Superman – Metapolitica per metaumani
Potremmo non cambiare questo mondo con ciò che scriviamo
ma potremmo graffiare la sua vergogna.
Marwan Makhoul, poeta palestinese
Il bambino di 6 anni a fianco a me al cinema mi chiede: «perché vogliono sparare a dei bambini?». Nella pletora di domande alla quale ho dovuto rispondere per spiegare le sottigliezze della trama e la psicologia dei personaggi del nuovo film di James Gunn, questa è stata la sola domanda che mi abbia messo veramente in difficoltà, nonché l’unica che davvero conti. Sì, perché la storia di questo ultimo Superman veramente si può riassumere nell’espressione “metapolitica per metaumani” o nella domanda “perché si uccidono i bambini?”, che è anche il tragico leitmotiv di questi ultimi anni di guerre e genocidi estremamente profittevoli per la classe dirigente e il sistema militare-industriale. La risposta la troviamo esposta in due coloratissime ore di film ed è la seguente: a Superman non importa perché dei bambini vengano uccisi, importa solo che non vengano uccisi più.

Gunn ci ha deliziato e illuso con film che mettevano al primo posto la messa in scena e la spettacolarità non a scapito ma in funzione di una scrittura valida e pregnante per quanto spesso e volentieri puramente citazionista. In questo film, Gunn non abbandona le sue velleità nostalgiche e anzi sembra venire leggermente meno la sua ricerca dell’innovazione che ad esempio lo ha contraddistinto durante tutto il suo periodo nei Marvel Studios e prima ancora nella Troma. Ma in fondo cosa c’è da innovare in Superman, il personaggio che più di ogni altro incarna il concetto stesso di archetipo? In realtà Gunn continua e in parte conclude due discorsi già iniziati in altri suoi film facenti parte o comunque orbitanti all’Universo DC: Brightburn e The Suicide Squad. Se il primo è appena citato molto intelligentemente attraverso un inaspettato e sorprendente McGuffin, del secondo Gunn recupera la carica politica e polemica verso il cinismo geopolitico statunitense che in questo periodo è ancora più del solito terreno fertile per stoccate tutt’altro che scontate.

L’espediente narrativo è sempre lo stesso inflazionato almeno dagli anni ‘30: paesi fittizi e regioni inventate per non parlare direttamente di “quello stato lì” o di “quella situazione là”. Certo è che, benché la Boravia provenga direttamente dai fumetti e abbia incarnato ancora prima della Latveria la tipica russofobia americana, in questo film Gunn non lesina critiche ai “paesi alleati” degli Stati Uniti e agli interessi corporativi che regolano i rapporti tra gli stati a scapito dei popoli oppressi, in questo caso la popolazione del “Jarhanpur” che ricorda fin troppo da vicino gli abitanti di una ben più nota (e reale) striscia mediorientale, così come l’alleata Boravia si rifà chiaramente almeno alla Serbia degli anni ‘90.
Se è vero invece che il capitalismo è principalmente paranoia di supremazia e controllo, allora il Lex Luthor di Nicholas Hoult è quello che meritiamo in questo decennio. Il Luthor di Hoult è infatti un architetto della narrazione mediale prima ancora che un cattivo da fumetto tout court con minions improbabili e marchingegni futuristici. Se Luthor è quindi un capitalista delle chiacchiere, il Superman di David Corenswet è autenticamente un superuomo che ignora le chiacchiere del mondo per fare ciò che ritiene giusto. Scrollandosi di dosso il peso della tradizione e dei valori imposti non da una, ma da ben due società di provenienza (quella terrestre e quella kryptoniana), Superman ruggisce alle imposizioni delle convenzioni sociali e diplomatiche – qui incarnate da una disequilibrata ma simpatica “Justice Gang” – rompendo schemi e catene che limiterebbero il suo agire; quindi come un fanciullo indica senza vergogna le assurdità del mondo che lo circonda, le smonta e le affronta.

Probabilmente è ingenuo pensare che un cinecomic di una casa di produzione che sta realizzando un biopic su Al Schwimmer sia dichiaratamente antisionista, ma un film è anche soprattutto ciò che arriva e genera in un dato periodo storico e se molte persone vedono nel conflitto boraviano/jarhanpuriano un metafora metapolitica del genocidio in corso in Palestina, forse tanto una forzatura non è. La forzatura, nonché l’unico aspetto veramente irreale della sceneggiatura, è credere ingenuamente che la verità giornalistica basti a fermare governi e corporation. Una candida e falsa credenza che ha il volto e l’interpretazione convincenti di Rachel Brosnahan, una Lois Lane classica, quasi manualistica, ma gradevole nella sua messa in scena. La verità ha smesso di essere determinante nel fermare i cattivi da almeno mezzo secolo, ma questo il nuovo universo DC di James Gunn non lo sa o fa finta di non saperlo. Del resto cos’è un film di supereroi senza una sana dose di sospensione dell’incredulità?

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