Heart Eyes – Uno slasher senza cuore
Ogni tanto qualcuno mi chiede come faccio a guardare tutti questi film dell’orrore pieni di furiosissimi serial killer senza crepare dalla paura ogni volta che un poveraccio viene tranciato, dilaniato e/o squartato. Gli rispondo che, ecco, magari le prime volte mi coprivo gli occhi anch’io, ma ci si abitua velocemente a questo tipo di scene. In fondo, non ci sono poi così tanti modi diversi di lanciare una coltellata, e ripetuto per tre, quattro, cinque volte, questo spettacolo diventa ordinario, se non addirittura noioso. È così che spesso e volentieri si finisce addirittura a tifare per il killer, nella speranza che riesca a scuoterti dal torpore usando quella motosega in modi creativi, imprevedibili, fantasiosi.

Le tre vie dello slasher
Per i cultori dello slasher vige infatti un principio semplicissimo: la trama può anche essere scadente, purché non lo siano gli omicidi. Il che vale a dire: non serve che ogni horror sui serial killer conduca un sofisticato gioco metacinematografico come in Scream o che coinvolga fantascientifici loop temporali come in Auguri per la tua morte; molto spesso è sufficiente che, nel momento in cui l’assassino colpisce, riesca comunque a farti sobbalzare sulla sedia, anche se pensavi di averne già viste di ogni.

È sin dalla prima uccisione del killer (di solito entro i primi dieci minuti del film) che si capisce se uno slasher punterà più sull’originalità della trama o più sulla spettacolarità degli omicidi. Se, omicidio in corso, entrano in scena viaggiatori del tempo, scienziati pazzi o alieni vari, o il film si riavvolge su sé stesso, o inizia lì dove altri film finiscono, o finisce lì dove altri iniziano, allora è probabile che la storia si discosterà dai consueti paletti di genere e proverà a sorprenderti tramite un’originale combinazione di eventi, indipendentemente dalla quantità di sangue versato.

Se invece il killer affonda la lama nel petto di qualcuno senza tergiversare più di tanto, ma rimane comunque impressionante il modo in cui l’affonda (vuoi per la violenza, vuoi per la creatività), allora lo slasher punterà tutto sull’effetto shock, sull’efferatezza e sulla spettacolarità degli omicidi, senza troppo badare all’originalità della trama (si dia un occhio a Terrifier). Purtroppo, in questo panorama rimane una terza, tristissima via: quella degli slasher di second’ordine, la cui la trama non innova e il sangue versato non impressiona. Ecco, questo è il caso dei film alla Heart Eyes (2025, Josh Ruben).
Anatomia di una carneficina
Per comprendere meglio in cosa consistono questi slasher “di second’ordine” basta prendere in considerazione la prima carneficina messa in scena nel film. A pochi minuti dall’inizio vediamo una coppietta, immersa nel verde, farsi scattare qualche foto ricordo nel giorno di San Valentino. Tra le fronde, nemmeno a dirlo, un killer mascherato. Il primo ad essere fatto fuori è il fotografo: trapassato col machete, dall’obiettivo della macchina fotografica all’altra parte del capo. Tocca poi al ragazzo: centrato in pieno volto con una freccia. Infine la ragazza: dopo una fuga disperata tra i campi, muore schiacciata in un compattatore industriale. In conclusione, i titoli di testa.

Non serve essere esperti del genere per riconoscere in questa sequenza un’accozzaglia di cliché rimescolati. Abbiamo avuto: un killer nascosto nell’ombra, alcuni giovani sprovveduti, un luogo isolato in cui giocare al gatto col topo. Quanto basta a capire che, da un punto di vista narrativo, faremo meglio a non aspettarci nessuna combinazione di eventi che non sia stata già potenzialmente raccontata da ciascun film della saga di Halloween. Niente di meglio sul versante splatter: colpi di machete, frecciate, corpi compressi. Un costante déjà-vu che rimanda alle macabre attività a cui Jason Vhoores si è dedicato in quel di Crystal Lake, in ben dodici film e per un arco di oltre quarant’anni. Si tratta, in buona sintesi, di una carneficina che ci parla di un killer senz’anima e senza idee, completamente oscurato dall’ombra dei mostri che vorrebbe emulare.

Uno slasher senza cuore
Andando avanti, il film non fa che confermare queste basse aspettative iniziali. Come da manuale, è tutto un killer nascosto dietro l’anta dell’armadio, blackout in momenti improbabili, mosse idiote dei protagonisti e un doppio, triplo finale che scopiazza – con trent’anni di ritardo – quello del primo Scream. Heart Eyes si conferma un film derivativo, che compie il peccato capitale di essere estremamente prevedibile in un’epoca in cui ad essere premiati (dalla critica e al botteghino) sono solo gli slasher capaci di non farti indovinare da dove arriverà la prossima coltellata.

Un’ulteriore nota di demerito riguarda i momenti anticlimatici di cui è disseminato il film, dei numerosissimi siparietti fuori contesto in cui vengono riprese e scimmiottate situazioni tipiche delle rom com americane. Frutti di un’ibridazione tra generi forse finalizzata ad allargare il bacino di utenza del film, ma che riesce soltanto a dilatare in modo esasperante i tempi tra un uccisione e l’altra (del resto, parliamo degli stessi produttori di teen horror come Time Cut e Totally Killer). Non rimane quindi che chiedersi a chi sia destinato uno slasher di questo tipo, in cui il killer non è creativo, non è spietato, e compare pure poco.

Forse Heart Eyes incuriosirà qualche fan delle rom com in cerca di nuovi brividi. Ma di certo non è un film destinato agli amanti degli slasher classici, che finirebbero inevitabilmente per paragonarlo ai grandi del passato e a stroncarlo senza pietà. E non è neppure un film pensato per gli appassionati dell’horror contemporaneo, che potrebbero facilmente trovare di meglio altrove (qui la nostra recensione di In a Violent Nature). A conti fatti, Heart Eyes non sembra destinato a nessuno che ami il cinema dell’orrore in generale. Triste ironia della sorte, per un killer con i cuori appiccicati proprio in faccia.
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