I’ma make it out of here dead or alive I’ma gonna make this boy my wife I’m free
La voce vellutata di Remy Bond apre il primo episodio di The Testaments (in uscita ogni mercoledì su Disney+), cantando di una passione estiva che è come una pistola puntata alla tempia. “Summer Song”, con i toni melliflui della sua melodia e i sottotoni violenti del suo testo, ci introduce al mondo della protagonista Agnes (Chase Infiniti, che ha già dato prova del suo talento in Una battaglia dopo l’altra), un mondo nuovo e conosciuto al contempo. Le premesse sono infatti quelle che vengono consegnate agli spettatori alla fine di The Handmaid’s Tale, l’adattamento del celebre romanzo di Margaret Atwood che la serie, con la supervisione della stessa autrice, ha espanso oltre le pagine originali. Anche The Testaments segue il tracciato dell’omonimo libro, pubblicato da Atwood nel 2019 come continuazione della narrazione precedente: Gilead, il regime fondamentalista che governa gran parte degli Stati Uniti, non è ancora stato abbattuto nonostante le guerriglie del Mayday, e Agnes rimane prigioniera nella gabbia dorata dei suoi genitori adottivi, il comandante Mackenzie (Nate Corddry) e la matrigna Paula (Amy Seimetz).
Al centro Agnes (Chase Infiniti) che si fa vestire dalle sue Marta, Zilla (Blessing Adedijo) e Rosa (Kira Guloien); alle sue spalle la casa giocattolo.
Guardiamo però a questa realtà distopica da una prospettiva diversa rispetto a quella cupa e dolorosa di June: Agnes si risveglia in una villa con un maniero, viene vestita e pettinata dalle sue Marta e viene portata al collegio gestito da Zia Lydia, in cui si preparerà assieme alle sue compagne, figlie dell’élite di Gilead, a diventare una moglie perfetta. Nella sua innocenza, rappresentata dalla casa di bambole con cui continua a giocare, il peso della propria femminilità non è ancora opprimente. L’intenzione di Bruce Miller, ideatore anche di The Handmaid’s Tale, è chiara: con The Testaments non vuole semplicemente mostrare una possibile capitolazione di Gilead, ma creare un’identità tra il coming of age di Agnes e la comprensione del significato politico del proprio corpo. La sua adolescenza è viola prugna: non più pura come il rosa delle bambine, non il rosso delle Ancelle, ma nemmeno i blu gelidi che colorano le donne adulte, confinate al loro compito riproduttivo. I primi tre episodi rappresentano il passaggio, marcato dal sangue mestruale, a una fase della vita di Agnes in cui privilegi economici e sociali non potranno più proteggerla dal suo inevitabile destino biologico.
Le compagne Prugna di Anges, tra cui Shunnamite (Rowan Blanchard), Becka (Mattea Confronti), e Hulda (Isolda Ardies).
Nonostante ai fan di The Handmaid’s Tale la connessione con June fosse già chiara, è solo in questo momento che avviene un vero e proprio passaggio di testimone. Il compito di resistenza e opposizione al regime di Gilead viene ereditato dalla nuova generazione di giovani donne perché, come disse Angela Davis, «freedom is a constant struggle», che non si esaurisce con le lotte di June e delle altre Ancelle. La relazione madre-figlia che interessa Atwood rimane centrale, con tutte le sue sfaccettature e ambiguità, ma la battaglia di Agnes trova forza nel sentimento più potente dell’adolescenza – l’amicizia, che, in una società in cui per le donne è impossibile coalizzarsi, diviene un’arma ancora più sovversiva. Se le mestruazioni sono ciò che risveglia Agnes dal suo sogno infantile, il rapporto con la sua migliore amica Becka (Mattea Confronti), prossima al matrimonio, ma soprattutto l’arrivo di una straniera dalla libera Toronto, Daisy (Lucy Halliday), costituiranno il presupposto per la maturazione della vita adulta, basata sulle confidenze e le confessioni bisbigliate di argomenti incriminanti come i corpi nudi che Daisy vedeva sulle spiagge canadesi. La violenza della pubertà, che viene già strumentalizzata dal governo, si converte in forza politica dirompente: quando le giovani donne vengono trattate alla stregua di animali per la procreazione, la ribellione selvaggia è l’unica modalità di fuga.
Da sinistra, Daisy (Lucy Halliday), Zia Lydia (Ann Dowd), e Agnes (Chase Infiniti), i cui punti di vista si alternano nel romanzo di Atwood.
Dopo che l’interesse per la serie precedente e i suoi personaggi era stato dissipato nel corso di sei lunghe stagioni, che hanno perso in più momenti la qualità mordente del romanzo originale, la fortuna di The Testaments la fanno la freschezza dei volti e la saturazione brillante. Le performance di Infiniti e Halliday sono delicate e sfacciate nei punti giusti, ma soprattutto si rivolgono a un pubblico anche nuovo, costituito da giovani donne come loro – in questo senso, l’intenzione della serie riflette la continuità generazionale della sua trama. È anche vero che Miller, forse per una coincidenza fortunata di tempi di produzione e situazioni storiche, si inserisce in un discorso vivo e molto frequentato della contemporaneità. È un caso che proprio il giorno prima dell’uscita della serie sia stato pubblicato in America Yesteryear, esordio di Claro Cairo Burke che racconta di un’influencer trad wife (“moglie tradizionale”) che si ritrova a vivere nel 1805, e che proprio quest’anno sia in uscita The Hunger Games: Sunrise on the Reaping, due tra tanti prodotti che riflettono sulla possibilità concreta che il presente e il futuro vengano investiti da derive autoritarie, in cui è fondamentale il controllo sui corpi – femminili e non.
È però sicuramente indice di un rinnovato interesse – secondo coordinate nuove – del genere Young Adult (YA), che cerca nella distopia letteraria e audiovisiva un modo per interpretare e sopravvivere alle distopie della realtà. Daisy si rivolge direttamente agli spettatori quando afferma: «A scuola avevamo studiato Gilead. L’insegnante diceva che anche se sembrava essere nata da un giorno all’altro, i segnali c’erano già. I candidati alle elezioni avevano parlato apertamente, riguardo alle donne, ai gay, eppure erano stati eletti comunque». Questo modo didascalico, che risulterebbe fastidioso per un altro tipo di prodotto, funziona proprio grazie alla sua eccessiva trasparenza, l’immediatezza dei discorsi con cui le adolescenti si approcciano per la prima volta al femminismo. Ma soprattutto, dopo anni di resistenza contro il regime, The Testaments esprime l’urgenza propria di chi continua a opporsi a una struttura che non cede.
Laureata in Lettere Classiche, sto frequentando i corsi di laurea magistrale in Italianistica e Discipline della Musica e del Teatro presso l’Università di Bologna. Ho vinto il Premio Cat di critica cinematografica nel 2024 e ho partecipato al workshop di critica della Biennale Teatro nel 2025. Credo nella cultura pop e nel potere della narrazione. Partly Jane Fonda & partly Jane Austen.
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