La doppia anima di “The Terror: Infamy”

Dimenticate le atmosfere ghiacciate e inquietanti che avevano caratterizzato la prima stagione di The Terror, serie antologica rilasciata dalla piattaforma Amazon Prime Video e prodotta dal regista Ridley Scott; questa seconda stagione, The Terror: infamy, ci porta lontani dalle vicende della Erebus e della Terror e dalla loro ricerca del mitico passaggio a nord-ovest, per catapultarci avanti nel tempo, nell’America del secondo conflitto mondiale. In 10 episodi Alexander Woo e Max Borenstein, creatori della serie, affrontano uno dei momenti più controversi della recente storia americana, spesso ancora poco conosciuto: la deportazione della comunità nippo-americana in campi di internamento, subito dopo l’attacco a Pearl Harbor.

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The Terror: Infamy racconta infatti le vicende di Chester, giapponese di seconda generazione, e della sua famiglia, i Nakayama, costretti a lasciare la propria abitazione senza alcun preavviso, per essere rinchiusi in un campo di internamento, alla stregua di criminali di guerra. Come se le condizioni di vita nel campo non fossero già abbastanza dure, si aggiunge presto unoscura minaccia che miete vittime attorno a Chester e alla sua famiglia; all’interno della comunità si mormora che possa trattarsi di uno yurei, lo spirito di un antenato tornato tra i vivi in cerca di vendetta…

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L‘unione dell’ambientazione storica all’elemento orrorifico e soprannaturale costituisce l’aspetto più interessante e innovativo di questa produzione, che ben si lega alla scelta di raccontare vicende reali spesso poco conosciute o rappresentate. Questa doppia “anima” di The Terror, costitutiva anche della prima stagione, emerge in maniera preponderante nella seconda, apparendo evidente già nel titolo. L’infamia a cui si allude ha infatti una doppia declinazione, così come due sono le direzioni principali in cui si sviluppa la trama: l’infamia vissuta dalla comunità nippo-americana, rinchiusa e privata dei propri diritti elementari, senza aver commesso alcun crimine, ma anche l’infamia che lo yurei è tornato per vendicare.

A essere messa in scena è di conseguenza una doppia crudeltà, non solo quella terribile e sanguinolenta dello spirito malvagio, ma anche e soprattutto la crudeltà dell’essere umano. Questo binarismo di fondo trova una perfetta corrispondenza nello stato d’animo vissuto dai prigionieri giapponesi, divisi tra la loro cultura di origine e il sentimento patriottico verso la nazione che li ha accolti o che ha dato loro i natali. Questo conflitto interiore trova una sua esternalizzazione nello scontro generazionale tra Chester e il padre; il primo, aspirante fotografo col sogno di girare gli States, è figlio della cultura occidentale, che inevitabilmente finisce per scontrarsi con gli ideali e i valori tradizionali del secondo. La doppia appartenenza della comunità giapponese è anche sottolineata dalla scelta di mantenerne il bilinguismo, fortunatamente anche nel doppiaggio italiano. Uno dei punti di forza di The Terror: infamy è dunque laccuratezza della ricostruzione storica, che restituisce al meglio l’atmosfera di incertezza e sospetto che ha caratterizzato quegli anni.

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Se sulla carta ci sono tutte le premesse per una serie all’altezza delle aspettative suscitate dalla prima stagione, The Terror: Infamy finisce per disattenderle e deludere lo spettatore. La seconda stagione procede lentamente, i personaggi non convincono mai fino in fondo e faticano a suscitare l’empatia del pubblico. Perfino la figura dello yurei, lo spirito malvagio soprannaturale, motore di gran parte della vicenda, risulta essere un personaggio debole, non particolarmente innovativo o spaventoso. Svelato troppo presto all’interno della narrazione, lo yurei non è ammantato dal mistero e dal senso di inquietudine che accompagnava il suo corrispettivo nella prima stagione; nonostante gli omicidi commessi siano sempre più splatter e truculenti, lo yurei non suscita spavento né apprensione.

E proprio questo è uno dei principali problemi di questa seconda stagione: la mancanza di suspense, di un crescendo, insieme al poco coinvolgimento emotivo suscitato nello spettatore, che non trasale all’apparire dello spirito freme quando il pericolo incombe sui protagonisti. Le due diverse “anime” di questa serie, quella storico-realistica e quella horror e soprannaturale, perfettamente fuse tra di loro nella prima stagione, tanto da costituirne uno dei pregi maggiori, appaiono ora poco convincenti e ci spingono a chiederci se non sarebbe stato forse più interessante privilegiare la prima a scapito della seconda, il cui sviluppo è stato decisamente più deludente.

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