Tre slasher raccontati dalla prospettiva del killer
Prima ancora delle convenzioni di genere secondo cui “solo la vergine sopravvive”, “chi fa sesso muore” o “le persone di colore muoiono all’inizio”, la regola più duratura e più rispettata dello slasher è quella secondo cui queste storie dell’orrore devono essere raccontate dal punto di vista di chi viene ucciso. Da Non aprite quella porta (1974) a La bambola assassina (1988), da Scream (1996) a Bodies Bodies Bodies (2022), lo spettatore segue le vicende di Sally, di Andy, di Sidney, di Sophie e dei loro malcapitati gruppi di amici. I killer compaiono solo ad un certo punto del film e rimangono delle minacce esterne: si nascono nei sedili posteriori delle auto, sotto il letto, dietro le porte. Sistematicamente, la vittima e lo spettatore prendono un bello spavento accorgendosi della loro presenza solo quando è ormai troppo tardi. Tra le centinaia di film che appartengono al filone dello slasher, pochissimi hanno voluto sfidare questa radicata convenzione rovesciando la prospettiva e raccontando l’intera storia dal punto di vista dell’assassino. Ecco quali sono, a nostro avviso, i risultati più degni di nota.
Behind the Mask – Vita di un serial killer
Anno: 2006 | regia: Scott Glosserman | genere: commedia/horror | durata: 1h 32m

All’interno di un universo in cui Michael Myers, Jason Vhoores, Freddy Krueger e colleghi sono realmente esistiti e l’attività di ammazzare decine di ragazzi viene vista quasi come un fenomeno di costume, alcuni studenti universitari vogliono documentare il modo in cui questi mostri pensano e agiscono. Behind the Mask – Vita di un serial killer si presenta dunque come un reportage dallo stile volutamente amatoriale in cui la studentessa/intervistatrice Taylor (Angela Goethals) segue passo dopo passo Leslie Vernon (Nathan Baesel), un promettente serial killer pronto ad emulare le vecchie leggende che tutti conosciamo.
Seguire il vivace (e piuttosto logorroico) Leslie Vernon nei momenti morti della sua vita da killer, prima e durante le stragi che ha intenzione di compiere, porta il film ad ironizzare sulle più squallide convenzioni di genere fingendo che siano tutte dovute ad un meticoloso lavoro di organizzazione: se vi siete mai chiesti perché in questo genere di film avvengano puntualmente dei blackout che lasciano le vittime nel buio più totale, otterrete finalmente una risposta nel momento in cui Leslie spiega come manomettere in anticipo il quadro elettrico dell’abitazione in cui avverrà la strage. O se vi siete mai chiesti perché il gruppo di ragazzi che viene preso di mira dai killer è sempre composto dalle stesse figure stereotipiche (la vergine, la libertina, il palestrato, ecc.), Leslie mostrerà una volta per tutte come gli assassini selezionano le proprie vittime seguendo serratissimi criteri. E così via.

In quanto slasher che parla di altri slasher ironizzando sulle convenzioni di genere, Behind The Mask – Vita di un serial killer si colloca a pieno titolo in quel filone di meta-horror nato con Scream (1996) e che continua tra alti e bassi fino ai giorni nostri (ne parlavamo qui). Tra le strizzatine d’occhio più interessanti compiute nei confronti degli altri slasher, menzioniamo il personaggio di Doc Halloran, chiara parodia del Dr. Loomis di Halloween (1978) e di tutti i personaggi costruiti sul suo modello, qui interpretato da Robert Englund, il leggendario attore che ha prestato il volto a Freddy Krueger in otto film.
You Might be The Killer
Anno: 2018 | regia: Brett Simmons | genere: commedia/horror | durata: 1h 32m

Inedito in Italia, You Might be The Killer è una commedia horror incentrata su una maschera dai poteri sovrannaturali che trasforma chiunque, e per il solo tempo in cui viene indossata, in un serial killer assetato di sangue. Il film si muove su due binari: nel primo, seguendo una struttura temporale a ritroso piuttosto insolita per un film di questo tipo, assistiamo in ordine sparso alle uccisioni compiute da Sam Wescott (Fran Kranz), il responsabile di un campo estivo che compie la solita strage di innocenti subendo l’influenza malefica della maschera. Nel secondo binario, che prende avvio a stragi appena terminate e si svolge in modo lineare nel tempo, Sam è ritornato in sé stesso e cerca di tirarsi fuori da questa assurda situazione chiedendo aiuto per via telefonica all’unica persona competente in questo campo: la sua amica appassionata di film slasher Chuck (Alyson Hannagan).
Come può Sam rassicurare i pochi, terrorizzati e piuttosto arrabbiati sopravvissuti sul fatto che non è più pericoloso e che non ha agito mosso dalla propria volontà? Uscire fuori da questo spiacevole impiccio significherà per lui e Chuck ripercorrere le regole e le situazioni più stereotipiche di questo genere di film alla ricerca di informazioni che aiutino a capire cos’è appena successo e cosa può succedere ancora. Com’è prevedibile, anche in questo film i richiami intertestuali e i riferimenti alle numerose “regole” dello slasher si sprecano.

Questa volta adottare la prospettiva del serial killer non porta il film ad ironizzare su cosa accade nei momenti morti tra una strage e l’altra. Al contrario, il continuo dialogo tra Sam e Chuck offre una divertita riflessione metacinematografica sugli schemi d’azione più stereotipati degli assassini di questo genere di film e sulle possibilità esistenti di spezzare o quantomeno di variare questa routine. Sia per il suo continuo citazionismo che per l’esplicito lavoro di decostruzione compiuto sui cliché del genere, You Might be The Killer è parte integrante dello stesso filone dei meta-slasher a cui appartiene anche Behind the Mask.
In a Violent Nature
Anno: 2024 | regia: Chris Nash | genere: horror | durata: 1h 34m

In a Violent Nature, presentato nella sezione “Midnight” del Sundance Film Festival 2024, si distingue nettamente dai due film precedenti. Con un approccio da documentario osservativo, questo slasher segue un killer nel suo inquieto e silenzioso vagare nei boschi nell’incessante ricerca della sua prossima preda. Quella che viene raccontata è una muta e implacabile marcia interrotta nei soli momenti in cui appare qualche sprovveduto da eliminare nel modo più violento possibile. E senza che siano fornite spiegazioni di sorta: costruito sul modello del muto e ferocissimo Jason Vhoores, il killer non pronuncia mai alcuna battuta, lascia dietro di sé solo il silenzio e la testimonianza delle sue azioni brutali.
La figura del killer ossessivo e irrazionale, insieme a quella delle sue vittime e la stessa ambientazione boschiva, ricalcano in toto quelle dei più convenzionali slasher del passato. Tuttavia, la scelta di ri-raccontare questi eventi attraverso la prospettiva del predatore e non più di quella delle prede riesce nell’intento di conferire una nuova linfa e una nuova carica orrorifica a questo soggetto cinematografico estremamente abusato. È un cambio di prospettiva che porta lo slasher a perdere quei momenti di commedia e anche un po’ piccanti che si ottengono quando i protagonisti sono dei ragazzi procaci e strafatti, ma porta d’altro canto a guadagnare un livello di violenza e un senso di angoscia pressoché inediti per questo genere di film.

A differenza degli altri film di questa lista, In a Violent Nature non propone nessuna riflessione metacinematografica e non include nessun cameo di qualche vecchio attore. Lontano dal decostruzionismo di Scream e di tutti quei film che si sono posti nella stessa scia, In a Violent Nature si inserisce viceversa in quella nuova ondata di slasher in cui la critica alla tradizione passa non da una presa di distanza dei suoi modi, ma attraverso la loro rimanipolazione. Come i recenti lavori di Ti West o di David Gordon Green, anche il film di Chris Nash propone infatti un ritorno alla classica trama dello slasher ma in un modo ironicamente straniato, come a voler tener comunque conto del lavoro di revisione compiuto dalle decine di film precedenti. E visti gli ottimi risultati, a questa una nuovissima generazione di film slasher e di serial killer non possiamo che dare il nostro più caloroso benvenuto.

Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.