La seconda stagione di Beef – Formiche sull’orlo di una crisi di nervi
Quando le formiche smarriscono la propria strada hanno la tendenza a inseguirsi, nella speranza che un’altra del gruppo sappia cosa sta facendo, ma alla fine si creano solo dei vortici puntinati che terminano solitamente con una morte stupida ed evitabile. I personaggi di questa seconda stagione di Beef, una di quelle tante creature nate come miniserie e poi trasformatisi in pluristagionali (almeno in questo caso si tratta di un’antologia), si muovono proprio come le formiche illustrate sui poster che hanno accompagnato il lancio, ignorando però una minaccia esterna: un altro umano pronte a schiacciarle in un gesto di pietosa crudeltà.
È proprio con una formica schiacciata da una scarpa che comincia la storia, Josh (Oscar Isaac), il general manager del country club Hasta Vista Point, ha ben altro a cui pensare rispetto alla fauna che abita i grandi prati dove i più ricchi giocano a golf e insultano lo staff. Il suo luogo di lavoro sta cambiando gestione e la nuova boss, un’austera miliardaria coreana chiamata con l’epiteto di Presidentessa Park (Youn Yuh-jing, premio Oscar come migliore attrice non protagonista per Minari), è pronta a fargli visita per vedere i risultati della ristrutturazione presieduta da Lindsay (Carey Mulligan), interior designer e moglie di Josh.

Quando la coppia torna a casa, dopo un compleanno dimenticato e chiamate di lavoro che minano ogni loro conversazione, iniziano a urlarsi addosso tutti i problemi che stanno cercando di ignorare da mesi: una casa di cui non potranno finire i lavori di ristrutturazione, il fatto di non fare sesso da un anno, il confronto costante con i loro migliori amici e i soldi che mancano persino per divorziare. Peccato solo che il picco di violenza verbale e fisica di quel litigio venga visto e immortalato con un cellulare da una giovane coppia di dipendenti del resort, Austin (Charles Melton) e Ashley (Cailee Spaeny), arrivati a casa loro per restituire un portafoglio dimenticato. Quel video diventa una moneta di scambio, una minaccia strutturale alla percezione pubblica di Josh e Lindsay e la possibilità per Austin e Ashley di esigere rispetto e un contratto migliore, ma le richieste da entrambi i fronti diventano sempre più sfacciate ed aggressive.
Se la prima stagione di Beef metteva al centro due anime perse che trovavano in un incidente stradale e nella rabbia conseguente, questo ritorno della serie di Lee Sung Jin, disponibile dal 16 aprile su Netflix, cambia la formula: parliamo sempre di uno scontro, anche se in questo caso sarebbe meglio usare il plurale, tra coppie che credono di capirsi quando in realtà semplicemente non si parlano e tra le generazioni che rappresentano. È la Gen Z contro i Millennial, i boomer verso i nativi digitali in un rigurgito di keyword e mentalità che nascono e spesso muoiono con Internet. Il video ovviamente è in verticale, pronto a essere diffuso sui social e ad essere giudicato da chi non ha contesto. Il disagio che Ashley e Austin sentono è colpa del late stage capitalism, un termine rubato dal Novecento ma che nel mondo post-crisi finanziaria del 2008 ha assunto tutta un’altra connotazione: l’uomo vive in un sistema-prigione dal quale non può uscire e non può esigere un miglioramento. È una formica che può dedicare tutta la sua vita al lavoro, ma pur sempre una formica rimarrà.

Consapevoli di questa condizione, a cui partecipano anche le generazioni successive a quella di Ashley e Austin con differenti gradi di disillusione, i personaggi di Beef cercano di aderire a prospettive di vita che non gli appartengono. Lindsay crede che la felicità dipende da una casa trasformarbile in un Airbnb, Josh crede di poter migliorare se stesso attraverso i l’ascolto dei podcast, Ashley mostra un disgusto per i ricchi ma davanti a un’emergenza medica non vorrebbe altro che un’assicurazione, Austin è percepito come sufficientemente coreano per la prima volta nella sua vita e l’incontro con la Presidentessa Park e con la sua assistente Eunice (Seoyeon Jang) lo porta a mettere in discussione il modo in cui la fidanzata lo ha visto fino a quel momento.
Specialmente nella prima metà di questa seconda stagione, Beef pecca – ma magari più serie avessero questo coraggio – di ambizione. Lee Sung Jin è un osservatore attento del presente, del modo in cui si muove il discourse culturale e sa come ogni disputa al giorno d’oggi sia riducibile in hashtag che riassumono e forse sminuiscono il contenuto. Da quegli spunti volatili crea un intreccio multigenerazionale, dove i punti di vista non possono coesistere, solo essere manipolati, e se nei primi episodi l’impianto per quanto fitto rimane in piedi, quando la presenza della coppia più anziana, quella composta dalla presidentessa Park e dal marito chirurgo Kim (un sempre bravo Song Kang-ho a cui purtroppo viene dato poco da fare), la serie termina le cose da dire e sul finale si trova ad arrancare nell’inseguimento di un’idea che ha perso lucidità. L’escalation del litigio, la beef del titolo, nella prima stagione trovava una forma più convincente, mentre qui i giochi cambiano e la serie sfugge dalle conversazioni che ha aperto (e sono tante e fondamentali, sia sulla società che sul nostro modo di percepire e vivere le relazioni romantiche) nel corso degli episodi proprio nel momento più decisivo.

In un cast che conta non solo la reunion di Oscar Isaac e Carey Mulligan a tredici anni dal bellissimo A proposito di Davis dei fratelli Coen e la nuova promessa cinematografica Cailee Spaeny (vista di recente in Wake Up Dead Man: Knives Out), l’attore e il personaggio per cui Lee Sung Jin ha una visione più chiara e completa è Charles Melton con il suo Austin. Un giovane uomo, infetto dal virus del primo amore, che cerca il suo posto nel mondo, qualunque esso sia con un’identità culturale e sociale sospesa tra la Corea e gli Stati Uniti. Quella stessa giovinezza che Melton aveva strumentalizzato sapientemente in May December di Todd Haynes, qui assomiglia allo charme di facciata e allo smarrimento dietro le quinte del leader di una boyband: un bel viso costretto a un gioco che non capisce fino in fondo. È un ruolo costantemente sul margine, tra maturità e innocenza, tra sorriso e inquietudine, tra scudo e arma e Melton è capace di dimostrare ancora una volta di essere uno di quei volti da tenere d’occhio.
Se la prima stagione di Beef appariva molto più vicina al quotidiano di ciascuno di noi per il suo pretesto, è facile avere un maggiore distacco da questi episodi per osservarli forse con un occhio più giudicante e morale. Tutti abbiamo suonato il clacson dopo una manovra sbagliata di un’altra macchina, non tutti abbiamo pensato di registrare una litigata del nostro capo per minacciarlo. È un salto in avanti e nel vuoto per la serie, che nonostante perda la sua strada, aprirà una riflessione nelle coppie, proprio come recentemente ha fatto Kristoffer Borgli con il suo The Drama o Ludovica Rampoldi con Breve storia d’amore (con cui Beef condivide il leitmotiv delle formiche), e ricorderà loro che è meglio avere quel fatidico ed esplosivo litigio prima che sia troppo tardi.
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