Ma che problemi abbiamo con il True Crime? – Appunti su Manson, con Luigi Noah De Angelis
Cercare Charles Manson online significa imbattersi in un’abbondanza di contenuti (tra documentari, podcast e articoli) che provano a raccontare la storia di un fascino dalle tinte macabre – quello che Manson era capace di esercitare sui suoi adepti. Assassino feroce ma anche leader carismatico, è ritornato a essere oggetto di attenzione nel 2019 con il film di Quentin Tarantino, C’era una volta a… Hollywood, in cui il criminale di Cincinnati ordina la mattanza di Sharon Tate e del figlio che portava in grembo.
A teatro, questo personaggio, iper-trattato altrove, mancava. Fanny & Alexander hanno lavorato a Manson, fianco a fianco con il suo interprete Andrea Argentieri, immaginando che il pubblico possa trovarsi davanti un redivivo Charles e porgli delle domande.
Come un “magnetofono incarnato”, come lo ha descritto Luigi Noah De Angelis, ideatore e regista dello spettacolo, che torna al Teatro Gerolamo di Milano il 7 marzo 2026.
Il progetto dei ritratti mimetici di Fanny & Alexander ha finora rimesso in vita le parole e l’oralità di figure molto diverse tra loro: uno scrittore come Primo Levi, una cantante come Nina Simone e, da ultimo, Charles Manson. Ci racconti di più del progetto in generale? C’è un filo che aggrega e connette i personaggi, o qual è il criterio che di volta in volta scegliete per gli adattamenti?
Il progetto della galleria di ritratti mimetici nasce dall’esigenza di far risuonare nel presente la forza del carattere e del pensiero di alcune figure che hanno lasciato testimonianza della propria voce e della propria visione del mondo, e che oggi non sono più in vita.
Charles Manson è una di queste figure. Ci si potrebbe chiedere: perché proprio Charles Manson, un omicida? Perché farlo apparire in questa galleria di ritratti mimetici? La ragione è che Manson è una figura chiave della società americana e, in fondo, del nostro tempo: una figura che ha dilagato nell’immaginario collettivo ed è stata intercettata da molte forme artistiche, non ultima quella cinematografica, in diversi modi e prospettive.
La sua vicenda è in qualche modo sintomatica di una società — come quella americana e, più in generale, occidentale — che si fonda anche sulla violenza. Attraverso la storia di Manson e della sua Family, sono emersi eventi certamente nefasti, ma che funzionano come una sorta di cartina di tornasole di una società profondamente infettata dal virus della violenza a molti livelli. Manson fu infatti il leader di un gruppo settario i cui membri commisero una serie di omicidi nel 1969 che sconvolsero l’opinione pubblica americana e mondiale.
Esiste una sorta di specularità tra lo spettacolo dedicato a Manson e quello su Primo Levi, perché entrambi — da prospettive totalmente diverse — indagano il tema del male e del male che ha attraversato e continua ad attraversare la nostra società e il nostro tempo.
La scelta è di straordinaria attualità.. Elisa True Crime, il delitto Garlasco, Tarantino, e poi le serie Netflix da Mindhunter a Dahmer. Io assumo che vi siano spiegazioni profonde di natura psicologica e scientifica, ma vorrei la tua risposta da artista – dunque da osservatore della società.
Insomma, anche Jack lo Squartatore generò una fascinazione, per cui credo che non si tratti di una contingenza storica. A mio avviso però il panorama mediale ha contribuito a rafforzare questa tendenza alla mitizzazione della psicologia perversa dell’uccisione.
Ti chiedo di aiutarmi a sciogliere l’arcano: ma perché ci piace tanto il true crime?
Mi viene da rispondere con una frase di Charles Manson, che diceva: «Io sono solo un riflesso di voi stessi».
Primo Levi, da un’altra prospettiva, suggerisce qualcosa di molto simile quando afferma che il mostro, in fondo, non esiste davvero. Esiste piuttosto un virus latente della violenza all’interno di quella che lui chiamava una “zona grigia”, uno spazio morale ambiguo a cui tutti possiamo appartenere o in cui possiamo inciampare, dove avviene la rottura di un patto che sta alla base del nostro vivere sociale, della convivenza all’interno di una comunità, che convoca dei perimetri attitudinali tra le persone.
C’è sicuramente anche una componente di morbosità voyeuristica nell’avvicinarsi a ciò che chiamiamo “mostro”, perché istintivamente sappiamo che dentro di noi esiste un potenziale latente che, in determinate condizioni, potrebbe renderci simili a ciò che osserviamo.
In questo senso il mostro non esiste davvero: ciascuno di noi, nel proprio profondo, sa che questo potenziale, ahinoi, fa parte dell’umano. Proprio per questo ci appare così vicino. E forse è anche per questo che nasce una fascinazione così strana e inquieta: perché riconosciamo in quella figura qualcosa che, in forma di germe, appartiene anche al nostro stesso essere.

© Luigi Noah De Angelis
Mi pare di aver rintracciato due vie di avvicinamento al personaggio, anche nella ricezione del pubblico. Una intima, che ricerca nella storia individuale – familiare, soprattutto – e in quella psichiatrica, le motivazioni a cui ricondurre le azioni e le scelte di Manson.
Ce n’è un’altra, poi, che rivolge il suo j’accuse alla collettività e a una violenza strutturale, come se la società creasse le condizioni per l’emersione della violenza.
A mio avviso, e aggirando qualsiasi tentazione anche solo vagamente assolutoria, la risposta è multifattoriale, e vettori contestuali incidono sempre su un substrato particolarmente ricettivo.
Il tuo racconto di Manson dove si colloca? Quanto conta la sua storia personale (“figlio di una prostituta è quasi sempre la prima descrizione che gli si associa”), e quanto ti ha invece interessato esplorare l’America degli anni ’60?
Charles Manson è figlio della società del suo tempo e degli anni in cui è cresciuto. Ha trascorso gran parte della sua giovinezza nei riformatori e nelle prigioni: luoghi in cui si parla di “rieducazione”, ma dove in realtà domina spesso una legge violenta. In fondo fa quasi sorridere parlare di riformatorio…
Lui stesso lo racconta molto chiaramente: che cosa ci si può aspettare da qualcuno che ha imparato la lingua violenta delle prigioni degli Stati Uniti d’America? Non sono luoghi pensati per riformare un individuo che si trova a essere imprigionato, tanto meno un ragazzo come lui, cresciuto nei riformatori e abbandonato dalla madre quando era ancora molto giovane.
Manson descrive quelle che chiama think chambers, le “stanze del pensiero”, cioè le celle: luoghi in cui la violenza è quotidiana. Si viene picchiati, si rischia costantemente di morire, si vive in uno stato di allerta permanente. Bisogna difendersi continuamente. È la logica del più forte, la logica della violenza che governa quel mondo, “the underworld”.
In un contesto del genere è inevitabile chiedersi: come ci si può formare? Che cosa ci si può aspettare da qualcuno che cresce in un ambiente simile e poi si ritrova improvvisamente sulla strada? La lingua che conoscerà, il modo in cui si esprimerà nel mondo, saranno inevitabilmente quelli che ha imparato lì dentro, quelli di cui è impregnato.
Charles Manson possedeva una grande lucidità su questo punto. La sua rabbia nei confronti della collettività e della società americana nasce anche da questa consapevolezza: dal fatto che, mentre a livello politico vengono decisi massacri e genocidi su scala di decine di migliaia di persone, l’opinione pubblica sente il bisogno di individuare un capro espiatorio per lavarsi la coscienza. E così un caso mediatico come quello del delitto di Cielo Drive diventa il luogo in cui una società proietta e concentra le proprie colpe.
Lo spettacolo è costruito su una modalità pseudo-partecipativa (ndr. al pubblico vengono fornite 32 domande a inizio spettacolo): come hai scelto le domande da porre e come pensi che impatti questo sull’esperienza spettatoriale?
Le domande sono state scritte e scelte da Chiara Lagani e sono tutte connesse al lavoro di studio che sta alla base dello spettacolo. In precedenza, insieme ad Andrea Argentieri, avevamo già fatto una prima selezione delle interviste rilasciate da Charles Manson durante la sua vita. Sono numerosissime: spesso troupe televisive entravano nel carcere per intervistarlo, lo facevano vestire bene, si scattavano fotografie con lui — quello che oggi chiameremmo quasi dei selfie con il “mostro”.
Per la televisione di quegli anni Charlie Manson era diventato una sorta di fenomeno da baraccone mediatico. A volte lui stesso giocava su questa immagine e metteva in scena il suo show davanti alle telecamere; altre volte, invece, è evidente che si trova sotto l’effetto di farmaci, più sedato, meno performativo.
Le 32 domande dello spettacolo provengono da 32 interviste diverse a Charles Manson. Sono materiali che oggi si possono trovare anche online, su YouTube o in vari documentari. Tutto il lavoro è basato sull’oralità e sulla forza del suo pensiero che si esprime nella parola parlata.
Lo spettatore si trova così a essere, di fatto, membro di una giuria postuma. Ha la responsabilità di porre le domande e di creare ogni sera una drammaturgia diversa, perché le domande possono essere poste nell’ordine che si desidera. Questo significa che ogni sera la drammaturgia si compone in modo differente: ogni assemblea di spettatori, ogni “giuria”, costruisce inconsapevolmente un proprio percorso, accordandosi a uno spirito o a uno stato d’animo assembleare che si forma in quel momento, nel momento della performance.
Questo aspetto per noi è molto interessante, perché implica un atto di responsabilità da parte dello spettatore. È quello che con Fanny & Alexander chiamiamo una forma di testimonianza attiva: un atteggiamento non passivo di fronte allo spettacolo. In questo dispositivo lo sguardo non è innocente. L’atto del guardare è strettamente connesso all’assunzione di responsabilità della domanda che si pone a Charles Manson.
Si è parlato per questo Manson di “giuria”, di mettere Manson e poi persino noi sul banco degli imputati. Francamente, l’efferatezza e la spietatezza di queste azioni è per me fuori dai confini del pensabile, perciò mi sembra un puro esercizio intellettuale, da parte dello spettatore, ricercare un’identificazione, o una traccia di sé in Manson. Tu cosa hai trovato di te dentro lui? E hai mai provato empatia, quando ti sei dedicato allo studio della sua vita?
Certo, io empatizzo molto con Charles Manson, per diversi motivi. Potrei richiamare qui l’affermazione di Primo Levi secondo cui il “mostro” in realtà non esiste: ciò che chiamiamo male non appartiene a creature eccezionali e disumane, ma può emergere dentro la normalità dell’essere umano. Levi insiste proprio su questo punto: gli autori dei peggiori crimini non erano mostri, ma uomini comuni.
Al di là di questo, però, empatizzo con Manson anche perché avverto in lui un essere umano braccato, cresciuto in condizioni di vita estremamente difficili. A mio avviso uno Stato non dovrebbe mai comportarsi con la stessa logica di violenza che attribuisce a chi ha commesso i peggiori atti.
Empatizzo dunque con qualcuno che è certamente una figura manipolatrice, ma che, come è noto, non ha materialmente compiuto molti degli atti che gli sono attribuiti: piuttosto ha creato le condizioni mentali e psicologiche perché venissero compiuti da altri membri della sua cerchia. Gli omicidi più noti legati al suo nome — come quello di Cielo Drive nel 1969 — furono infatti eseguiti da membri della cosiddetta “Manson Family”, sotto la sua influenza.
È stato spesso osservato che, secondo altri sistemi giudiziari — per esempio quello italiano — una condanna come la sua sarebbe stata più complessa da formulare. Negli Stati Uniti, invece, il caso assunse rapidamente una dimensione mediatica enorme, e in quel momento storico sembrava necessario individuare in lui un colpevole emblematico. Fu uno dei primi grandi casi giudiziari completamente immersi nella dimensione mediatica.
Io empatizzo soprattutto con una mente attraversata da una rabbia enorme, ma capace a volte di esprimere il proprio pensiero con grande lucidità. In alcune sue dichiarazioni emerge persino un pensiero politico che può risultare, almeno in parte, condivisibile. Ed è proprio questo che lo rende così spiazzante: non lascia indifferenti, perché dice cose che a tratti possono sembrare incredibilmente vicine a ciò che anche noi potremmo pensare.
Forse certe verità scomode possono essere pronunciate solo da qualcuno che si trova in quella posizione estrema: da qualcuno che parla da una “camera del pensiero”, come la cella di un penitenziario. I penitenziari, spesso, sono luoghi profondamente disumani. Ed è anche per questo che mi capita di empatizzare con chiunque si trovi in quella condizione, chiunque esso sia, anche il peggior ergastolano.
Come hai lavorato con Andrea Argentieri? Nelle tue note di regia mi sembra che da regista tu abbia vissuto e quasi com-partecipato alla creazione attoriale. Ci sono note sulla voce, sullo studio delle fonti d’archivio, e di nuovo la voce, e poi i sussulti, l’impostazione del corpo. La difficoltà in questo caso è aggirare la tentazione di mimesi assoluta, e tanto meno di scimmiottare il personaggio storico scelto.
Andrea Argentieri ha fatto un lavoro incredibile, in gran parte anche solitario, per entrare in connessione con la figura e con il personaggio di Charles Manson. Ha compiuto quello che potremmo chiamare dei veri e propri “bagni di voce”: ha ascoltato la voce di Manson per lunghissimo tempo, osservandone attentamente la prossemica, guardando i video delle interviste e studiando le immagini che ci sono rimaste.
È stato un lavoro molto lungo e meticoloso, quasi da Actors Studio, per poter incarnare questo personaggio. Nel periodo del debutto, per esempio, è arrivato addirittura a dimagrire di molti chili, per avvicinarsi a quella sensazione di sfinitezza che il corpo di Manson spesso trasmette nei filmati delle sue interviste dal carcere.
Per questo mi viene da dire che, più che di una semplice prova attoriale, si tratta quasi di una forma di co-autorialità. Nel modo in cui lavoriamo con Fanny & Alexander, la drammaturgia è sempre profondamente connessa ai corpi e all’anima di chi lavora con noi. Raramente esiste un progetto senza che abbiamo in mente fin dall’inizio gli interpreti che lo porteranno in scena.
In questo caso, certo, esiste anche una certa somiglianza fisica con Charles Manson, ma ciò che conta soprattutto è la straordinaria capacità di Andrea Argentieri di trovare dei riverberi interiori con i personaggi: come se fossero dei demoni che lo attraversano e che lui riesce poi a far vibrare e a canalizzare verso l’esterno.
Il lavoro che ha fatto è stato quindi soprattutto un lavoro di osservazione, di ascolto e di meditazione sulla grana della voce di Charles Manson, sulle sue posture, sul suo volto, su ciò che trasmette nei filmati che ci sono rimasti.
La voce di Manson è una voce che parla un americano molto lontano dall’igiene della dizione: è segnata da inflessioni regionali e da una lingua che porta con sé tutta la storia di chi l’ha pronunciata. Manson era nato in Ohio e aveva trascorso gran parte della sua giovinezza in riformatori e istituti di detenzione, esperienze che hanno segnato profondamente la sua formazione e il suo modo di esprimersi.
Per questo Andrea Argentieri ha lavorato con un coach dell’Ohio, proprio per avvicinarsi il più possibile alle stesse cadenze, alle esitazioni, agli accenti e al ritmo di quella voce. In una voce, infatti, è contenuto un intero bagaglio di informazioni su una persona.
Questo tipo di ascolto non è affatto innocente: può essere persino avvelenante. Non è semplice esporsi a lungo a una voce come quella. Non a caso, dopo il lavoro, è necessario anche in qualche modo “ripulirsi” da questa contaminazione. Ma è una contaminazione necessaria, perché da lì nasce una credibilità e una verità scenica molto forti.
A un certo punto lo spettatore quasi dimentica di essere a teatro: sembra davvero di trovarsi di fronte al personaggio di Charles Manson, come se fosse di nuovo lì, vivo, davanti a noi.

© Luigi Noah De Angelis
C’è un aspetto della storia di Manson che fa trasalire per la sua connessione con quanto sta emergendo dagli Epstein files. Parlo della costituzione di una rete di natura massonica, e dell’aspetto un po’ esoterico della vicenda Manson. Ridurre quegli anni delittuosi alla singolarità di Manson oscura il suo ascendente sugli altri, sulla Famiglia, la sua vocazione a un carisma quasi messianico. Nella tua drammaturgia, hai affrontato anche questo aspetto, pur scegliendo di avere un solo attore in scena?
Con Chiara Lagani abbiamo immaginato di dividere lo spettacolo in due parti.
Nella prima parte c’è una sorta di antefatto, che rappresenta simbolicamente l’atto d’accusa. È quasi un radiodramma immerso nel buio: nel nero della scena compaiono delle scritte che fluttuano e che raccontano il mito e la storia del delitto di Cielo Drive, ma anche la nascita del mito di Charles Manson. In questa prima sezione viene evocata tutta la dimensione messianica che ha accompagnato la figura di Manson e tutto ciò che, nell’immaginario collettivo, si è depositato attorno a lui. I delitti di Cielo Drive del 1969 hanno infatti segnato profondamente l’immaginario pubblico americano e mondiale.
Per questo parlo di mito: Charles Manson è diventato ormai una figura mitologica del nostro tempo, una presenza che appartiene all’immaginario collettivo.
La prima parte dello spettacolo è dunque come l’esposizione dell’accusa. Dopo questa sezione c’è una fase di passaggio, quasi un limbo intermedio: l’epifania del personaggio. È il momento in cui la presenza di Charles Manson appare sulla scena attraverso il corpo dell’attore. È un’epifania quasi fisica, corporea, quasi tellurica: una sorta di discesa della sua forza e del suo carattere nel corpo dell’interprete, di fronte alla giuria, il pubblico.
Poi arriva la terza parte, quella delle domande della giuria postuma rivolte a Charles Manson. Qui è lui ad avere la possibilità di parlare, di dire la propria versione. Gli spettatori diventano una sorta di giuria e ciascuno decide dentro di sé come collocarsi di fronte a questa figura: quanto accoglierla, quanto respingerla, quanto lasciarsi spaventare o quanto empatizzare.
Non c’è però alcuna forma di esaltazione messianica del personaggio. Al contrario, Manson viene convocato come una figura sintomatica: un demone del nostro tempo. Ma “demone” non nel senso cattolico del termine, bensì nel senso greco antico di daimon, cioè una forza che attraversa l’umano e che ne rivela le contraddizioni.
Prendo in prestito, per la nostra ultima domanda, un testo di riferimento per chiunque voglia avvicinarsi a comprendere la natura filosofica e sociale della violenza. René Girard nel suo La violenza e il sacro non lascia scampo: non possiamo fare a meno della violenza, strutturalmente, antropologicamente. La secolarizzazione, che cancella il sacro del tempo che viviamo, acuisce il bisogno di trovare vie catartiche per esprimere la violenza.
C’è una tensione latente che resta largamente inespressa, o maldestramente veicolata da mediocri testi rap o leoni da tastiera – e ce n’è un’altra che scoppia in modo virulento nelle piazze o nelle case. In questo iato, io vedo uno spazio, eterno, per il teatro, da riempire.
C’è ancora speranza che il teatro riacquisisca e rafforzi, in questo tempo storico, la sua antica funzione di esegesi e trasformazione delle nostre inquietudini?
Io credo in un teatro che si ponga delle domande: un teatro che interroga, che apre questioni, ma che non pretende di offrire risposte definitive e che non si arroga il diritto di giudicare. Come diceva Deleuze, «lasciamo giudicare i giudici»: che siano la giurisprudenza e il diritto a stabilire le colpe.
All’arte spetta piuttosto il compito di interrogare, di mostrare le pieghe della realtà, di far emergere dei sintomi. In questo senso il teatro può avere una funzione importante. Non credo che abbia una funzione salvifica, ma può almeno generare una forma di connettività critica e mettere l’essere umano di fronte alla complessità.
Qual è la domanda che faresti tu a Manson se te lo trovassi davanti?
A questa domanda non so rispondere, perché Charles Manson non è più in vita, per cui qualsiasi risposta sarebbe assolutamente artificiale e, forse, narcisistica.

© Luigi Noah De Angelis
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