Miu Miu Women’s Tales – L’abito fa il corto
Nel 1969 esce La scomparsa di Georges Perec, un libro in cui non compare mai la lettera “e”. Questo vincolo faceva parte delle restrizioni formali che si imponevano scrittori e scrittrici appartenenti all’OuLiPo, il laboratorio di letteratura potenziale che aveva lo scopo di sperimentare con e sul linguaggio. Nella serie di corti che compongono la serie “Miu Miu Women’s Tales”, la restrizione formale è costituita dalla moda. Il progetto di Miuccia Prada dà la possibilità dal 2011 a una serie di registe – emergenti, acclamate, in ogni caso rilevanti nel panorama internazionale – di produrre a spese del marchio un corto, alla sola condizione che utilizzino gli abiti e gli accessori della collezione invernale o estiva di quell’anno. L’abito non fa il corto, ma questa direttiva porta inevitabilmente le registe a una riflessione sulla relazione che il cinema intrattiene con la moda, oltre che a una messa a fuoco insolita di ciò che spesso passa in secondo piano. È interessante fare luce su questo progetto in un momento in cui le passioni del mondo della moda e di quello cinefilo stanno coincidendo – basti pensare al discorso che si è creato attorno agli outfit di Carolyn Bessette Kennedy in Love Story (Disney+), o all’imminente uscita del Diavolo Veste Prada 2.

Il progetto di Miu Miu concretizza quella che è stata sempre la filosofia della sua direttrice creativa, la quale in una conversazione con il collega Raf Simons nel 2020 diceva che il miglior modo per approcciarsi alla moda è studiare, vedere film, leggere libri, esporsi a tutti i tipi di espressione artistica. Guardare insomma ai progetti culturali come una commistione di arti che valorizzi ciascuna di essa, singolarmente e nella sua armonizzazione con le altre. I racconti sono per le donne e sulle donne, per la moda e, secondo prospettive diverse, sulla moda. Soprattutto, creano un dialogo interno all’archivio, per cui le registe si confrontano con i lavori precedenti delle loro colleghe e si inseriscono consapevolmente in una linea di narrazioni legate, anche solo esteticamente, tra loro. Il brand di Miu Miu – quello metaforico e quello di stoffa che ricopre molti dei suoi prodotti – è ciò che smarca l’abito dall’anonimia attribuita di solito al costume di scena, diventa la firma dell’artista sul proprio quadro.

Discipline (2026), l’ultimo corto della serie per la regia di Mona Fastvold, lo mostra bene. La rigidezza e apparente conformità dei vestiti indossati dalle pupazze-bambine in un collegio nascondono in realtà la loro potenzialità espressiva. Nel momento in cui le allieve cominciano a ballare, le gonne si spiegano e si gonfiano in palloncini, le ballerine che portano ai piedi luccicano, ma soprattutto uno dei pupazzi prende vita, ed emerge dal gruppo con un nuovo abito colorato. Questa Pinocchio femminile, interpretata da Amanda Seyfried, rappresenta l’evoluzione del rapporto con la moda che per Fastvold si sviluppa durante l’infanzia e l’adolescenza delle ragazze: i vestiti sono un’armatura che prima ingabbia e che poi, attraverso il movimento, diventa uno strumento potente a servizio della creatività. Così come in The Testament of Ann Lee, la coreografia di Celia Rowlson-Hall rappresenta la liberazione espressiva all’interno della costrizione formale dell’abito.

Ma ci sono anche registe che scelgono di personificare un capo di Miu Miu e farlo diventare effettivamente protagonista del corto. In De Djess (2015) di Alice Rohrwacher, un abito trovato per caso sugli scogli del Lido veneziano si trova catapultato all’interno dell’Hotel Excelsior in un mondo di fotografi alla Blow-up e prime donne, dove tutti parlano un grammelot fantastico; dopotutto, i vestiti non sanno l’italiano. Si intravede qui già la critica alla mercificazione aggressiva delle opere artistiche sotto il capitalismo che Rohrwacher sviluppa con La Chimera. La regista inglese Joanna Hogg descrive invece l’Autobiografia di una borsetta (2025), e gioca con il nome del modello: una Miu Miu Wander Bag vaga da un luogo all’altro in una rocambolesca odissea, ma rimane sempre il contenitore dei sentimenti e delle frustrazioni delle sue proprietarie. Per rendere la sensazione di una prospettiva genuina, Hogg ha effettuato le riprese con degli iPhone 16 che ha posizionato sul fondo e sui lati della borsetta; il punto di vista diventa l’ovale creato dalla congiunzione del manico e della cerniera.

Vincolare il corto alla collezione di Miu Miu significa anche trovare soluzioni per adattare i capi al messaggio su cui si vuole insistere. È quello che fa per esempio Alice Diop, che in Fragments for Venus (2025) veste Kayije Kagame con un abito dorato, lo stesso colore delle cornici dei quadri di artisti bianchi che ritraggono donne bianche, appesi alle pareti del Louvre. Con il suo corto Diop vuole riparare un tipo di rappresentazione deformata, a cui si conformano spesso, a sua detta, anche le artiste nere. Si ispira al poema Voyage of the Sable Venus della poeta Robin Coste Lewis per portare sullo schermo tredici modi di guardare una ragazza nera, e ricompone in una delle inquadrature la celebre fotografia di Art Kane “A Great Day in Harlem” (1958), portando in rilievo le varie filature artistiche che compongono la trama cinematografica. Una trama simile tiene insieme i corti della collezione: che sia l’abito a determinare la struttura del corto o viceversa, i diversi approcci delle registe contribuiscono a creare un archivio in cui la conversazione tra le arti e tra i corti stessi rimane sempre viva.

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