Marty Supreme è un grande spot contro la separazione delle carriere
«Io ho un sogno: avere un sogno!»
(Scary Movie 3)
Josh Safdie è un principe del caos, ha sempre saputo inquadrare la metropoli e darle un senso compiuto, interpretando le tante lingue che si parlano in quella foresta piena di suoni dissonanti e sogni impossibili da raggiungere. La sua città è quella dei bassifondi, degli scantinati soffocanti, dell’asfalto umido, delle abitazioni sgangherate. Gli animali di questa giungla urbana non sono quelli più nobili né quelli più popolari, sono invece per la maggior parte dediti alla pura sopravvivenza, a malapena in grado di arrivare a fine mese, spesso ricorrendo a prestiti, scommesse, crimini minori. La New York di Marty Supreme è una città da poco uscita dalla Seconda Guerra Mondiale, proiettata verso un futuro radioso, dove i grattacieli tolgono il sole ai protagonisti di questo film, che riporta in sala atmosfere alla Cassavetes, alla Mekas, al primo Scorsese ma col Ping-pong al posto della mafia.

La camera, spessissimo a mano, documenta i personaggi nella loro vita quotidiana e si lascia andare in intense carrellate e corse a perdifiato quando cerca di stare dietro al motore di tutta la storia, l’unico personaggio davvero in grado di muoversi e smuovere la stagnante situazione che lo circonda. Marty è un campione, ma di uno sport minore; per mantenersi deve lavorare e sopportare una famiglia che cerca di metterlo su binari prestabiliti, dalla madre allo zio datore di lavoro. Per uscire da questo marasma preordinato, Marty Mauser, ispirato all’eccentrico campione di tennistavolo Marty Reisman, punta tutto sul Ping-pong e sul proprio talento di truffatore. Il personaggio interpretato da Timothée Chalamet inganna, tradisce, delude, rischia, delinque, scommette, le prova tutte per liberarsi dalle briglie del suo destino. Qui la forma del cinema sembra seguire di pari passo il respiro del protagonista: imprevedibile come lui, il film ci porta fuori strada, da storia sportiva a scorribanda alla ricerca di un cane o scappatella con una star del cinema quasi dimenticata. Quest’ultima è ritratta da una Gwyneth Paltrow ormai cementificata e unico anello debole di un cast praticamente perfetto, ma per questo forse ancora più adatta al suo ruolo di persona ormai inadeguata al proprio ambiente. Tra i tanti volti, francamente incredibili, che abitano questo enorme ritratto collettivo di un’epoca e di un ambiente, spicca poi l’inaspettato ed eccellente Abel Ferrara, che nei panni di un malavitoso butterato è rappresentazione plastica di tutti quei film un po’ sporchi e un po’ notturni che hanno formato lo sguardo di Josh Safdie e del fratello Benny.

Marty Supreme e The Smashing Machine sembrano variazioni sul tema dello sportivo sconfitto e, tralasciate le evidenti similitudini tra le due storie – rapporto di coppia travagliato e viaggio in Giappone, su tutte – hanno in comune un’esplorazione stilistica fortemente personale. Benny sceglie uno sguardo più vicino a quello del docureality televisivo, Josh mira a ispirazioni più alte e risalenti, tra New American Cinema e New Hollywood, per costruire un film in cui forse il nostalgico a volte prevale sulla vera sperimentazione, ma che ha l’enorme merito di portare in sala un film davvero ben scritto, ritmico, mai paternalista con lo spettatore e mai in cerca della lacrima facile. Per Safdie nel cinema può succedere di tutto, dalla vasca da bagno che sfonda il pavimento e spezza un braccio ad Abel Ferrara fino a un’estemporanea storia di olocausto in cui un uomo cerca di salvare i propri compagni cospargendosi di miele il corpo sporco e peloso. Una sequenza che è picco emotivo del film anche grazie alla stupefacente prova di Géza Röhrig – nei panni del campione Béla Kletzki – membro di un cast corale che è il punto più forte di questo film, a riprova del fatto che Josh Safdie è un grande regista anche perché sa fare scelte originali e circondarsi di attori a volte letteralmente presi dalla strada, oltre che di professionisti e artisti di livello altissimo. Come Darius Khondji, alla fotografia, e soprattutto Oneohtrix Point Never, quel Daniel Lopatin già fondatore involontario della Vaporwave che qui continua le sue fortune nel cinema rafforzando una colonna sonora che già nei suoi pezzi non originali ha un che di iconico nel contesto energizzante di questo racconto frenetico.

Forse l’inganno più grande di questo autore è l’averci fatto credere che Marty Supreme potesse davvero essere il vincente, quello che ce la fa contro il sistema, ma siamo in un film di Josh Safdie, il protagonista non può mai veramente vincere, la sua cifra è sognare, il suo destino quello di un uomo sconfitto dalle regole della società e della vita, da un vampiro capitalista che ne pretende l’umiliazione. Oppure Marty è un vincente, era in cerca del sublime e l’ha trovato alla fine di un set vinto contro un campione giapponese di fronte a un pubblico ostile, per poi a tornare a casa e affrontare quella vita che non gli permetteva di dimostrare qualcosa, soprattutto a sé stesso. «This is how i win», avrebbe detto il protagonista di Uncut Gems, stavolta in qualche modo vendicato.

Nell’anno in cui le strade di Josh e Benny Safdie si dividono e ognuno continua la propria ricerca artistica in solitaria, mi sembra che, insistendo sul parallelo tra i due registi, Josh abbia realizzato un bel film, il più riuscito tra i due, ammirevole a tratti e a tanto così dall’essere ricordato per lungo tempo. Ma temo che manchi di quella magia che caratterizzava i lavori dei due fratelli, uniti tra l’ordine e lo sregolato realismo, capaci di trasmettere l’empatia per i propri personaggi, di farceli amare nonostante potessero essere respingenti. Lo è Marty Mauser, perfettamente interpretato da un probabile premio Oscar, ma forse, in fondo a questa corsa rapinosa verso un nuovo destino manca un po’ di cuore. Piange, Marty Mauser, chiudendo il cerchio del concepimento – geniale la sequenza iniziale – e guardando negli occhi il tempo che passa, i sogni che si infrangono, la vita che corre più veloce di te e alla fine ti raggiunge sempre, come i titoli di coda, ma piange per sé stesso.
A volte certe carriere non andrebbero separate, ma spero di essere smentito definitivamente, un giorno, da Josh e Benny Safdie, due autori in cui continuare a credere.
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