Rolling Thunder Revue – An American Backstage

Il palco è l’America del 1975, dove Nixon è diventato il diavolo, gli anni ’60 inesorabilmente scomparsi, l’Urlo di Ginsberg è ormai roba vecchia e i Medicine Shows quasi mitologia; Ruben Carter era chiuso in una cella, il Blues si patinava di suoni da riserva indiana, l’West una frontiera distante quanto uno studio cinematografico e Bob Dylan un artista ormai quasi a 10 anni dalla fine di un’esplosiva, ma breve, carriera. Si, perché dopo la ruggente scalata dal Folk al Pop, dai Diritti Civili ai Jukebox (con dentro un po’ di idrogeno) che Scorsese aveva già raccontato nel 2005 col suo No Direction Home, Dylan aveva passato gli ultimi nove anni senza farsi praticamente vedere, pubblicando dischi ritenuti disastrosi e dandosi persino alle colonne sonore – il suo lavoro su Pat Garrett & Billy the Kid lo vede anche attore.

BOB DYLAN SINGS FOR "HURRICANE" CARTER, NEW YORK, USA

A 34 anni, Dylan è l’artista di un passato che era già vecchio quando era presente, eppure non era finito. Un breve tour con The Band nel ’74 lo porta a voler tornare sul palco, sulle strade della sua America, ma le regole sarebbero cambiate. Il progetto Rolling Thunder si presenta come enorme, mastodontico, con una dozzina di musicisti sul palco, sempre in crescita, insieme a vari amici e compagni di viaggio – Allen Ginsberg e Joan Baez, per fare due nomi – e atmosfere tratte da un’epoca lontana da qualsiasi tempo o luogo, quella degli spettacoli gitani itineranti, con volti dipinti, furia di fuoco nella voce, musica come brezza ineluttabile e P.T. Barnum nascosto dietro le quinte compiaciuto.

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Queste le premesse del nuovo docufilm di Martin Scorsese, nuovamente incentrato sulla musica e per la seconda volta su Bob Dylan, per raccontarci un capitolo diverso della carriera dell’artista Premio Nobel alla Letteratura nel 2016. Il compito del regista è arduo: non solo mettere ordine in un tour che nasce per essere puro caos libero da qualsiasi schema, ma farlo per Netflix, consapevole che il film sarà visto su schermi piccoli o minuscoli, frammentato, interrotto. E di questo Scorsese appare fortemente consapevole: il racconto si muove su una punteggiatura ordinata di momenti e temi, inframmezzati dall’America viva, quella reale delle strade e dei media, che dettava il sapore dell’aria respirata nel ’75. Ma allo stesso tempo, il risultato è claustrofobico: la maestosità dei palchi si trova ristretta in uno spazio minimo, come quei pupazzi a molla dentro alle scatole, pronti a saltare da un momento all’altro; le riprese originali di Sam Shepard incollano ai volti dei protagonisti, agli sguardi allucinati di Dylan stesso, sempre a metà tra un passante casuale e un demiurgo iper-consapevole.

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Lo stesso mood traspare dal Dylan attuale, intervistato da Scorsese come nessun altro potrebbe mai permettersi di fare; il poeta-profeta intoccabile si guarda indietro e mostra un’ineffabile ironia, una simpatia rinnovata e una saggezza da Sacra Scrittura, che scava in versi di poeti, cantanti e drammaturghi, il tutto già presente in quel lontano ’75. E con Dylan parlano gli uomini e le donne ancora sulla strada e, miracolosamente, i fantasmi dei grandi recentemente scomparsi: non si possono trattenere i brividi nel sentir parlare Allen Ginsberg e Ruben “Hurricane” Carter nel mezzo di interviste prese poco prima della loro morte.

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Il documentario è un vero e proprio backstage non solo di un tour frenetico, ma allo stesso tempo di un secondo film, Renaldo and Clara, lungo documento praticamente incomprensibile uscito nel ’78 che è stato per decenni l’unica fonte per recuperare qualcosa di quell’avventura che è stato il Rolling Thunder; il rapporto tra il lavoro di Scorsese e Renaldo and Clara è come quello che sta tra il Vangelo di Giovanni e la sua Apocalisse, l’uno si muove tra le pieghe dell’altro, provando a darne un’immagine speculare, mascherata, edulcorata per le forme del senso contemporanee: basti guardare la scena tra Dylan e la Baez che parlano di matrimonio, in cui si respira l’imbarazzo di una storia mai avvenuta, che è proprio il tema di fondo di Renaldo and Clara; e anche in quel frangente, Dylan ne esce vincitore – il problema, ci dice, è nel pensare troppo.

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E si smette di pensare quando partono le performance, diamanti rari nati dal carbone – come ci racconta un’allucinata Patty Smith – veri tesori di questo docufilm forse meno ambizioso del precedente, ma in cui si potrà scavare per anni. Le canzoni ci vengono mostrate in tutta la loro forza: la recitazione durante Isis, la tensione che si crea tra un verso e l’altro di Just Like a Woman, la delicatezza di Simple Twist of Fate e, soprattutto, Hurricane, di cui ci viene detta la difficoltà perché possa semplicemente esistere, nel momento in cui la politica degli anni ’70 non è quella di dieci anni prima. La liberazione di Ruben Carter è il vero risultato di questo tour economicamente disastroso ma musicalmente straordinario e, a oggi, irripetibile: non esiste più quel modo di vivere la musica e il film lo mostra esplicitamente.

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Questo docufilm è un tesoro per gli appassionati che, da esperti, troveranno tante piccole perle da aggiungere alla loro collezione (e rintracceranno rumorosissime mancanze, come quella di Sara Dylan e di Jacques Levy); chi si avvicina per la prima volta a Dylan resterà, invece, meravigliato come si restava davanti al primo circo e ai primi film con effetti speciali mostrati al Cinematografo. Questa è la seconda tappa di una ricerca ancora in corso, ci viene detto; la speranza è che Scorsese continui a mostrarcene i risultati, mentre Dylan continua a non essere mai quello che era il giorno prima.


Alcuni consigli per godersi maggiormente la visione

Libri:

  • Allen Ginsberg, Primi Blues
  • Larry Sloman, On the road with Bob Dylan

Dischi:

  • Bob Dylan, Blood on the Tracks
  • Bob Dylan, Desire
  • Bob Dylan, Hard Rain
  • Bob Dylan, The Bootleg Series, Vol. 5
  • Bob Dylan, The Rolling Thunder Revue

Film:

  • Bob Dylan, Renaldo and Clara
  • Martin Scorsese, No Direction Home
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