L’ufficiale e la spia – Dal falso alla post-verità

«Vi dirò subito che i miei occhi non sono dei migliori»

William Shakespeare, Re Lear, atto V, scena III

La Vérité – per citare il titolo di un altro film in concorso alla 76esima Mostra del Festival di Venezia – nel cinema di Polanski è un orizzonte evanescente. Totalmente inaccessibile o opacizzata dalla caligine del dubbio, il percorso che sembra condurvi si rivela spesso un beffardo cul de sac. Ne L’ufficiale e la spia però non si tratta più di ragionare sull’indecidibilità tra vero e falso, come accadeva ancora nel precedente Quello che non so di lei, quanto di operare uno scarto da tale prospettiva e un suo ribaltamento. La verità dell’affaire Dreyfus è flagranza storica, dato noto sia allo spettatore sia al colonnello Georges Picquart (Jean Dujardin), che riaprì il processo contro il capitano ebreo Alfred Dreyfus (Louis Garrel), accusato nella Parigi antisemita del 1894 di aver fornito segreti militari ai nemici tedeschi. L’impresa di Picquart dunque non sta tanto nello svelare la macchinazione ai danni di Dreyfus, quanto semmai nel conferire alla verità accertata valore di realtà effettiva agli occhi ostili del tribunale militare, dello Stato e dell’opinione pubblica. L’ultimo film di Polanski sonda così l’intercapedine che separa la ricerca della verità dal suo riconoscimento ufficiale (giustizia), la mera falsificazione dalle logiche della post-verità.

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Rigore. Alla virtuosa tortuosità del thriller psicologico, in cui la verità si dava come posta mancata, non ricomponibile, Polanski sostituisce la frontalità didattica della ricostruzione storica, dove, al contrario, la verità è lampante ma fatica ad affermarsi. Incalzante nel suo incidere tra gli infami orizzonti di gloria del Potere, L’ufficiale e la spia espone con lucida linearità, aderisce stilisticamente a uno scrupoloso realismo ma termina comunque sui binari dell’assurdo. L’unico modo per Dreyfus di trovare giustizia è accettare la Grazia del presidente Loubet per un crimine non commesso. Sostanzialmente dichiararsi colpevole. Nel finale il cul de sac è assicurato. Nell’incontro tra Dreyfus e Picquart è infatti scansata ogni retorica. Alla legittima richiesta di promozione del primo, dopo anni di ingiusta detenzione, il secondo risponde con un secco diniego, manifestando il perdurare, nonostante gli sforzi intrapresi per salvare l’ufficiale, del suo radicato antisemitismo. I prodromi dell’orrore nazifascista sono già in gestazione. Polanski aggiorna così la sua poetica, la lega a doppio filo a un presente mediatico dove ai fatti viene preferita l’immediatezza di una pilotata percezione popolare e le inclinazioni xenofobe sono una realtà normalizzata. Tra l’impeccabilità filologica della messa in scena e il supporto digitale con cui è girato il film si situa lo sguardo collante di un regista che rianima il passato ma interpella costantemente il nostro tempo. Parla a noi, parla di noi.

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L’ufficiale e la spia è il fiero atto d’accusa a un’Europa silente che riversa a mezza bocca il veleno dell’odio. Ma soprattutto una lucida invocazione alla nostra responsabilità di fronte a qualsiasi tribunale virtuale, sommario e dettato dall’arbitrio. Negato ogni solipsistico passatismo, il J’accuse di Émile Zola rimbomba nei nostri timpani, come atto incendiario più potente di ogni biblioclastia, al culmine del più vibrante ma sempre incredibilmente calibrato rigurgito emotivo del film. Con l’articolo dello scrittore francese e il caso Dreyfus non nasce ex abrupto una nuova figura di intellettuale. Ma è soprattutto da questo momento che comincia ad affermarsi la percezione della sua centralità come attore pubblico collettivo.

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È dunque la parola, nel film, la vera protagonista che sopperisce alla mancanza di una luce che rischiari – più esplicito il titolo originale. Alla fotografia plumbea e claustrofobica di Pawel Edelman (con Polanski dai tempi de Il pianista), all’oscurantismo di una nazione e all’assenza delle luci del cinematografo (che a pochi mesi all’epoca dell’arresto di Dreyfus si apprestava al suo primo vagito), risponde una sceneggiatura che esalta la potenza della parola, che ascrive ai campi e controcampi il terreno della sua battaglia. Quella parola, scritta e orale, che certo può infangare, distorcere, ridurre in catene ma che può anche liberare dal giogo, restituire dignità. Lettere, brandelli di lettere, esami calligrafici e intense oratorie, la centralità del verbo ossessiona L’ufficiale e la spia. Con l’ennesimo paradosso, Polanski trova così nella parola il veicolo più efficace e puntuale per parlare a una società, la nostra, dominata dalle immagini e costretta pertanto, nell’era della loro proliferazione spasmodica e di rinvigorite spinte reazionarie, a confrontarsi con ulteriori problematicità.

Per chi scrive, questo è ciò che conta in J’accuse. Farne invece strumento di rivalsa del suo autore contro il bailamme mediatico invece no, non è tra i miei interessi. Lascio ad altri il piacere. Il film vola più in alto di questi opinabili paralleli. Ma la verità ha i piedi pesanti. Qualsiasi essa sia, prima o poi torna a terra. 

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