Il mio Nebraska e quello di Springsteen – Qualche riflessione su Deliver Me From Nowhere
«Everything dies, baby, that’s a fact.
But maybe everything that dies someday comes back»
Nebraska è un luogo in cui mi sono trovata per caso un paio di anni fa: da quel momento in poi, ci sono tornata più e più volte. Sarebbe meglio dire che, dopo anni in cui lo avevo osservato e apprezzato da qualche chilometro di distanza, in un momento della mia vita in cui avevo troppa nebbia attorno, Nebraska ha trovato me. Le sue strofe hanno cominciato a suonare diversamente, mi sembrava di ascoltarle per la prima volta con un’intensità nuova e travolgente, e da allora resta per me una delle più vive dimostrazioni del fatto che sentire certa musica è un atto a volte doloroso ma forse davvero il più salvifico. Sono quasi sicura che chi ascolta Springsteen, o chi semplicemente cerca vita nella musica, possa avere avuto una simile esperienza: Nebraska è un album che a un certo punto arriva, da solo, senza preavviso, ti prende e ti isola in mezzo a tanto inutile «rumore».
Lo fa brutalmente, spingendo chi canta e chi ascolta a identificarsi con qualcuno che aveva represso così tanta rabbia da compiere improvvisamente gesti estremi e terribili, e che per questi è stato condannato a morte: nel pezzo di apertura del disco, Springsteen canta la storia dell’omicida Charles Starkweather in prima persona. Il cinema — il bellissimo Badlands di Terrence Malick, visto su una piccola televisione durante una sessione di zapping notturno — ha ispirato a Springsteen le strofe del primo brano, ma tutte le canzoni di Nebraska hanno un altissimo grado immaginifico. Sembrano in qualche modo evocare le immagini in bianco e nero di un passato che è appartenuto a noi o forse a qualcun altro, luoghi che abbiamo certamente visitato ma forse solo in sogno o nei ricordi, esperienze emotive mai vissute eppure stranamente familiari, vecchie memorie di cui arriva un’eco lontana e malinconica.
«Last night I dreamed that I was a child
Out where the pines grow wild and tall
I was trying to make it home through the forest
Before the darkness falls»

La musica — per me, soprattutto, quella di grandi cantautrici e cantautori del secondo Novecento — ha una forza emotiva così potente da nascondere un enorme potenziale, se vogliamo, “cinematografico”. Da grande consumatrice di musica e film, mi sono sempre interessata — a volte non con poco scetticismo — ai tentativi che si sono fatti nel senso opposto, ovvero quelli del cinema di catturare in qualche modo la musica. Viviamo in un’epoca in cui spesso non è sufficiente fruire del prodotto artistico, vogliamo sapere di più, sviscerare tutto quel che c’è dietro, spesso siamo più interessati al processo di realizzazione di un prodotto che al prodotto in sé. E se ciò, da una parte, dimostra una spinta naturale a interessarsi dell’essere umano che produce arte, dall’altra sottrae forse quell’irrazionalità emotiva che ci permette di dare un’interpretazione del tutto personale a una canzone, un dipinto, un film, uno spettacolo. Il processo creativo di un musicista richiede un grado di intimità che sfugge, forse più di altre forme d’arte, al tentativo di tradursi in immagine oggettiva e unica per tutti, proprio perché attivando soltanto l’udito tutti gli altri sensi seguono un percorso che per ciascuno di noi è assolutamente privato. E questo è particolarmente vero nel caso di Nebraska, che rappresenta il viaggio più intimo e introspettivo di un artista di cui forse a volte si è persa di vista la grande sensibilità, vulnerabilità e talento di autore, offuscato dall’immagine del performer esplosivo che fa ballare il pubblico.
E forse questo è il merito principale del film Springsteen – Deliver Me From Nowhere, che cerca di ripercorrere le radici del dolore di un uomo con la testa piena di fantasmi che ha cercato di curarsi componendo musica priva di fronzoli, imperfetta e anacronistica. E, soprattutto, con la terapia, sconfessando le aspettative di un’epoca sovreccitata — l’alba dei gloriosi anni Ottanta — che lo voleva come simbolo, e che di certo non gli avrebbe concesso di soffrire di depressione. Il regista Scott Cooper adatta per lo schermo la storia certamente affascinante della realizzazione, tra 1981 e 1982, dell’album più tenebroso e sorprendente del Boss, raccontata da Warren Zanes nell’omonimo libro. Una parentesi misteriosa seguita al successo di The River, in cui Springsteen si trovò a incidere su un registratore multitraccia casalingo, da solo in una stanza, quasi senza accorgersene, una serie di brani folk così intimi, disperati e introspettivi da non poter essere pubblicati. E invece per volere di Springsteen e del manager/amico Jon Landau uscirono coraggiosamente nel settembre 1982, senza alcun tipo di attività promozionale né tour a sostenerli, contro il parere di quanti si aspettavano un altro disco di hit rock da suonare per il grande pubblico. Un album che non aveva bisogno di alcuna mediazione, destinato a trovare gradualmente e silenziosamente il proprio pubblico, che denunciava chiaramente il disagio di un uomo prigioniero della propria immagine.

Questa sembra allora la grande contraddizione alla base del film di Cooper: fare un film sulla produzione di Nebraska con uno dei volti preferiti dalla Gen Z come protagonista e un’imponente macchina promozionale alle spalle, ampiamente sostenuta dallo stesso Springsteen, diventa un’operazione che cozza con l’idea di un album originariamente anti-commerciale. Se da una parte è apprezzabile il tentativo del film di restituire un lato di Springsteen più vulnerabile — che è poi la sua vera anima — , meno patinato e forse sconosciuto al grande pubblico, dall’altra si rischia di essere troppo didascalici, sottraendo mistero e possibilità a chi ascolta di appropriarsi privatamente della musica. Cooper inquadra un momento preciso, un momento di svolta, il momento che ha cambiato davvero tutto, esattamente come James Mangold l’anno scorso scelse di raccontare la fondamentale svolta elettrica di Dylan in A Complete Unknown. Ma mentre per quel gran mistificatore di Dylan si è giocato un po’ di più con dissonanze e incompletezze, qui la rappresentazione pur limitata cronologicamente ambisce ad essere eccessivamente integrale. A livello narrativo, per esempio, sono poco convincenti le scene in cui Jon Landau (un bravissimo Jeremy Strong), tornato a casa la sera da lavoro, illustra alla moglie — più un pezzo d’arredamento che una reale presenza — le sue preoccupazioni e considerazioni su ciò che sta attraversando Springsteen e su quanto successo negli anni precedenti, inserite per dare più contesto a quanto vediamo sullo schermo. Invece, l’invenzione di un interesse amoroso — la cameriera Faye Romano interpretata da Odessa Young — che condensi tutti i tormenti sentimentali del Boss sembra più un modo per garantire un po’ di scontato romanticismo hollywoodiano che per reale necessità.

Nel bianco e nero dei luoghi d’infanzia di Bruce, e nelle immagini di lui che vi torna più e più volte da adulto, quasi ossessivamente, durante giri in macchina notturni, risuonano le strofe più nostalgiche di My Father’s House, Used Cars, Mansion On The Hill. Tra gli spettri più ingombranti, quello del padre, interpretato come sempre magistralmente da Stephen Graham, che rivela sottilmente anche la difficoltà di Springsteen di accettare un certo tipo di mascolinità a cui spesso è superficialmente associato. Jeremy Allen White, che tranne in qualche performance musicale non casca mai nella trappola dell’imitazione, è anche per questo piuttosto convincente nell’esprimere tutta la fragilità, malinconia e passività con cui Springsteen all’epoca affrontava la propria immagine pubblica, nascondendo una depressione che era evidente a tutti quelli che gli stavano attorno tranne che a lui. Una duplice sfida per l’attore, che ha dovuto di fatto interpretare due lati opposti e complementari di Springsteen: l’uomo e l’icona, il performer sorridente e inarrestabile e l’ordinario trentenne taciturno che vaga da solo per le strade del New Jersey. E poi quei frammenti di cinema, grande influenza — soprattutto da Nebraska in poi — su cui il film giustamente insiste, pur con un montaggio troppo scolastico, e la musica che fortunatamente riesce a rimanere al centro senza inserire le grandi hit, con l’eccezione di Born In The U.S.A.

Il mio Nebraska è in bianco e nero ed è un posto inaccessibile a chiunque, cupo come il cielo della copertina del disco. E negli ululati di State Trooper, o nella voce triste e trascinata di My Father’s House, sento la vicinanza di qualcuno che forse ha visitato luoghi simili. E a un certo punto se li è lasciati alle spalle: tutto muore, è oggettivo, ma tutto quel che muore poi a un certo punto ritorna. Penso che la musica non abbia mai davvero bisogno di contesto o spiegazioni, perché rischia di vincolarsi troppo vividamente a qualcosa che non ci appartiene direttamente. E se Nebraska era, come scrive Warren Zanes, «un disco a rilascio graduale» che «rivelava i suoi strani poteri con il passare del tempo», forse un film come quello di Scott Cooper non era necessario. Eppure, siccome Nebraska è anche mio ed è una storia di morte e rinascita, mi sono emozionata, e non poco. Vedetelo se amate Springsteen e anche se non lo amate.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.