The Studio – Per una critica etica dell’industria cinematografica
A24, la casa di distribuzione preferita del cinefilo moderno (quello che non riesce a decidere i suoi quattro preferiti su Letterboxd, per intenderci), è al momento a lavoro, in collaborazione con la 59% Productions dell’attore Daniel Kaluuya, su un film incentrato sul colorato tirannosauro antropomorfo dal nome Barney. Proprio quello della serie che andava in onda su Italia Uno sul finire degli anni ‘90.
Il pitch per il film, almeno secondo quanto riportato da testate del settore come Deadline, non parla di un progetto rivolto ai bambini, da sempre pubblico di riferimento per Barney, ma piuttosto di un thriller surreale simil-Kaufman. È un modo inusuale per sfruttare una proprietà intellettuale, in questo caso figlia di Mattel (ancora fresca del successo miliardario di Barbie), che prova a regalare l’autorialità anche al prodotto commerciale per eccellenza.
Il caso di Barney semplifica quello che nell’ultimo decennio si è trasformato in uno dei dilemmi etici, morali e finanziari più centrali nell’industria cinematografica. Come si può coniugare la creazione di un cinema guidato da un chiaro intento artistico ed estetico al bisogno del tornaconto economico?
Il protagonista della nuova serie Apple TV+ The Studio Matt Remick (Seth Rogen) si trova davanti a un interrogativo simile durante il suo primo giorno come presidente della Continental Studios (una frecciatina abbastanza palese alla Universal), uno studio cinematografico evidentemente privo di una chiara direzione artistica. Lui vorrebbe concentrarsi sulla realizzazione del prossimo Annie Hall o Rosemary’s baby, preferibilmente questa volta con persone migliori, ma è costretto a pescare un brand che potrebbe portargli un successo miliardario come è successo a Warner Bros con “un film sulle tette plastiche di una bambola senza vagina”. La scelta ricade su Kool-aid, un brand di bevande in polvere il cui marketing è da sempre dominato da una caraffa antropomorfa con il nome di Kool-aid man.

Quando il suo vecchio boss Griffin Mill (Bryan Cranston) lo costringe a cercare un regista per la marchetta, Matt ha un incontro con Martin Scorsese (sì, Scorsese in persona) che gli chiede circa 250 milioni di dollari per realizzare un film su Jonestown. La coincidenza gli si presenta davanti agli occhi la possibilità di rendere Kool-aid un film capace di arrivare agli Oscar, oltre che al portafoglio di milioni di spettatori, ma la realtà è un’altra. L’industria cinematografica è un tritacarne e nessuno può sopravvivere se non vende la propria anima al Dio denaro, nemmeno Scorsese in persona.
Se tornate indietro con lo sguardo di qualche riga, rileggerete che The Studio è una serie originale Apple TV+. Proprio la società di streaming che nel 2020, quando Paramount non riusciva ad offrire a Scorsese il budget necessario per Killers of the Flower Moon, è arrivata a salvare la situazione, dimostrandosi come una delle poche realtà ancora capaci e desiderose di difendere il cinema autoriale. In un processo sulla morte della creatura dei Fratelli Lumière, Apple TV+ potrebbe presentare The Studio come una prova della sua completa innocenza quanto come un’accusa diretta ai suoi competitor.
La destinazione della serie nel panorama audiovisivo attuale però pone un problema più grande: è davvero possibile criticare il cinema partendo da una simile posizione di privilegio economico e istituzionale e valorizzando il più possibile il proprio brand (perché di questo si tratta con le produzioni delle OTT)? Ogni episodio di The Studio è una dimostrazione tangibile non solo del potere produttivo di Apple TV+ ma anche della sua presa sullo star system. La lista delle guest star presenti nei dieci episodi che compongono la prima stagione è seconda solo al cast di The Odyssey di Christopher Nolan: oltre al già citato Martin Scorsese, vi sono – giusto per citarne alcuni – Ron Howard, Steve Buscemi, Paul Dano, Charlize Theron, Adam Scott, Zac Efron, Rebecca Hall, Olivia Wilde, Quinta Brunson, Zoe Kravitz e Dave Franco. Si tratta per lo più di cameo glorificati, dei momenti per indicare lo schermo e urlare “Hey, ma è lui!” o “non mi ricordo il suo nome, fammi vedere su IMDB”, che nell’ottica seriale sono, in una logica non dissimile da Call My Agent, delle semplici presenze episodiche che complicano le giornate lavorative di Matt Remick e del suo team composto dall’amico di una vita Sal Saperstein (Ike Barinholtz), la responsabile marketing Maya Mason (Kathryn Hahn) e l’ambiziosa assistente Quinn Hackett (Chase Sui Wonders).

Una volta lasciatisi alle spalle il prepotente star power che può permettersi di sfoggiare, difatti The Studio, creata e firmata da Seth Rogen, Evan Goldberg, Peter Huyck, Alex Gregory, e Frida Perez, è una semplice workplace comedy, che come suo simile cerca di ironizzare sulle proprie dinamiche interne attraverso la costruzione di situazioni spesso assurde. Dal possibile razzismo di un casting all’importanza dei discorsi di ringraziamento ai Golden Globes, passando per rulli di pellicola scomparsi misteriosamente e l’ossessione per i piani sequenza (e The Studio ne sa qualcosa perché ogni sua scena è girata come tale), la serie prende ad ampie mani dalle conversazioni dei cinefili chronically-online e spesso la sua ironia si ferma alla superficie.
La stessa premessa del personaggio di Matt è riassumibile in un unico dilemma – come è possibile amare il cinema quando lavori in un’industria che vuole distruggerlo – e The Studio non cerca mai di fare qualcosa per problematizzare questa dicotomia. L’arrivo di Matt ai vertici degli studios non rappresenta mai un’effettiva rottura con il passato e ogni possibile tensione nel legame con la sua mentore Patty (una Catherine O’Hara tristemente sprecata), che occupava il suo ruolo prima di essere brutalmente licenziata, è risolta bruscamente pur di avere l’attrice come spalla comica. È un cinefilo, vorrebbe proteggere il cinema, ma non può farlo – lo stesso ritornello si ripete con leggere variazioni sul tema per otto episodio fino ad arrivare a uno strano finale in due parti che ricorda un altro periodo della carriera di Seth Rogen, più specificamente quello delle sboccate commedie al fianco di James Franco stile This is the End.

Nell’unione creativa alla base di The Studio, in uscita su Apple TV+ il 26 marzo, abbiamo da un lato un Seth Rogen ormai troppo innamorato del suo personaggio pubblico, sempre uguale a se stesso indipendentemente dal palcoscenico (l’unica rara eccezione è Platonic, serie – guarda caso proprio di Apple TV+), e dall’altra una delle società di streaming più importanti del panorama quotidiano, un brand riconosciuto che sta entrando lentamente nel mainstream e per il quale la comedy rappresenta una preziosa opportunità commerciale.
Gli studios stanno crollando su se stessi, negando assegni in bianco a registi del canone cinefilo e preferendo l’ennesimo remake o un film live-action con protagonista l’omino del Monopoli, e The Studio balla su quelle macerie in un’autocelebrazione indubbiamente meritata ma spesso fine a se stessa. È una pacca sulla spalla e un arco pieno di frecciatine – difficile parlare di reali frecce – pronte a colpire chiunque senza esclusione alcuna (per citarne una, il pubblico target di A24 sono “i baristi pansessuali”). È una sottrazione continua da dinamiche decisionali di mercato a cui Apple TV+ fondamentalmente partecipa comunque. Il problema tuttavia è che The Studio non poteva che essere così proprio per la sua provenienza, perché una critica super partes alle dinamiche dell’industria audiovisiva può esistere solo e solamente al di fuori del Mainstream dove può essere libera di prendere posizione, senza preoccuparsi di questione di immagine. I tempi di critiche dissacranti e fuori dagli schemi come Cecil B. Demented di John Waters (per ironia della sorte, uno di quegli autori che non riesce ad ottenere il finanziamento per il suo nuovo film) sono lontani e ora la guerra tra studios e piattaforme chiede prese di posizione nette più politiche che commerciali, che al contempo non irritino troppo i propri avversari. Una parata di star capricciose, qualche battuta sulla cinefilia e al centro un comico con una sregolatezza calcolata: degli ingredienti misurati fino al milligrammo per ottenere un commento, più che una critica, che poco aggiunge ai discorsi tipici di un gruppo di damsiani fuori dalla Cineteca di Bologna.
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