Wonka – La rivisitazione (iper)zuccherina del classico di Dahl
«Noi siamo i creatori della musica e noi siamo anche i creatori dei nostri sogni» diceva Gene Wilder nei panni di Willy Wonka nella versione del 1971 di uno dei classici più amati di Roald Dahl, La fabbrica di cioccolato. Ed è proprio un giovane Wonka sognante e inguaribilmente ottimista quello che porta in scena Paul King nel suo prequel dedicato alle origini del famoso cioccolatiere. A metà tra un prestigiatore e un eccentrico inventore, il giovane Wonka giunge in un’anonima cittadina dal sapore europeo per coronare il sogno di una vita: aprire il suo negozio di dolciumi. La strada per raggiungere questo obiettivo è però ricca di ostacoli e lo sprovveduto Wonka dovrà scontrarsi con alcuni albergatori privi di scrupoli e con il Cartello del cioccolato, che cercherà in ogni modo di sbarazzarsi di lui.

La scelta di omaggiare il film di Mel Stuart è evidente fin dalle prime scene di Wonka: è alla prima trasposizione cinematografica dell’opera di Dahl che si rifà il regista di Paddington 1 e 2, riprendendone l’iconografia, i colori accesi e saturi e soprattutto la scelta di farne un musical, citando esplicitamente alcune delle canzoni più celebri del film del ‘71. A dar volto alla terza versione cinematografica del personaggio di Willy Wonka è un Timothée Chalamet dal sorriso gentile e il volto pulito e rassicurante che con il suo immancabile fascino si cimenta per la prima volta sul grande schermo in numeri di canto e ballo. Al suo fianco spicca un cast notevole, tra cui Olivia Colman nelle vesti di una grottesca e malvagia truffatrice, Rowan Atkinson (noto per il ruolo di Mr. Bean) che interpreta un prete corrotto e “cioccolizzato” e, soprattutto, Hugh Grant, irresistibile nei panni di un Oompa Loompa dandy e vendicativo.

Paul King confeziona un film per famiglie dal tono fiabesco con musiche orecchiabili ma poco memorabili, coreografie spumeggianti che strizzano l’occhio ai grandi musical degli anni ‘40 e un impianto visivo accattivante, ma non originale, che supporta una trama semplice e piuttosto prevedibile. A pesare più di ogni altra cosa è però l’assenza di Roald Dahl, di quel suo humour cinico e irriverente che rende così originali e perturbanti le sue storie. In questa nuova e scintillante versione, Willy Wonka è un ragazzo dal sorriso aperto e il cuore buono che, seppur con qualche bizzarria, non possiede quella doppiezza ambigua del suo omonimo di carta e inchiostro e dei suoi predecessori cinematografici. Non troviamo alcun accenno al Wonka burtoniano – tanto che il rapporto padre-figlio raccontato nel film di Burton viene qui completamente dimenticato – ma assente è anche il lato equivoco ed enigmatico del personaggio di Gene Wilder e la follia psichedelica e allucinata che contraddistingue alcune delle migliori sequenze del primo film.

Sembra insomma che King, pur ricollegandosi al fortunato predecessore, abbia voluto depurarlo dalla sua componente più ambigua e adulta, costruendo un mondo a prova di bambino e rinunciando alla complessità dei personaggi di Dahl, che diventano qui delle macchiette iper-caratterizzate, eccentriche e divertenti, ma decisamente più infantili. Permangono comunque alcune trovate divertenti e sagaci, come la rappresentazione del poliziotto e dei preti corrotti a suon di dolci, il cioccolatino che dà gli effetti di una serata in città (compresa la sbronza finale) e tutte le esilaranti scene con Hugh Grant (nota di biasimo, invece, per la triste gag sull’aumento di peso di uno dei protagonisti, decisamente datata e di cattivo gusto). Il film risulta tutto sommato gustoso e ben impacchettato e stuzzicherà sicuramente l’appetito dei più piccoli, specie di quelli che non hanno mai gustato le precedenti versioni della Fabbrica di cioccolato; i grandi, invece, rischieranno di rimanere con l’amaro in bocca.
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