Million Dollar Baby – Un’emorragia dell’anima lunga 20 anni
A volte la vita è un ritorno a casa con solo una pallina lasciata sul furgone. Ogni sprazzo di felicità, anche quella in un’esistenza trascinata su due zampe, viene di colpo cancellata, spazzata via da un destro ben assestato, da una caduta accidentale, da un respiratore da spegnere.
A vent’anni di distanza dalla sua uscita, Million Dollar Baby ancora colpisce, ancora fa male, senza possibilità di difenderci, o seguire la regola più importante: proteggersi sempre. È un cinema che si sdoppia, quello di Clint Eastwood, cogliendo i personaggi come eroi da tragedia greca, tra cornici di un palcoscenico pronto a sporcarsi di sangue. Un mondo ammantato di buio, di una fotografia desaturata, proiezione cromatica di chi vive nello spazio di palestre, ring, monolocali, tenendosi a debita distanza dalla luce del sole, figuriamoci da quella della ribalta.

Ispirato a Rope Burns: Stories from the Corner di F.X. Toole (pseudonimo dell’allenatore Jerry Boyd) c’è poco e nulla del più canonico film sportivo in Million Dollar Baby. La boxe si fa mero espediente di un racconto di empatica fattura, toccando con delicatezza dilemmi umani, redenzioni sociali, e temi culturalmente ed eticamente dibattuti come quello dell’eutanasia. I pugni scagliati, gli intensi allenamenti, i lividi e i nasi rotti sono dunque ponti fisici per arrivare a temi universali come il dolore e la solitudine, la forza e il coraggio, il libero arbitrio e il rispetto per le proprie scelte, anche quelle più strazianti, o apparentemente incomprensibili, come quella di morire con dignità. Come il suo Frankie (l’uomo che non allena le ragazzine), tradirà i suoi stessi precetti accettando di allenare Maggie (Hilary Swank), così Eastwood frequenta l’archetipo sportivo, lo accarezza e lo interiorizza, per sabotarne lo stereotipo e rendere il suo scenario filmico più plausibile, fragile, umano. Nel mondo di Million Dollar Baby può farsi così spazio anche quella rivincita femminile nei confronti di una disparità di genere che ancora tocca e soffoca il mondo dello sport, sia dentro che fuori lo schermo. Lo sguardo lanciato da Frankie a una Maggie che lo implora di allenarla, è reazione metonimica di una forma mentis inculcata dal considerare la donna come il sesso debole, perché incapace di colpire, stendere l’avversario, far male.

Quella dell’uomo è, dunque, una risposta del tutto prevedibile, perché figlia di una normalizzazione di pensiero, nata in quella stessa struttura patriarcale che non solo lo ha forgiato come individuo, ma che lo ha influenzato in quanto spettatore di una vita ridotta a spettacolo dove sono gli uomini (e non le donne) a colpire, a cadere e rialzarsi sul ring. Si pensi solo a titoli come The Wrestler, Southpaw, Rocky, Warrior, Toro Scatenato, The Fighter: tutti ritratti di una pinacoteca di corpi in movimento di stampo maschilista che riducono a pochi, pochissimi casi, film e serie TV con protagoniste wrestler e boxeur donne (Una famiglia al tappeto, Mary Kom, o Glow, giusto per citare qualche titolo). Una limitazione cine-televisiva che va a rafforzare il pensiero che il ring sia un universo per soli uomini; lo stesso che dalla cultura generale passa al pregiudizio generalista, inficiando le scelte di uomini duri, granitici, freddi, proprio come Frankie.

Sono personaggi che nascono dalle ombre, quelli di Million Dollar Baby; ombre di un passato da cui rifuggire; ombre di una sofferenza che li richiama a sé; ombre che non lasciano mai soli i personaggi sullo schermo, fino ad abbracciarli nel loro manto. Una lotta dicotomica che trova il suo luogo di elezione in quei volti modellati dalla tensione, e restituiti a metà. Ora l’ombra può prendere piede, lo fa quando Frankie accetta di allenare Maggie, lo fa quando Maggie diventa la sua Mo Cùishle (“mio tesoro” in gaelico), lo fa ai piedi di una stanza d’ospedale. È l’ombra del sonno eterno ora chiamato ad assestare il suo ultimo gancio senza battiti di mani e celebrazioni dal pubblico. L’ombra che sempre ci segue manifestando la nostra presenza. La morte è come la notte: libera le ombre, i morti non ne hanno più una. E così il corpo si fa silhouette proiettata sulle mura di un asettico ospedale, ultimo ring dove a confrontarsi è il senso di colpa e la finale liberazione.

In Million Dollar Baby i personaggi sullo schermo diventano quindi ombre delle loro paure e luci delle loro speranze. In questa sfida costante, Clint Eastwood fa del suo Frankie un uomo cinico, quasi rude, dall’animo scheggiato e zelante. È un uomo che nasconde sotto strati di pelle ruvida, e dietro il peso di espressioni accigliate, un’umanità profonda che solo Maggie riuscirà a riportare a galla, come un’archeologa dei sentimenti. Dal canto suo, quella imbastita con fili sottili e profonda sensibilità da Hilary Swank, è una donna che esprime se stessa nello spazio di uno sguardo, tra speranza e passione. Gli occhi si fanno così specchio di una bambina innocente, fanciulla che ancora si stupisce del mondo; una farfalla leggera rinchiusa nel corpo di una donna che, una volta indossati i guanti, trasforma quello sguardo in brace pronta a infiammarsi. Il volto si indurisce, si incattivisce, per poi tornare a sorridere, illuminando il microcosmo circostante. Ma se c’è un colore che tutto andrà a dominare con la forza delle sue sfumature, quello è il verde: verde, come quella terra d’Irlanda di cui Maggie diverrà figlia adottiva; verde, come l’accappatoio che la avvolgerà a ogni match; verde, come la tunica del parroco che accoglie Frankie ogni giorno in chiesa; verde, come il colore che sfuma uno spazio soffocante in cui i personaggi si muovono, saltellano, respirano polvere per sputare sangue. È un verde non più speranza, ma fantasmatico, di un Averno che risale verso il mondo degli umani, sfiorando corpi, scegliendo anime da rapire.

Poteva esserci un commento musicale ritmato, brani adrenalinici pronti a sottolineare ogni saltello di piedi. Invece quella che avvolge il mondo di Maggie e Frankie è una musica essenziale, modesta, come minimale e modesta è la vita della protagonista. Quelli composti dallo stesso Eastwood sono semplici accordi di chitarra, simili a quelli che andranno a riempire da lì a pochi mesi, i silenzi tra i due cowboy di Brokeback Mountain. Ma nel mondo di Million Dollar Baby non ci sono gregge da seguire, o amori da nascondere, ma solo corpi da affrontare, sogni da realizzare. Nello spazio di una palestra, l’orfana di padre e il padre rigettato trovano adesso la loro parte mancante; Maggie e Frank si fanno palliativi al dolore altrui, sostituti di famigliari scomparsi, siero vitale da mescolare alla boxe. Lo sport può infatti distrarre, essere un diversivo al proprio dolore, ma una volta tornati a casa, ecco che la sofferenza risorge. Ma in quel chiasmo di sguardi ai confini di una palestra, Maggie trova un padre, e Frankie una figlia.

Recuperando quel mito di Edipo declinato in un’America cupa e contemporanea di emarginati e disillusi, che solo un anno prima aveva ispirato Sofia Coppola per il suo Lost in Translation, Clint Eastwood ammanta di senso di colpa, perdite e rinascite il suo Million Dollar Baby, facendone un ritratto dolorosamente fragile dell’essere umano. La cinepresa abbassata, le inquadrature dal basso, l’inclinazione verso l’alto: tutto rimanda a quello sguardo di un pubblico che assiste attonito a un incontro di pugilato. Una predominanza filmica che va a danzare con un montaggio mai troppo serrato, ma abbastanza disteso da permettere allo spettatore di osservare, e scrutare ogni dettaglio sulla scena. Mai troppo ristrette, le riprese non intendono frammentare il corpo della Swank per dissezionarlo; il suo è un fisico da contemplare in toto nella sua leggerezza, nella sua fluidità di movimento, prima che tutto si blocchi disteso su un letto d’ospedale. Le scene vengono raccordate da segni di interpunzione visibili, tra dissolvenze incrociate e fondu in apertura, o chiusura: sono passaggi da una sequenza all’altra che vanno a sostituirsi ai vari round di un incontro al cardiopalma, prima del fatale ko.

Se per Shakespeare tutto il mondo è teatro, per Clint Eastwood tutto si fa ring: un microcosmo di uomini e donne coraggiosi, testardi, pronti ad accettare il dolore per un barlume di soddisfazione. Un universo in forma quadrata dove tutto «funziona al contrario… invece di allontanarti dal dolore come farebbe qualsiasi persona sana, gli si va incontro».
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