La voce di Hind Rajab – Intervista a Clara Khoury
(Aggiornato in data 3 ottobre 2025)
Clara Khoury, che nel film La voce di Hind Rajab interpreta la terapista Nisreen Jeries Qawas, ha incontrato assieme al collega Motaz Malhees il pubblico milanese del Multisala Colosseo in una domenica pomeriggio di fine settembre. In sala ha raccontato di essersi confrontata direttamente con la vera Nisreen e di come la dottoressa abbia espresso la sua gratitudine a lei e a tutta la troupe per averla aiutata con il trauma della piccola Hind. Il film ha infatti rappresentato per lei e anche per tutti i veri operatori della Mezzaluna Rossa un modo per affrontare il trauma della vile uccisione della piccola Hind.

Dopo l’incontro col pubblico, Clara mi ha gentilmente concesso qualche minuto del suo tempo per parlare di cinema, di futuro e ovviamente di Palestina.
LC: Cosa vuol dire per voi realizzare un film così, con e all’interno di un genocidio in corso? Come pubblico occidentale abbiamo visto film di simile stampo su grandi tragedie molti anni dopo i fatti, ad esempio penso ai primi film per il grande pubblico sulla Shoah ma ora abbiamo visto un film con un genocidio ancora in corso. Cosa vuol dire per un’artista e per un’attrice?
CK: Fin dall’inizio del genocidio ero davvero disperata e come artista ero molto depressa. Provavo dolore e mi sentivo incapace di fare qualcosa e stavo cercando davvero di capire cosa potevo fare come artista per realizzare un cambiamento e in verità questo film è venuto come un’ancora di salvezza perché finalmente un’artista come Kaouther Ben Hania è stata coraggiosa abbastanza da prendere l’iniziativa e raccontare la storia di Hind Rajab. Per me è stato ed è un dovere come artista realizzare un film così, essere parte di questo film, e ne sono molto, molto orgogliosa.
LC: Avete incontrato qualche tipo di resistenza o critica a priori verso questo film? Ad esempio persone o istituzioni che hanno avuto reticenze o rimostranze verso il film come è successo ad per esempio a No Other Land che è stato rifiutato da qualche cinema.
CK: Al momento il film ha debuttato in Europa e finora il responso del pubblico, specialmente di quello italiano, è stata molto incoraggiante. Non ho visto nessuna resistenza o nessun criticismo verso il film, almeno per ora. Il film sarà distribuito in molti paesi nel mondo e vedremo come andrà ma il film parla da sé. Spero che chi è contro di noi lo guardi e che questo film tocchi i loro cuori e si pongano davvero la domanda “dove sono io come essere umano mentre sta accadendo qualcosa di così atroce e cosa sto facendo come essere umano per far parte del cambiamento?”
LC: Guardando il film e riflettendo sul vostro ruolo di attori, artisti e registi, mi è venuta in mente la poesia di Marwan Makhoul che diceva “Per poter scrivere poesie che non siano politiche, devo ascoltare gli uccelli, e per sentire gli uccelli, gli aerei da guerra devono tacere” quindi mi sono chiesto, quali sono i film e i progetti e in generale l’arte che vorreste realizzare quando la Palestina sarà libera?
CK: In realtà vorremmo raccontare più storie sulle donne. Vorremmo più narrazioni sulla nostra storia e sul nostro tempo. Per esempio solo quest’anno ci sono tre film realizzati da donne palestinesi. Più raccontiamo la nostra storia, maggiore è la consapevolezza e più ci si umanizza. Perché i media non sono dalla nostra parte e questa umanizzazione ci serve e dobbiamo essere liberi. Finché la Palestina non è libera nessuno sarà veramente libero in questo mondo.
LC: Per realizzare un film come questo, con quali altri professionisti vi siete dovuti interfacciare? Ad esempio i giornalisti che hanno seguito la storia o operatori che erano presenti in Palestina?
CK: Io sono palestinese. Lì ci vivevo e da lì sono partita quindici anni fa perché non potevo più viverci e non potevo accudire la mia famiglia e i miei bambini in un posto così soffocante. Ho cresciuto i miei figli nella California del nord. Ho fatto questa scelta perché volevo che i miei figli crescessero in un posto pacifico. Ma anche così, anche distanti, viviamo in un tempo in cui tutto è documentato sui social media. Ci sono tante piattaforme disponibili su cui leggere e anche tante persone meravigliose che lavorano costantemente per la causa palestinese e il diritto dei palestinesi di vivere. La Palestina è dentro di me, è nel mio DNA e dentro di me c’è già la necessità di raccontare la nostra storia come artista.
Un ringraziamento speciale a Debora Calliku per aver reso possibile questa intervista.
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