A piedi nudi sulla sabbia – 5 film ambientati in spiaggia
«Uomo libero, amerai sempre il mare!» scriveva Charles Baudelaire sottolineando il legame indissolubile che dagli albori della civiltà ci lega al mare e al suo litorale. L’essere umano è sempre stato attratto dalle aree costiere non solo per le loro attrattive materiali, ma anche per la dimensione più spirituale e onirica. Del resto, la spiaggia è un luogo liminale, un confine che separa il mare dalla terra, il noto dall’ignoto, un luogo dove abbandonarsi, ritrovarsi, fondersi e diventare un tutt’uno con l’universo. Come spazio culturale, nel mondo occidentale la spiaggia è diventata un luogo di desiderio, dove ci si spoglia (letteralmente!) dalle responsabilità della vita quotidiana, abbandonando temporaneamente lo stress della routine per recuperare, trasformarci, rinascere. Ma proprio perché lo spazio liminale è ontologicamente inafferrabile e ambiguo, può diventare anche fonte di pericolo e minaccia, generando in noi attrazione e inquietudine in egual misura.
Sfruttata dalle arti per il suo potere altamente evocativo, la spiaggia è diventata il set di molto film, contribuendo a costruire una geografia immaginaria che assume via via valenze e significati diversi.
Ecco allora 5 film che hanno fatto della spiaggia il loro set d’elezione.
[Attenzione: l’articolo potrebbe contenere spoiler]
La spiaggia (1954) di Alberto Lattuada

Esiste un vero e proprio filone del cinema italiano che a partire dal secondo dopoguerra ambienta molte pellicole al mare, trasformando la spiaggia in un palcoscenico sociale, luogo privilegiato da cui osservare i costumi e i riti della società italiana che, desiderosa di lasciarsi la miseria della guerra alle spalle, vuole vivere le nuove ricchezze e possibilità, iniziando a costruire l’immaginario della vacanza all’italiana. Tra questi, La spiaggia di Lattuada racconta la storia di una prostituta che trascorre le vacanze in una stazione balneare sulla riviera ligure assieme alla figlia. Fattasi passare per vedova, la donna viene accolta senza difficoltà dagli altri villeggianti fino a quando un commerciante la riconosce e svela il suo segreto, sollevando lo scandalo. Lattuada mette sotto la lente d’ingrandimento una classe sociale, quella borghese, suo eterno bersaglio, per svelarne l’ipocrisia: in fondo anche al mare, è più importante sembrare che essere.
Triangle of Sadness (2022) di Ruben Östlund

Anche nello svedese Triangle of Sadness, una crociera di lusso sul mare diventa lo specchio del (dis)funzionamento e della vacuità della società contemporanea. Nel mirino del regista, questa volta, ci sono i super ricchi, al vertice di un sistema rigidamente piramidale, pronto a implodere nel momento in cui la ricchezza smette di essere l’elemento centrale della vita collettiva. Nella terza parte del film, infatti, a seguito dell’assalto dei pirati, i pochi sopravvissuti approdano su una spiaggia isolata e selvaggia in cui il denaro non è più la principale misura del valore individuale, ma viene sostituito dalle capacità di sopravvivenza: «In the yacht toilet manager, here Captain» insiste Abigail, sancendo così la nascita di un nuovo assetto di potere. La spiaggia diventa il luogo in cui la lotta di classe e il riscatto sociale sembrano possibili, generando un ribaltamento completo dei ruoli e una sovversione delle regole. La rivoluzione è però solamente effimera: il nuovo ordine gerarchico che governa la vita sulla spiaggia appare tristemente simile a quello sullo yacht, una riproposizione distorta degli stessi meccanismi di potere, disuguaglianza e sopraffazione.
Old (2021) di M. Night Shyamalan

«Our version of Paradise»: così viene descritta la spiaggia tropicale che fa da ambientazione all’insolito horror di Shyamalan, tutto svolto sotto l’accecante luce del sole, come già accadeva in Midsommar. Se i luoghi liminali sembrano sospesi nel tempo e nello spazio, la spiaggia di Old porta queste caratteristiche al parossismo: la cala dalle acque cristalline è un microcosmo a sé dove il tempo segue leggi differenti rispetto a quelle ordinarie. I protagonisti del film si trovano così ad affrontare la paura più grande della società occidentale: l’invecchiamento. Shyamalan sfrutta la trasformazione e il decadimento del corpo e della mente – attingendo anche al body horror – per parodiare ed esorcizzare insieme uno dei maggiori tabù della cultura capitalista.
Dunkirk (2017) di Christopher Nolan

Un gruppetto di soldati cammina per le strade di una cittadina colorata ormai abbandonata, c’è chi beve da una canna dell’acqua, chi si accende un mozzicone di sigaretta, mentre dal cielo piovono volantini lanciati da un nemico invisibile (che resterà tale per l’intera pellicola). È il 1940 e siamo a Dunkerque, nel nord della Francia. La città, vuotata dalla normale presenza umana che la anima, ha un effetto straniante eppure familiare. Poi una raffica di proiettili rompe il silenzio e inizia la disperata fuga verso la spiaggia, una distesa di sabbia di 4 km, sulla quale 400.000 soldati inglesi attendono di essere rimpatriati. È verso questo punto nevralgico che convergono le tre linee narrative del film, uno spazio in-between tra la Francia e la patria, così vicina eppure irraggiungibile, ma anche tra la vita e la morte, dove i soldati vivono in una condizione sospesa, in attesa che il loro tempo si esaurisca, come ci ricorda costantemente il ticchettio incessante di un orologio. Nella Storia come nell’opera di finzione, la spiaggia di Dunkerque diventa un luogo di attesa, di speranza e di disperazione, dove ci si dimentica la propria umanità per la sopravvivenza. È «il destino che ti preme nelle budella».
The Beach (2000) di Danny Boyle

Tristemente noto per il danno ambientale causato dalle riprese, The Beach, tratto dall’omonimo bestseller di Alex Garland, ha a lungo incarnato il sogno di viaggiatori saccopelisti alla ricerca di un paradiso perduto dove costruire una società egualitaria, lontana dalla corruzione del mondo moderno. E nella prima parte del film, un giovane Leonardo Di Caprio sembra averlo trovato in un’isola sperduta della Thailandia: una comunità di hippie, guidati da Tilda Swinton, vive su una spiaggia appartata, protetta dal resto del mondo da scogliere e dalla barriera corallina, tentando di recuperare una forma originaria di vita comunitaria, fondata su condivisione e solidarietà. In realtà il progetto della comune appare da subito velleitario e ricco di contraddizioni, come dimostra efficacemente la scena della lista della spesa, in cui emerge l’incapacità del gruppo di rinunciare alle comodità della vita moderna. Ben presto, comunque, l’ideale utopico della comune entra in crisi: la natura, inizialmente idealizzata come un Eden, rivela il suo lato selvaggio e incontrollabile con l’attacco di uno squalo, dando inizio a una catena di eventi destinata a far implodere la comunità. La spiaggia di Danny Boyle si trasforma così nel simbolo del fallimento dell’utopia e della caduta degli ideali di un’intera generazione di sognatori, sottolineando – anche con un certo didascalismo nel voice over del protagonista – come l’illusione conti più della realtà: «Nella spiaggia perfetta, nulla può interrompere la ricerca del piacere, nemmeno la morte».
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