«You may call me Terry, you may call me Timmy You may call me Bobby, you may call me Zimmy» (Gotta Serve Somebody)
Sembra che il cinema – tessuto di immagini, dispositivo sempre declinato al passato, traccia indelebile di un accaduto – possa raccontare Bob Dylan solo attraverso le negazioni; pensiamo solo ai titoli: Dont Look Back, No Direction Home, I’m Not There, e adesso A Complete Unknown, un completo sconosciuto – un po’ come il personaggio di Dylan in Pat Garrett & Billy the Kid, chiamato Alias. Persino nel film da lui diretto, Renaldo and Clara, a interpretare Dylan c’è qualcun altro; e che dire poi di Masked & Anonymous, un titolo dalla doppia rimozione, che risuona appieno con quella citazione wildeiana che vorrebbe un uomo sincero solo se in maschera, pronunciata da Dylan stesso in Rolling Thunder Revue di Scorsese. Il Dylan per immagini è sempre un Dylan negato, materiale sfuggente e inafferrabile, difficile da incastrare in un qualsiasi prodotto biografico senza perdersi qualcosa, molto spesso la sostanza, la musica, la performance e l’effetto che fa. James Mangold – regista d’esperienza, ritrattista già capace di scolpire i lineamenti acerbi e pieni di schegge di Johnny Cash – raccoglie la sfida con mano sicura, forte anche dell’appoggio di Dylan stesso che, fornendo aneddoti e racconti per lo script, è garante della sua onesta falsità (e quindi della sua sincerità).
Come gather ‘round friends and I’ll tell you a tale
«Life isn’t about finding yourself, or finding anything Life is about creating yourself and creating things»
Per prima cosa Mangold sceglie di essere narrativo, lineare, di indicare una traiettoria e di seminare lungo il tracciato indizi fin troppo espliciti di ciò che sta crescendo lungo la via. A Complete Unknown è la storia di una trasformazione il cui inizio è già in corso prima ancora che se ne vedano gli effetti, nella volontà di un artista di fare ciò che sente autenticamente suo, in un divenire ininterrotto che passa sì dalla musica, ma anche dall’aspetto, dai gesti, dagli sguardi e dagli affetti. Nell’imbastire questo tragitto a prima vista molto convenzionale, Mangold gioca con le aspettative e con quello che è il biopic musicale ormai consolidato, strutturando un racconto che è continuamente una negazione del Viaggio dell’Eroe, dove ogni strada naturalmente giusta non è quella da seguire e dove il necessario climax/concerto diventa un atto di antieroismo, il compimento di un’evoluzione che è sempre e comunque in rotta con ciò che gli sta intorno.
La storia di quei primi anni di Bob Dylan tra New York e Newport – sintetizzati attraverso il bellissimo libro Dylan Goes Electric!, da tante biografie e dai racconti di Bob stesso – sono materiale perfetto per una parabola antieroistica dove il nemico da sconfiggere è la tentazione al non cambiare, all’adagiarsi su ciò che gli altri si aspettano e chiedono. «I try my best To be just like I am, But everybody wants you To be just like them» canta Dylan in Maggie’s Farm durante quella sequenza di ostinata autodistruzione che è il concerto finale sul palco di Newport del 1965, e così facendo afferma ancora una volta il titolo: nessuno conosce Dylan perché lui è sempre qualcun altro, persino rispetto a sé stesso. E provare ad afferrarlo è provare ad afferrare un uragano: tutto l’establishment del Folk viene mostrato nel proprio – esagerato – crollare di fronte all’inarrestabile cambiamento rappresentato dall’andare al di là delle aspettative. «Will soon shake your windows And rattle your walls For the times they are a-changin’».
I once loved a woman, a child I’m told
«Joan Baez and me could sing anything. We could sing together in our sleep»
La scelta – estrema – di Mangold, che rende differente questa versione dei primi anni di carriera di Dylan dalle tantissime che hanno li hanno raccontati, è di affiancare la trasformazione artistica di Bob a quella sentimentale, mettendo in forma – spesso esagerando – il contenuto di quelle canzoni di (dis)amore che compongono una larga fetta dei dischi troppo facilmente etichettati come politici o “di protesta”. C’è infatti poca politica in A Complete Unknown, poche lotte per i diritti civili, e l’effetto è curioso: viene quasi da chiedersi se l’obiettivo sia qui mettere in dubbio la buona fede ideologica di chi sventolava la bandiera della musica Folk come portatrice di rivoluzione al di là di quanto Dylan vi abbia inciso. Ma forse il punto per Mangold è un altro: l’opera di Dylan nasce in quel contesto, ma resta fuori dal tempo, al di là del contingente, non ingabbiabile nei fatti di cronaca – per quanto importanti – che ne hanno dato origine. Così diventa più interessante per il regista muovere attraverso le relazioni del giovane Bob, specialmente con quelle figure femminili così fondamentali per farlo fuoriuscire dal labirinto del Village.
Joan Baez, certo, interpretata da una splendida Monica Barbaro che porta in dote una voce limpida e piena, nonché una presenza estremamente carismatica. Lei è il fulcro scopico della trasformazione raccontata: attraverso i suoi sguardi si percepisce la valenza della posizione di Dylan, nonché i confini delicatissimi dell’al di qua e dell’al di là delle aspettative generali. La Baez di Barbaro incarna l’aspettativa che di Dylan ha il suo pubblico, diventandone un doppio fisico e concreto; le scene che la vedono con Bob brillano di una tensione elettrica ed erotica, in una sublime danza a due dove Dylan si ritira a un passo dall’essere fagocitato e dal fagocitare. E con Baez, la Sylvie Russo di Elle Fanning che porta in sé tanto la compianta Suze Rotolo quanto i primi barlumi di una eternamente assente Sara Lownds, qui nemmeno nominata ma presente in trasparenza. Sylvie è l’immagine filmica di tutte le “you” che riempiono i solchi di canzoni come Don’t Think Twice o It Ain’t Me, Babe: guardandola sembra quasi di sentirne il suono nei gesti e negli sguardi, accarezzata dalle note di un Bob incapace di esprimere concretamente ciò che prova.
Don’t ask me nothin’ about nothin’, I just might tell you the truth
«Here’s a true story, actually they’re all true»
Si sa, i fan di Dylan – e io sono colpevolmente e impunemente tra loro – sono tra i più esigenti ed enciclopedici in assoluto. Non c’è giorno della vita di Bob che non sia stato documentato da qualcuno in qualche oscura pagina biografica, sia questa stampata o online. E soprattutto quei primi anni che vanno dal ’61 al ’65 hanno fatto consumare galloni di inchiostro, diventando tra i più capillarmente coperti nella storia delle biografie musicali. Per questo qualsiasi prodotto si dica “biografico” nei confronti di Bob Dylan è inesorabilmente passato al setaccio della community per trovare imprecisioni, inciampi o errori piccoli o grandi, spesso senza considerare che la vita stessa di Dylan è il più delle volte un plateale racconto di fantasia (provare a leggere la sua “autobiografia” Chronicles Vol.1).
Mangold lo sa bene e quindi gioca su due fronti: da un lato riempie il film di piccole “chicche” dissonanti per attivare il puntiglio dei fan – è ormai proverbiale l’esibizione mai avvenuta di Girl From the North Country con Joan Baez a Monterey nel ’63: controllate voi stessi – e per smuovere il discorso intorno al fact-checking; dall’altro, consapevole dell’impossibile resa biografica, sfrutta il materiale a sua disposizione per orchestrare al meglio le trasformazioni in atto: poco importa che It’s Alright, Ma sia già stata scritta ed eseguita più volte prima del ’65 se vederla e sentirla comporre a Dylan di fronte ad un’esasperata Joan crea una scena pressoché perfetta. Situazioni e personaggi nel film si condensano e si riorganizzano per restituire la sensazione sincera di fatti accaduti in modo differente, ma non per questo percepiti meno autentici: non è un atteggiamento tanto distante dallo stile di scrittura di Bob stesso in quegli anni, capace di estrapolare dai fatti reali la densità del loro effetto.
‘Stead of acting like we never met
«I’m glad I’m not me.»
In tutto questo, la performance di Timothée Chalamet negli stretti eppure ingombranti panni di Bob Dylan resta convincente, seppur a tratti al limite del cosplaying o evidentemente forzata nelle prove vocali: dopotutto Bob stesso recitava sé stesso al Village, quindi l’anti-naturalezza che permane alcune sequenze diventa per assurdo l’arma più sincera per restituire l’immagine di quel Dylan. Mangold e Chalamet riescono magicamente a riempire il loro Bob degli spettri di Chaplin (persona e personaggio), di James Dean e di tutte le icone di cui Dylan si è nutrito nel ridisegnare sé stesso. Sarebbe ingeneroso dire che la voce di Timmy non somiglia a quella di Bob, eppure ci sono barlumi nelle canzoni (complice anche il lavoro sul visivo) dove quel timbro e quel phrasing scaturiscono magicamente.
Encomiabili poi le interpretazioni di tutti i personaggi/persone che riempiono il film, a partire da un Edward Norton/Pete Seeger estremamente convincente e molto presente – come nel libro da cui il film è tratto -, capace di tendere l’elastico morale su cui si misura la trasformazione di Dylan. Ogni interpretazione è costruita attraverso lo studio attento del posizionamento sul palco, della presa sugli strumenti (guardate quel Johnny Cash!) e dell’intensità nel suonare, abituando lo sguardo spettatoriale a distillare il personaggio a partire dal musicista, lasciando quindi alla musica il ruolo di tessuto sovra-narrativo. (PS: prestate un’estrema attenzione ai testi di tutte le canzoni, perché sono vere e proprie linee di dialogo utilizzate senza sottotesto, sparate come spietati proiettili letali)
Lay down the song you strum
«I think of myself more as a song-and-dance man»
C’è tantissima musica in A Complete Unknown. Tantissima e non scontata. Il film non è infatti il solito catalogo di greatest hits costruito per far cantare il pubblico in sala, ma si pregia di dar spazio su schermo a brani davvero poco conosciuti, relegati a raccolte bootleg per appassionati e spesso mai citati nei saggi e nelle biografie. Il lavoro di Mangold è qui filologico pur non appoggiandosi, come si è detto, ad un rigore storico: l’evoluzione del linguaggio musicale di Dylan passa spesso per brani estremamente “minori” o nascosti, poiché in questi vanno cercate le ancore che ne afferrano i progressi o gli indizi di riflessioni sulla propria condizione. Poi certo, ci sono alcuni classici imprescindibili, ma anche qui la scelta della presentazione è totalmente antieroica, distante dal classico determinismo mitologico dei biopic musicali: vi sfido a non pensarla così dopo aver visto in che condizioni Bob ci presenta Blowin’ In the Wind.
E proprio il tessuto musicale aiuta Mangold a svincolarsi agilmente da uno dei punti più deboli del film: le coordinate spaziotemporali. Se è vero che ormai dopo i Coen e Mrs. Maisel il “Village Cinematic Universe” dovrebbe avere un’identità visiva universale, in A Complete Unknown si perde spesso di vista il dove e il quando dell’azione, rendendo il contesto – la New York dei primi anni ’60 – un rischioso pretesto per raccontare la storia. In questo, il sound di quel periodo resta inconfondibile, e non solo attraverso le canzoni di Dylan, ma anche grazie alla grana dei dispositivi con cui la musica diegetica ci arriva all’orecchio, nonché grazie al timbro sporco e materico degli strumenti musicali autenticamente suonati sul set.
Trying to prove that your conclusions should be more drastic
«Keep a good head and always carry a light bulb»
A Complete Unknown è un film incompleto. Ci sono tantissimi aspetti del Dylan di quel periodo che vengono trascurati e tralasciati, come mancano moltissime canzoni spesso ritenute imprescindibili. Eppure la sua traiettoria lineare aiuta a costruire una direzione di lettura agile e ben strutturata per incastrare i pezzi mancanti e facilmente recuperabili. L’invito allo spettatore è di prendere questo film decisamente “manchevole” e innestarvi all’interno Dont Look Back, No Direction Home, The Other Side of the Mirror e tutti gli altri documenti che Mangold decide di far bastare a loro stessi e di evocare in assenza, permettendosi persino di lasciare incomplete le performance musicali.
Se quindi a un primo sguardo la sensazione era quella di trovarsi di fronte a un qualche Grain of Sand – il film fittizio in cui, in I’m Not There, il Dylan di Heath Ledger deve interpretare a sua volta quello di Christian Bale – una volta usciti dalla sala si rimane travolti dall’eterno mistero di Bob Dylan, senza risposte ma con chiara quella continua non-direzione che lo guida ancora oggi in un’interminabile trasformazione. Il merito più grande di A Complete Unknown è quello di rendere la figura di Dylan un autentico ghost of electricity che infesta gli spazi di chi lo circonda con una capacità poetica irrinunciabile. La domanda, comunque, resta: «How does it feel?»
Già giurato a Venezia75 nella sezione Classici e caporedattore di «Birdmen Magazine», con un Ph.D. in Film & Media Studies, svolgo ricerca sull'analisi semiotica applicata alla serialità e al mercato mediale. Strutturalista per vocazione, nerd per natura, "lost in Time, lost in Space... and Meaning".
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[…] James Mangold l’anno scorso scelse di raccontare la fondamentale svolta elettrica di Dylan in A Complete Unknown. Ma mentre per quel gran mistificatore di Dylan si è giocato un po’ di più con dissonanze e […]
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