Alpha è un film che lacera il marmo e le viscere
Corpi malati in trasformazione verso un non-umano che emancipa e libera: questa la bellissima ossessione del cinema di Julia Ducournau che dopo Raw (2016) e Titane (2021) torna a meravigliarci dietro la macchina da presa. Con un’opera radicale e retro-fantascientifica — ambientata tra anni Ottanta e Novanta in una Francia minacciata dal contagio di un virus che trasforma lentamente i corpi infetti in pietra — Ducournau racconta una storia di malattie e fantasmi, un viaggio intimo e introspettivo in cui il nostro sguardo di spettatori coincide con quello spaventato e confuso della tredicenne Alpha (Mélissa Boros).
La carne incisa è l’elemento visivo che introduce sullo schermo due dei tre personaggi cardine del film: Alpha e lo zio (Tahar Rahami). Dapprima un’immagine flashback del braccio di lui, malato perché porta sulla pelle i segni della tossicodipendenza, e impresso dal tenero intervento della piccola Alpha che unisce con l’inchiostro i buchi provocati dagli aghi tracciandovi una specie di costellazione. A seguire, il primo piano della pelle di Alpha nel momento in cui, otto anni dopo, anestetizzata da alcol e droghe, viene tatuata con un ago sporco durante una festa a casa di amici. Prima ancora di sapere se ha contratto il virus — bisogna attendere due settimane per fare il test — Alpha si ammala di paura, contagiata dalla madre (Golshifteh Farahani), medico, che con questo virus letale ha fatto conti molto dolorosi.
I corpi marmorizzati degli infetti si trascinano faticosamente per strada e negli ospedali, come ingombranti statue fatiscenti destinate a sgretolarsi in polvere. È ancora una volta sull’ibridazione tra organico e inorganico che Julia Ducournau costruisce un film visionario e più viscerale che mai, dotato di una dimensione sensoriale che costringe lo sguardo a immagini disturbanti — cromaticamente oscillanti tra il buio e la saturazione anni Novanta — e riprese ravvicinate di carni che mutano e si deformano.

Seguiamo così Alpha nella delirante attesa della diagnosi, tra pruriti, ripetuti sanguinamenti e soprattutto ansie e pulsioni di un’adolescente che cerca la libertà ma nutre ancora profonde paure del mondo esterno: stufa delle mura di casa che condivide con la madre — single, preoccupata e iperprotettiva — prepara lo zaino e tenta la fuga fuori dalla finestra della cameretta che affaccia su dei ponteggi. Un vento forte e spaventoso le impedisce di procedere, in un vortice di suoni e immagini che è pura goduria cinematografica.
L’improvvisa ricomparsa di Amin, lo zio con problemi di tossicodipendenza di cui Alpha non ha ricordo, sconvolge non solo il rapporto madre-figlia, ma anche i piani temporali e immaginativi del film. Qui Ducournau introduce un gioco narrativo in cui si intrecciano passato e presente, realtà e falsa memoria, sogni di libertà e ricordi dolorosi. Legati dal sangue e dalla malattia, in questa storia Alpha e Amin si muovono insieme, l’uno il riflesso dell’altro, tanto che in una scena intensissima li vediamo contorcersi in convulsioni perfettamente sincronizzate — come una sorta di danza macabra — sotto gli occhi della madre. È lei a bilanciare queste pulsioni violente, impossibilitata ad accettare la morte e tutte le paure che porta con sé, compiendo continuamente lo sforzo immane di tenerli in vita, in quanto medico ma prima di tutto sorella e madre. E in queste scene furiose ed esplosive, sui corpi fisicamente e psicologicamente consumati dei tre personaggi si leggono i segni di tre intensissime prove attoriali.

Un senso di oppressione percorre tutto il film, fatto prevalentemente di spazi chiusi in penombra, illuminati da neon e luci fioche, e ambientazioni urbane decadenti che — nella bellissima scena del club notturno — recuperano l’estetica cyberpunk cara alla regista. Siringhe conficcate con violenza, paranoia, sesso e droga come veicoli di malattia, corpi che si frantumano e sangue che fuoriesce in continuazione: Alpha ci proietta in un immaginario radicale e distopico evocando gli spettri della generazione dell’HIV.
Con la forza visiva che contraddistingue il cinema di Ducournau, e una recitazione straordinaria, il film raggiunge un’intensità emotiva superiore a Raw e Titane. Rispetto a questi, l’elemento fantascientifico e il body horror si sottraggono a favore di una riflessione più introspettiva, intima e altamente simbolica che nonostante la carica drammatica alla fine offre uno sguardo ottimista. Alpha rappresenta la possibilità di trasformare il dolore e la paura — la sua, ma soprattutto quella della madre — in accettazione della condizione umana e della mortalità. Libera entrambe dai propri fantasmi, promettendo però di preservarne — intatto come pietra — tutto ciò che di positivo portano con sé.

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