Girls & Gods – Femminismo e religione possono coesistere? | Biografilm 2025
Può il femminismo essere religioso? Possono le religioni essere femministe? È possibile, insomma, che religione e femminismo coesistano? Girls & Gods, documentario ideato e scritto da Inna Shevchenko e diretto da Arash T. Riahi e Verena Soltiz, presentato in anteprima italiana al Biografilm Festival, è un viaggio alla ricerca di un terreno comune, se esiste, tra questi due poli che sembrano inconciliabili.
A compiere questo viaggio tra l’Europa e gli Stati Uniti è proprio Shevchenko, attivista ucraina del collettivo FEMEN e dichiaratamente atea, in dialogo con donne profondamente diverse tra loro, credenti e non, per discutere della complessa relazione tra religione e diritti delle donne. Ne risulta un dibattito aperto, che proprio in virtù della pluralità di punti di vista non può dare risposte certe, ma che invita a una riflessione critica sulle strutture di potere e promuove il confronto tra prospettive ideologiche e spirituali diverse.

È difficile negare che, nella storia dell’umanità, la religione sia stata uno strumento di oppressione sistemica nei confronti delle donne. Codificate in contesti patriarcali, le dottrine delle religioni monoteiste – cristianesimo, islam, ebraismo – hanno consolidato e legittimato un modello sociale fondato sulla superiorità maschile. Non è un caso che la divinità sia rappresentata come maschile – un dogma che, nel documentario, viene messo in discussione dalla poeta Halima Salat – mentre le figure femminili sono confinate a ruoli subordinati, marginali o simbolici. Il corpo femminile è spesso associato all’impurità e al peccato, e pertanto soggetto al controllo, mentre gli uomini godono, tanto nella sfera religiosa quanto in quella sociale, di maggior libertà e potere decisionale. Il patriarcato, in sostanza, si intreccia profondamente con l’autorità religiosa.
Com’è possibile, dunque, conciliare la pratica del femminismo – nato per affermare l’uguaglianza tra i generi, in aperta denuncia alle strutture oppressive, incluse le istituzioni religiose, che relegano la donna a un ruolo inferiore – con la pratica religiosa? Apparentemente, le due visioni sembrano inconciliabili. Il femminismo chiede una revisione radicale delle gerarchie di genere, mentre le religioni monoteiste si fondano proprio su testi e precetti che giustificano tali gerarchie. Il femminismo lotta per il diritto delle donne di decidere del proprio corpo, una questione su cui le religioni impongono spesso limiti severi.
Il discorso sull’aborto, per esempio, è centrale in una parte del documentario; se da un lato non sorprendono le posizioni antiabortiste della chiesa cattolica, dall’altro esistono realtà che si discostano da questa linea, come l’organizzazione Catholics for Choice. Emerge allora la necessità di separare la fede dalle istituzioni. Allo stesso modo, l’uso dell’hijab solleva profondi interrogativi sull’autodeterminazione: rivendicato come simbolo femminista da alcune donne musulmane, il velo assume una valenza oppressiva quando è imposto come strumento di controllo sul corpo femminile. È con questo spirito che l’attivista Masih Alinejad sostiene le donne iraniane che si tolgono l’hijab in pubblico, sfidando apertamente la coercizione della sharia.

La prospettiva di Shevchenko rimane quella di chi rifiuta la possibilità di una conciliazione tra religione e femminismo. Come lei, ci sono donne che rimarcano l’oppressione insita nelle religioni e che si sono allontanate dalla fede religiosa, ritenendo che essa sia inscindibile dalle strutture di potere patriarcali e dunque inadeguata a offrire una via percorribile verso l’emancipazione femminile. D’altra parte, Girls & Gods lascia ampio spazio al dibattito, includendo le testimonianze di donne religiose impegnate a promuovere un cambiamento nelle proprie comunità. Ne sono esempio il movimento per il sacerdozio femminile cattolico di Linz o un gruppo di teologhe protestanti e cattoliche autrici di La Bibbia delle donne, la rabbina Avigayil Halpern o l’imam Seyran Ateş, co-fondatrice della moschea Ibn Rushd Goethe di Berlino, espressione di un islam liberale. Sono tentativi di riforma dall’interno, che reinterpretano le letture tradizionali dei testi sacri in chiave egualitaria e propongono una spiritualità inclusiva, con l’obiettivo di conciliare l’adesione religiosa e l’emancipazione femminile. Sono, in definitiva, approcci diversi al femminismo. Nonostante le differenze, le donne intervistate hanno una comunanza di intenti: rivendicare l’uguaglianza. La domanda resta aperta: religione e femminismo possono coesistere? Se si considera praticabile questa possibilità, è fondamentale interrogarsi, appunto, su come possano farlo e su quali spazi le donne possano conquistare all’interno dei sistemi religiosi senza rinunciare alla propria libertà. L’esito dipenderà dalla disponibilità delle istituzioni religiose a mettersi in discussione.
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