Architetti di immagini – L’intelligenza artificiale e onirica in Inception
Qual è la realtà? È quella che vediamo davanti ai nostri occhi, quella che prende forma pixel per pixel sui nostri dispositivi elettronici o quella filtrata dai giornali? È una realtà che possiamo creare, frutto di una precisa curatela o di una vivida immaginazione, o che ci viene imboccata dalla società in cui si affacciamo senza riuscire a discernere cosa sia vero o falso. La realtà è soprattutto un oggetto instabile, che nonostante la sua natura totalizzante, capace di avvolgere ogni aspetto della vita umana, può essere vulnerabile specialmente quando chiudiamo gli occhi. Nel mondo dei sogni il nostro inconscio cede il posto al subconscio, un’entità sfuggente che pesca dai nostri desideri non detti, parole che abbiamo origliato o volti intravisti per strada per confezionare un’avventura onirica. In questo luogo mentale tutto può raggiungerci, senza che il cervello non operi da filtro, ed è qui che le idee possono intromettersi dentro di noi.
È proprio lì che Dom Cobb (Leonardo DiCaprio, ora nelle sale italiane con Una battaglia dopo l’altra), il protagonista di Inception, sceglie di agire. Crea dei sogni condivisi per poter aprire le cassaforti mentali delle sue vittime ed estrarne i segreti più pericolosi. Quando un potente uomo d’affari gli propone di praticare la procedura opposta (un innesto, Inception in lingua originale), ovvero di inserire idee anziché rubarle, all’inizio il rischio sembra troppo grande. Il sogno è un oggetto vulnerabile tanto quanto la mente umana e creare qualcosa di così insidioso è difficile se l’architettura onirica non è sufficientemente stabile e profonda. È un iceberg che scende nell’inconscio umano e di livello in livello costruisce nuovi pensieri, facendoli apparire natii e non innestati.

L’innesto è possibile attraverso la costruzione di sogni, che altro non è se non una creazione di immagini, che assomiglia a quella praticata da piattaforme di intelligenza artificiale generativa come Midjourney e Stable Diffusion. Ariadne (Elliot Page), l’architetto ma anche la cartografa del labirinto onirico, è una prompt engineer, impila parole e idee per realizzare un mondo che assomiglia al nostro ma dove c’è qualcosa di profondamente sbagliato, non individuabile da una mente assopita. Durante i primi esperimenti Cob le suggerisce di non provare a replicare paesaggi reali, preferendovi luoghi nuovi, partoriti dalla sua mente. Pescare dai propri ricordi e dal proprio vissuto è il primo passo per perdere di vista il confine tra finzione e realtà. Allo stesso modo, nel momento in cui un utente da in pasto ia sua vita all’intelligenza artificiale, chiedendo di far muovere le foto o di sentire di nuovo la voce di un parente morto, la memoria si crepa lasciando spazio a un dubbio: cos’è vero? È un ricordo che ho davvero vissuto?
Una volta che la crepa esiste, la vulnerabilità del singolo aumenta e lo lascia più esposto alla manipolazione visiva e psicologica, come quella che mettono in scena Dom e i suoi colleghi con Robert Fischer (Cillian Murphy), l’obiettivo del loro Innesto. È un uomo già pervaso dal timore di non essere all’altezza delle aspettative del padre, che ormai si trova sul punto di morte e le possibilità di farlo ricredere sono ormai nulle. Per questo è la vittima perfetta: dove ci sono dubbi c’è spazio per nuove idee per piantare ricordi fittizi, capaci di orientare i desideri e le decisioni che prescindono dal volere originale del singolo. L’attenzione e la manipolazione rendono la vittima un burattino, ignaro di essere parte di un ingannevole spettacolo teatrale.
La trappola più pericolosa dell’artificio pensato da Christopher Nolan, nonché uno degli elementi che più appaiono come una profezia del panorama delle IA del giorno d’oggi, è il personaggio di Marion Cotillard, chiamato Mal e non è un caso che il suo nome ricordi la parola malware. La sua esistenza è iconoclastia della realtà, è un ricordo dall’effetto placebo insinuatosi nei sogni e diventato fonte di dipendenza. A causa di un dolore che non riesce ad accettare, Dom si rifugia in immagini che sono fantasmi di un vissuto che non gli appartiene più ma a cui chiede persistenza. Mal non esiste, o perlomeno non esiste più nella forma originale. Ora è un elemento di disturbo nella rete della realtà, un’entità che fagocitando ricordi si è fatta palliativo alla vita che Dom conduce.

Se Inception era stato inizialmente concepito da Christopher Nolan come la storia di un gruppo di ladri di sogni, nei quindici anni che sono trascorsi dalla sua uscita si è trasformato in una profezia del furto continuo di immagini 一 in senso più largo 一 di cui è vittima e complice la società contemporanea. Se ancora esiste, Il confine tra realtà e immagine creata 一 dall’intelligenza artificiale, ma non solo 一 non è mai stato così sfocato e sormontabile, nemmeno i totem, gli oggetti che consentono ai protagonisti di Inception, di avere la consapevolezza di trovarsi in un sogno, ora non bastano più. Forse tutta l’umanità è sedata come Robert Fischer ed è intrappolata in una matrioska di sogni, di immagini profane che altro non sono se non manipolazione prima dell’occhio e della mente. Oggi tutto può essere architettato e al contrario di quanto consigliava Dom, usare il mondo e il vissuto come reference è concesso, anzi incoraggiato. L’unica soluzione 一 se ce n’è una possibile 一 è, come suggerisce Eames (Tom Hardy) ad Arthur (Joseph Gordon-Levitt), di non avere paura a sognare in grande, di creare immagini nuove, maestose ma orgogliosamente distinguibili dalla realtà, risanando quella sacra linea di confine.
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