No Other Choice – Come affrontare il precariato | Venezia 82
Esiste una lista ben collaudata di desiderata per chi è benestante, e nell’eterno gioco della compravendita ogni bene di lusso diventa simbolo di un modo di essere nel mondo. E con rigore matematico il gioco è anche sottrattivo: l’assenza dei privilegi materiali implica il non-essere nel mondo. Così, quasi eroticamente l’assenza aumenta il bisogno, lo deprava, la proiezione di una vita che non è più come prima flirta dolente con un meraviglioso Lee Byung-hun, gli morde la gamba come un serpente a sonagli, pulsa nel dente cariato dolorante e lo conduce all’abnegazione del suo buon fanciullo. L’alienazione dell’Altro per bisogno dell’Io, la possibilità di cancellarlo come opzione per aumentare le proprie chance di riuscita. No Other Choice, ultimo lungometraggio firmato dal regista sudcoreano Park Chan-wook – in concorso a Venezia 82 – racconta la fatale conseguenza dell’ultra-capitalismo contemporaneo: la sua totale inevitabilità, il fallimento della lotta di classe e lo slippery slope scenario in cui la classe media si distrugge da sola, senza che dai piani alti nessuno debba nemmeno sporcarsi le mani.

Dopo più di 17 anni di gestazione, Park Chan-wook presenta al Lido la libera trasposizione cinematografica del romanzo The Ax di Donald E. Westake, già fonte di ispirazione con The Hunter per il Point Blank di John Boorman (film carissimo al regista). Dopo l’adattamento del 2005 di Costa-Gravas del romanzo nel Cacciatore di teste, l’opera sudcoreana sposta l’asse verso l’Oriente come bacino del libero mercato. Lo sguardo attento di Park nei confronti della collisione tra il personale e il collettivo, l’indagine sul proprio tempo e sulla Corea non sono per nulla novità nel suo cinema trentennale, ma questa volta la causa sociale prende possesso di tutta la sua opera. La denuncia del sistema aziendale coreano diventa perno di un’azione artistica volta a svelarne i paradossi, a palesare un’urgenza collettiva di riabilitazione perché questa diventi almeno pensabile. Il risultato è una satira noir che agisce cinematograficamente proprio in quella direzione: ribalta, capovolge, ridicolizza gli eventi per rivelarne la natura corrotta alla radice.

Dopo 25 anni di servizio presso un’azienda cartiera di punta nel settore, Man-soo viene licenziato a causa di una riduzione del 20% del personale. L’evento improvviso rompe completamente la linearità della vita famigliare del protagonista, marito e padre di due figli: a rischio la casa di proprietà, le attività extra, Netflix, le lezioni avanzate di violoncello, tutti quegli elementi di categoria che li rendevano esattamente chi erano, i codici su cui avevano costruito la propria identità personale. Park Chan-wook trasforma però l’evento critico da possibile grado 0 di riscrittura identitaria nella sua involuzione feroce, lo slittamento progressivo verso la criminalità pur di riprendersi il proprio Io ora vacante. Non esiste un’alternativa alla vita borghese, non esiste un lavoro altrettanto soddisfacente come quello nel settore della manifattura cartiera, soltanto il suo meticoloso rewind: l’impossibilità di immaginare un ordine di cose differente è la grande premessa di un racconto di restaurazione. Il regista della “trilogia della vendetta” trasforma qui la sua vecchia lama livida in un sentimento differente, poiché l’oggetto dell’azione vendicativa non è la causa del problema di Mann-soo, ma i suoi compagni di sventure. Il protagonista rintraccia i possibili rivali in lizza per un nuovo posto di lavoro presso la Moon Paper con l’intento di eliminarli. La vendetta qui diventa strategia sanguinaria di mercato, un’eco a Edmond Dantès nell’individualità del gesto giustiziere, ma un atto infine devoluto allo stesso sistema iniquo che è causa dei propri mali. L’equilibrio distrutto dal licenziamento non è propriamente quello famigliare, ma l’assetto performativo della famiglia di Man-soo nel mondo, e dunque, a dover essere ripristinato e ri-vendicato è il riconoscimento di un valore collettivo dettato dal proprio potere d’acquisto.

I confini della moralità diventano sbiaditi lungo questa inesorabile escalation che degli action movie utilizza tutti gli stilemi virtuosi. Viene quasi immediato paragonare la famiglia di Man-soo ai Kim di Parasite (Bong Joon-ho, 2020), entrambe famiglie alle prese con rocambolesche soluzioni per venire meno a uno stato precario. Ma la verticalità che gestiva i rapporti tra gli alto-borghesi Park e i Kim non corrisponde qui a uno stato di parallela subalternanza. L’orizzontalità dei ruoli tra Mann-soo e le sue vittime ci spinge a riconfigurare i limiti prescrittivi degli eventi. Non c’è inoltre trauma che giustifichi una deriva patologica nel male che Man-soo compie, ma soltanto la deriva logica che segue le leggi del mercato. I confessionali pre-mortem, le bevute, i quadri di disperata e inaspettata amicizia condivisi con le vittime vengono gestiti dal carnefice con reale coinvolgimento emotivo poiché Man-soo è anche lui vittima della medesima condizione.

Park Chan-wook riscrive il linguaggio cinematografico della denuncia sociale attraverso una lente grottesca e parossistica. Il montaggio multisensoriale che prende il sopravvento nelle scene di omicidio serve a ingigantirne esponenzialmente la portata, a rallentare il gesto criminale, a impedirne l’immediata riuscita perché si sosti nel “qui” dell’evento e lo si palpi con tutti i sensi. Colori, musiche e ritmo scenico iper-dinamizzano – secondo le istanze dell’action movie – momenti di estrema drammaticità. E il conseguente divertimento regalato allo spettatore è spettro della misera tragedia in atto.

Eppure, No Other Choice può talvolta porre qualche resistenza al nostro viscerale coinvolgimento emotivo, innestare magistralmente, a livello intellettuale, la disperazione del fallimento ma lasciarci a debita distanza. In parte questo è dovuto al cortocircuito etico che fa sbilanciare la nostra simpatia a favore di Man-soo per quanto è ben scritto, ma la considerazione più importante va fatta su un meta-livello. Man-soo è un personaggio-canone, una chiave di lettura in carne ed ossa digitali per afferrare un concetto. Il capitalismo è diventato lo scenario del nostro vivere nel mondo, non il meccanismo, è la forma a priori del contemporaneo e detta le leggi della performance nei luoghi in cui gli eventi si compiono. E se l’annullamento dell’Io può diventare sistemico, Park Chan-wook ci invita a essere coscienti, a smantellare la fissità delle più ostinate ossessioni prima che queste ci trasfigurino nel nostro più spietato alter-ego.
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