Jay Kelly e lo sguardo (mancato) di Baumbach sull’uomo dietro l’attore
Dopo l’esperimento non riuscito (o incompreso, a seconda dei punti di vista) di Rumore bianco, Noah Baumbach ritorna al tipo di commedia che più lo mette a suo agio e che gli ha dato maggiore successo nell’arco della sua ormai ventennale carriera.
Fare metacinema, mostrare il set e gli strumenti del mezzo cinematografico è il guilty pleasure di molti registi e il newyorchese rientra sicuramente in questa schiera. Jay Kelly, per Baumbach, è proprio questo: un film sul cinema e, soprattutto, un film sulla figura dell’attore, la sua performance e la sua costruzione dell’identità, sopra e sotto il palco.
Jay Kelly è un brillante e luminoso George Clooney che intorno ai sessant’anni inizia a guardarsi indietro, alla celebrità e ai riconoscimenti che ha raggiunto e soprattutto a ciò che ha dovuto tralasciare per potersi dedicare alla carriera. Quindi la famiglia e, in particolare, le figlie, con cui Jay prova in tutti i modi a ricostruire un rapporto, dovendo sempre scontrarsi contro il muro che loro, oramai disilluse, hanno alzato contro di lui.

Jay è un attore di straordinario successo ed è continuamente attorniato dal suo entourage, guidato dal capo dell’ufficio stampa Liz (Laura Dern) e dal manager Ron (un fraterno e tenero Adam Sandler, l’amico disponibile e diligente che corre dietro ai capricci e agli sbalzi d’umore dell’altro). Nonostante numerosi personaggi fluttuino attorno a lui, Jay prova un profondo senso di solitudine, nato dall’impossibilità di riconoscere legami umani reali.
Allora, una serie di eventi e incontri lo obbligano a guardarsi indietro, a rivedersi, letteralmente: l’adulto Jay Kelly, camminando tra una scena e l’altra, rivive da spettatore alcuni momenti della sua carriera e prova a capire cosa non ha funzionato e quello che può cambiare. L’attore più volte sul set ripete la battuta “posso rifarla?”, ma l’uomo capirà (forse tardi o forse no) che nella vita una seconda possibilità va conquistata con la fatica e l’impegno.
Lo svolgimento della storia è quindi molto lineare e poco sorprendente: Jay inizia un percorso di riscoperta e ridefinizione di sé attraverso un viaggio fisico che ovviamente è un viaggio interiore. È proprio in questo punto, durante un viaggio in Italia – non possono mancare i cliché sugli italiani con le solite situazioni e i soliti personaggi che galleggiano tra il macchiettistico e il ridicolo – che la sceneggiatura visibilmente si perde e arranca, procedendo verso un finale piuttosto telefonato.
Nel mezzo quel processo auspicato di analisi e di scavo del personaggio non avviene realmente, perché il film sceglie di mantenere sempre un tono leggero e mai veramente drammatico. Anche i conflitti sono addolciti, bloccati e risolti (come nel rapporto con il manager Ron: la compresenza di Clooney e Sandler rimane una delle cose più belle del film) o non risolti (quello con le figlie) in breve tempo.

Quindi, tutto male? No, perché nonostante Jay Kelly abbia una moltitudine di difetti, il tono leggero e consolatorio, il sorriso di Clooney, la bonarietà di Sandler e la luminosità della messinscena conquistano, cullano e stampano sul viso di molti spettatori quel sorriso dolcemente malinconico che fa stare bene e mette di buon umore. Alla fine, quasi tutti ci commuoviamo davanti al tributo che viene dedicato al celebre attore che – e il film è anche questo – si rivela essere un grande omaggio alla carriera di George Clooney.
Ecco, quindi, che Jay Kelly vorrebbe anche essere una grande riflessione sullo stardom, sulla performance e sull’essere contemporaneamente uomo e attore. Quella strada però finisce per sorvolarla, senza mai avere l’intenzione di sprofondarci dentro come accade in altri film di Baumbach (Frances Ha e Storia di un matrimonio sono due chiari esempi) dove l’elemento drammatico prende il sopravvento e il viaggio è veramente l’indagine di crisi identitarie sofferte e vibranti.
Jay Kelly ci fa stare bene, sorridere e rilassare perché si adagia su numerosi momenti comici (come quello in cui Jay rincorre un ladro emulando il collega Tom Cruise e la sua iconica corsa) e altri smaccatamente emotivi costruiti per strapparci lacrime nostalgiche. Alla fine, però, ci aspettavamo molto di più e il miglior Baumbach sembra ancora lontano.
“Quanto è difficile essere sé stessi” lamenta il nostro protagonista e, a ben vedere, sembra essere l’eco di tutto il film.
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