveglianza dei soldati e trasmesso in diretta nazionale, con promesse di gloria e ricchezze per l’ultimo che rimarrà in piedi. È una storia che ci ricorda come non mai i più moderni Battle Royale e, soprattutto, The Hunger Games, per la perversa ossessione che il pubblico ha nel vedere qualcuno di meno fortunato morire in modi atroci, quello che Giovenale chiamava panem et circenses.

Tutto è narrato dal punto di vista di Ray Garraty, uno dei partecipanti. A capo della competizione c’è il Maggiore (un improbabile Mark Hamill), una figura autoritaria completamente anonima, più simile al Grande Fratello di 1984 che a un personaggio tangibile; dopo essere apparso solo all’inizio della competizione, la sua presenza ossessiona l’intera narrativa (non solo dal punto di vista di Ray, ma soprattutto per il personaggio di Stebbins, un altro corridore che si rivelerà fondamentale per la storia): i giovani partecipano per vincere, per essere ricchi, per sopravvivere e soprattutto per fare una bella figura ai suoi occhi.
Il romanzo contiene tutti i tópoi che faranno costantemente parte della narrativa kinghiana: l’amicizia adolescenziale in tempi di crisi, l’ossessione per il Maine, la “lotta al potente” in modi più o meno espliciti, e altro ancora; ciò che però rende la storia originale è il contesto che ricalca, quello della guerra in Vietnam. King afferma infatti di aver scritto questo romanzo nel 1966/67, ben otto anni prima del suo esordio Carrie, nel pieno del conflitto che ha più traumatizzato gli Stati Uniti: ogni partecipante alla competizione è un tipo diverso di soldato, già destinato a una fine tragica dall’inizio della gara e ancora prima, al momento dell’arruolamento volontario e dei vari richiami, esattamente come le migliaia di giovani mandati in nient’altro che un’enorme missione suicida per l’orgoglio del paese.

Il ragionamento di fondo è quindi originale, inquietante e profondamente drammatico, con ogni dialogo e ogni situazione che hanno luogo su una strada sterrata, ma che potrebbero benissimo svolgersi su un campo di battaglia, in un’escalation di tristezza e di pazzia che pochi sono riusciti a riprodurre, soprattutto visivamente (e il pensiero non può non correre di nuovo a Kubrick, con Full Metal Jacket, e a Coppola, con Apocalypse Now). Il lettore è portato automaticamente ad affezionarsi ai protagonisti, ne conosce bene le dinamiche e rimane con il cuore spezzato quando li vede inevitabilmente morire uno dopo l’altro; si rimane con il fiato sospeso per uno come Stebbins, che aleggia come uno spirito maligno per tutta la competizione, si arriva a odiare in maniera infantile lo sbruffone Barkovitch e il modo in cui viene ostracizzato, si ammira uno come il campagnolo Scramm per il suo coraggio e la sua ingenuità.
Dove si pone quindi il film di Lawrence? L’adattamento, purtroppo, risulta piuttosto superficiale, a volte a vantaggio della storia, a volte a suo svantaggio: date le tempistiche e le convenzioni cinematografiche che entrano in gioco quando si tratta di adattare una narrazione in prima persona, la profondità dei vari personaggi, la loro psicologia e i loro pensieri su dove si trovano, su quello che li circonda non viene resa con la stessa intensità che trasuda dal romanzo — che poi è quello che li fa rimanere nel cuore del lettore o dello spettatore; par contre, una buona parte di quei pensieri (dati dalla situazione, o dalla discesa nella pazzia e nella disperazione del protagonista) non è invecchiata bene, con particolari riferimenti soprattutto alla figura femminile — una cosa che King bene o male non ha mai saputo trattare, nonostante il suo innegabile talento. Ray nel romanzo ha una ragazza dalla quale non vede l’ora di tornare e con la quale non vede l’ora di avere rapporti; nel film, (grazie a Dio!) è presente solo sua madre, una figura che porta con sé una carica decisamente più drammatica.

Vale anche la pena di notare che, nonostante la pellicola riesca sì a riportare tutto al contesto della guerra (anche non necessariamente quella in Vietnam), viene ignorato un tema che nel libro assume una certa importanza solo a posteriori, solo quando il lettore si mette a pensarci a mente fredda: quello della messa in discussione della mascolinità e della sessualità di Ray, evento più che comune negli ambienti militari (come ricorda anche Pao Pao di Tondelli), in cui convive un’idea iper-mascolinizzata dell’individuo che si mischia per forza di cose all’omosessualità e che riporta al concetto del don’t ask, don’t tell. L’unico appiglio a questo tema si ritrova soprattutto nel rapporto tra Garraty e McVries, coprotagonista dalla lingua tagliente, portato sullo schermo con tutti gli onori dalla recitazione di Cooper Hoffman e David Jonnson: di entrambi si conferma il talento e la speranza di vederli in altri importanti ruoli nel prossimo futuro.
In conclusione, The Long Walk non è nient’altro che un tentativo di trasposizione, che non rimarrà sicuramente negli annali della storia del cinema per la sua originalità o per il modo in cui ritrae la guerra, ma che non è neanche da buttare via. È un tentativo che, nel monito fin troppo ricorrente di “guerra brutta”, ci ricorda che c’è ancora qualcosa da salvare se ci si tiene aggrappati l’uno all’altro e, inevitabilmente, si continua a camminare per non morire.
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