La voce di Hind Rajab – Definizione di bambino
L’idea originale del film La voce di Hind Rajab è dell’IDF.
Lo spirito con il quale affermiamo ciò è lo stesso di Pablo Picasso quando all’ufficiale nazista che gli chiese davanti alla tela della sua Guernica chi avesse fatto quell’orrore rispose «l’avete fatto voi». A onor del vero sarebbe ingiusto attribuire il merito del vile attacco a Tel al-Hawa alle sole Forze di Difesa Israeliane. Il film di Kawthar ibn Haniyya è un prodotto corale di tanti attori internazionali che condensa in un’ora e mezza il patibolo della piccola Hanood e il supplizio degli operatori della Mezzaluna Rossa per consegnarlo a un pubblico indegno di far proprio quel dolore. Questi attori non sono i nomi patinati dei produttori esecutivi, a cui va certamente il plauso di aver reso possibile questo film, quanto semmai le regole e le procedure di istituzioni volte al salvataggio di vite umane e le leggi che incatenano la volontà di fare ciò che è giusto e necessario, rendendola suo malgrado complice degli orrori.

Ciò non toglie che il lavoro anche solo puramente tecnico della pluripremiata regista tunisina, qui anche in veste di montatrice, sia il picco di un percorso iniziato con ogni probabilità più di dieci anni prima con il quasi mockumentary Shallāṭ Tūnis – segno anche di un’autrice che avrebbe preferito essere ricordata per le risate che suscitava e non per i “pianti che fanno vincere”-. Una scrittura non dissimile dalla ricostruzione giornalistica, senza per questo essere un film inchiesta, che si avvicina minuziosamente alla verità senza sovrapporsi a essa e che ha lo scopo dichiarato di farci vestire i panni di operatori dietro una scrivania con la loro febbrile impotenza. In particolare, si apprezza la scrupolosa esplorazione stilistica dell’inquadratura o “frame” che in questo contesto è sia fotogramma che cornice. Il frame è dettaglio, composizione, colore ma anche, specialmente quando ingrandisce i soggetti, contenitore, limite, quasi prigione soffocante. Una recinzione che ingabbia lo spettatore e lo stringe in una morsa tanto più forte quanto più cerca di dimenarsi dalla comoda inettitudine della poltrona.

Sarebbe però disonesto, oltre che difficile e inappropriato, ignorare il continuo e necessario dialogo del film con l’attualità quotidiana, un’attualità che non ha più niente di normale neanche ormai nel suo strato più superficiale. Ad esempio questo film ora come ora si rivolge con poetico tempismo a chi con la saliva sporca di sangue chiede in diretta televisiva di definire “bambino”. E no, non si tratta della piccola Hind, alla quale il sionismo ha imposto una crescita accelerata tramite una lenta uccisione. Il bambino è Omar, lo “zio Omar”, che smette di sforzarsi di capire le regole dei grandi e urla come un qualunque bambino il suo disappunto in maniera rumorosa, inelegante e violenta. Bambina è Rana che si spoglia di ogni costrizione del contegno professionale prima di crollare sotto il peso di una tragedia e di un sistema che si fa beffe del suo animo puro. La definizione di bambinə è chiunque a qualunque età non accetta il mondo così com’è e sia pure in maniera disordinata e ingenua, fa quello che può per cambiarlo, rifiutando i compromessi. La piccola Hind invece è un’adulta precoce, una voce devastante e vendicativa rappresentata da uno spettrogramma asettico. Urla «venitemi a prendere» ma ormai può essere solo «venitemi a sentire». E questa è la sua vendetta.

Il frame, unità minima del linguaggio dei film e cornice mediante, consacra la storia di Hind e gli operatori della Mezzaluna Rossa a una gloria indesiderata attraverso un’intuizione geniale nel finale e probabilmente inedita per un film del genere: il frame si autoespone, fa un’esegesi di sé stesso e quasi si autodenuncia nella sua funzione di imperfetto eppure unico intermediario tra noi e il mondo. Una cornice nella cornice che ridicolizza la finzione, esalta la funzione e ci costringe a un tête-à-tête con la nostra coscienza. La voce di Hind Rajab non è un inno al singhiozzo o al pianto facile. È rabbia costretta sotto tonnellate di lamiere e trattati internazionali. È l’ira dei giusti emessa da un corpicino al quale è stata sottratta la forza prima che potesse diventare catalizzatrice del cambiamento. Una forza vitale strappata precocemente alla sua famiglia, al suo popolo e alla sua terra. Non c’è dubbio che un velo, che da lì a qualche anno sarebbe stato custode oltre che dei suoi capelli anche di una storia millenaria di civiltà, le avrebbe donato molto di più del sudario in plastica al quale è stata obbligata dalla civiltà occidentale.
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