The Smashing Machine — Di quando The Rock decise di fare davvero l’attore
Nel 2013 uscì un bellissimo film dei fratelli Safdie sulla parabola sportiva di Lenny Cooke, giovane promessa del basket americano che si perse proprio quando la gloria sembrava a un passo. In quel frangente Josh e Benny Safdie partirono da riprese d’archivio per seguire i passi di Lenny e scoprire dove la vita l’avesse portato qualche anno dopo il suo mancato approdo in NBA, proprio là dove Lebron James, coetaneo considerato inizialmente inferiore a Cooke, dominava ormai da tempo. Successo e fallimento in chiave sportiva tornano anni dopo al centro dei pensieri creativi di Benny Safdie (ma anche di Josh, col prossimo Marty Supreme), che adotta la storia del pioniere dell’MMA Mark Kerr e la plasma col suo ormai caratteristico sguardo da documentario camera a mano, qui dopato con piccole dosi di iconografia toroscatenata che non poteva mancare nel film di un regista cresciuto a New York, città scorsesiana per eccellenza. L’operazione riuscitissima di Lenny Cooke trova stavolta una sua evoluzione – o involuzione, dipende dal punto di vista – grazie all’impianto più classico del biopic, senza riprese d’archivio e con attori.

Mark Kerr è un campionissimo di uno sport marginale, un imbattibile delle arti marziali miste, ma anche un gigante fragile, pronto a cadere alla prima sconfitta, capace di rialzarsi, tornare sobrio e affrontare nuove sfide. Insomma, la trama non è originalissima, il personaggio non è esattamente un Muhammad Ali o un Michael Jordan, ma Benny Safdie ha le idee chiare e le porta avanti fino in fondo, rinunciando a molta epica e probabilmente perdendo un po’ per strada il coinvolgimento del pubblico, messo di fronte a una narrazione spesso anticlimatica e familiare, da reality televisivo ambientato entro le mura domestiche. Mark Kerr viaggia, si allena, lotta, è grande e grosso ma anche un tenerone: pare il tipo che mentre guarda il tramonto si ascolta Debussy in cuffia e ripensa all’ultima “fight” con la compagna, qui onnipresente e interpretata da un’irrequieta Emily Blunt. Quest’ultima e Dwayne Johnson formano una coppia che è forse il nucleo principale del film, ma non il più interessante. Il melodramma di coppia si prende molto spazio ed esalta le capacità di The Rock, ma alla fine dei conti mi chiedo quale necessità ci fosse di raccontare nuovamente questa storia, con attori e tutto il carrozzone del cinema di finzione, quando esiste già un documentario del 2002 che ci racconta da vicino la vita di Mark Kerr con immagini originali dell’epoca.

Molto più intrigante è invece il rapporto con l’amico e collega Mark Coleman, interpretato dal lottatore MMA Ryan Bader, decisamente a suo agio nei panni di attore. In questa gestione del cast, sia principale che secondario, sta forse la forza del film: Benny Safdie sa fare il regista, sa portare gli attori al loro massimo livello, sa governare la materia filmica (un bellissimo 16mm) e legarne i pezzi non solo da regista ma anche da montatore, sfruttando la musica (da Sinatra a Springsteen) per avvicinare momenti lontani tra loro. Sembra mancare però una vera empatia per il protagonista, che ci viene presentato un po’ a tavolino come il forte che cadrà inevitabilmente e cercherà di rialzarsi. Le crisi familiari e quelle sul ring sembrano reminiscenze di qualcosa che abbiamo già visto, così la scrittura, cercando il dramma, si perde forse il lato più prezioso del protagonista, con la sua voglia di uscire dal ring e vivere una vita più tranquilla, lontana da quella che il suo fisico granitico quasi sembra imporgli. Questa “macchina spaccatutto” è in cerca di pace, ma soprattutto di un posto lontano dai riflettori, dove possa emergere l’individuo, con la sua psiche, i suoi pensieri, i suoi sogni. Non più macchina, infine.

Un lato del protagonista che avrebbe meritato più spazio, perché altrimenti questo film sembra solo il reenactment di un documentario, una parabola sportiva un po’ marginale quasi fagocitata dalla figura di The Rock, per certi versi collega di Mark Kerr ma molto più noto di costui prima da lottatore e poi da attore. Ma tra tutti i dubbi che l’operazione di Safdie può suscitare, spicca proprio il sorriso di Dwayne Johnson, finalmente conscio di poter fare l’attore drammatico e introspettivo (bella qui la parziale identificazione con lo stesso Mark Kerr). Lo mandiamo a casa tutto felice con una bella medaglia da attorone attorno al collo, e per stavolta ci basta questo.
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