Made in EU – Nella periferia dell’Europa | Venezia 82
Salari molto bassi, orari di lavoro eccessivi, mancanza di sicurezza: è ormai noto che, in molti casi, queste siano le condizioni di lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori impiegati nel settore tessile. Si tratta di una forma di schiavitù moderna in cui i lavoratori subiscono continue violazioni dei loro diritti e percepiscono salari ben al di sotto di quelli di sussistenza, mentre la filiera produttiva è sempre più schiacciata dalle logiche del fast fashion che impone ritmi disumani e provoca un impatto ambientale insostenibile.
Permane però l’errata convinzione che le cattive condizioni di lavoro riguardino solo i cosiddetti Paesi in via di sviluppo, mentre simili violazioni possono essere riscontrate anche vicino a casa, nel cuore della nostra Unione Europea. È sullo sfruttamento dell’industria tessile in Bulgaria, paese membro dell’Unione da ben 18 anni, che si concentra il film di Stephan Komandarev, svelando la dura realtà dietro la rassicurante etichetta Made in EU, da cui il film prende il titolo.

La storia, ispirata a fatti reali, racconta la vicenda di Iva, operatrice tessile in un’azienda della poverissima campagna bulgara. Quando Iva e le sue colleghe escono di casa per andare al lavoro il sole non è ancora sorto, quando rientrano è ormai tarda notte. I folli ritmi imposti dalla logica del profitto non si fermano neanche di fronte alla salute precaria delle lavoratrici ed è per questo che quando nel 2020 iniziano a diffondersi i primi sintomi di una strana malattia, si imbottiscono di farmaci pur di non perdere l’agognato “bonus presenza”, che costituisce la metà del loro stipendio. Ben presto si scopre che si tratta di Covid e Iva, la prima a essere stata testata, viene subito marchiata come “paziente zero”: è questo l’inizio di un processo di demonizzazione pubblica ed emarginazione che degenera in un’escalation di violenza e crudeltà. Iva è un virus che ha infettato mortalmente la comunità e deve essere estirpato.

Affascinante è il lavoro che il regista Stephan Komandarev compie sullo sguardo, raccontando la storia di Iva attraverso gli occhi di un osservatore esterno. Spesso la macchina da presa si ferma sulla soglia, osservando dal fuori il dramma che si svolge all’interno. Così, ad esempio, all’inizio del film assistiamo, fermi sulla porta della cucina, allo scontro tra Iva e suo figlio: lei, stanca dopo un turno massacrante, è fuori campo mentre si prepara da mangiare, ma la sua immagine si riflette nel vetro della porta, di spalle, mentre il figlio occupa la centralità dell’inquadratura.
II confronto tra i due diventa quasi simbolico, da una parte il disincanto, le promesse infrante dell’Unione Europea, vissute da chi sopravvive per mera necessità, dall’altra la rabbia, ma anche la speranza che le cose possano essere diverse nella Germania in cui il giovane sogna di trasferirsi, lontano dalla periferia della periferia.
Questo stesso sguardo si intreccia a tratti con quello del potere, incarnandosi nelle telecamere di sicurezza che registrano freddamente ogni gesto delle lavoratrici, e si moltiplica, amplificato, distorto e deformato, quando passa attraverso i media tradizionali e i social.

Attraverso una storia locale, privata e temporalmente circostanziata, il regista bulgaro Stephan Komandarev fotografa una realtà globale, svelando i risvolti negativi della globalizzazione, che ha amplificato le disuguaglianze tra i Paesi, e l’ipocrisia dell’Unione Europea.
Presentato nella sezione Venezia Spotlight, Made in EU si inserisce all’interno di un discorso di denuncia sulla ferocia del capitalismo e sulle storture del mondo del lavoro contemporaneo portato avanti a Venezia 82 da titoli molto diversi tra loro – pensiamo a No Other Choice o a À pied d’œuvre – offrendo il proprio contributo con un film che è al contempo thriller e dramma sociale e che incarna l’idea di un cinema che vuole provare, anche solo un po’, a cambiare la realtà.
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