Non solo GOOD VIBES – Intervista a Francesca Santamaria
In estate ha debuttato a B.Motion 2024 – Operaestate Festival con quell’idea che è stata una specie di folgorazione, un’intuizione che riguardava sé e gli altri e che ha avuto la pazienza di raccontare una volta pronta, rilavorando l’ispirazione affinché raggiungesse il suo pieno potenziale espressivo a partire dal, e nonostante il, trauma. Perché non ha solo GOOD VIBES, Francesca Santamaria.
COME SOPRAVVIVERE IN CASO DI DANNI PERMANENTI è, ad esempio, una performance che definisce una “radiografia coreografica” di 25’ che senza mezze misure indaga l’insensatezza della sopravvivenza a ogni costo.
Ho incontrato Francesca a BASE Milano, quando ha presentato il suo GOOD VIBES ONLY (beta test), che mi ha folgorata e che è tornato in scena al Teatro Elfo Puccini per VETRINA ITALIA DOMANI.
Certo la sua espressività, l’eccellente formazione da danzatrice, la qualità della sua presenza scenica, ma soprattutto l’idea, l’idea! Sono tornata in treno gongolando per aver trovato, nell’astratta sperimentazione del panorama coreutico contemporaneo, un’idea chiara, nitida, semplice eppure aperta a sfumature e gradienti di complessità. Francesca è una performer che con i suoi strumenti espressivi illumina, e che soprattutto sta cercando la sua cifra, accettando di avere diverse poetiche.
COME SOPRAVVIVERE nasce da una storia intima e vissuta che assurge a un significato ontologico, mentre GOOD VIBES è, ad esempio, il frutto dei suoi occhi scrutatori, vispi e attenti, che dove guardano portano la luce perché i fenomeni a cui assiste, e di cui siamo tutti protagonisti, Francesca li studia accuratamente anche nelle loro derive da idiot savant, con un sarcasmo satirico che non le impedisce di abitare anche il registro drammatico. Soprattutto, Francesca è giovanissima, eppure può già vantare importanti riconoscimenti: superpremiata con “SHIFTING TOOLS”, parte di Incubatore per futur_ coreograf_, selezionata per la Vetrina della giovane danza d’autore eXtra 2023 del Network Anticorpi XL, finalista di DNAppunti coreografici 2024.

© Emanuele Padovani
Insomma, Francesca, che cosa diciamo a giovani danzatori e danzatrici, e a tutte le persone che aspirano alla performance? Esiste un “modo giusto” di fare un passo dopo l’altro quando si è emergenti? Quanto conta il caso, o l’incontro?
Io nasco come danzatrice: ho studiato a Roma balletto classico e durante questo percorso ho incontrato per caso, per una sostituzione del mio insegnante di danza contemporanea, Marta Ciappina. Quell’incontro ha causato la prima importante deviazione nel mio percorso. (nda. Cercatevi e scegliete sempre con cura i maestri!). Da lì ho fatto parte della giovane compagnia Milano Contemporary Ballet, ho partecipato a Biennale College Danza 2019 diretta da Marie Chouinard, per poi cominciare a lavorare con la Giovane Compagnia Zappalà Danza – CZD2, facendo le prime esperienze come interprete.
Quindi hai subito combinato formazione e lavoro, dopo l’Accademia?
Ho fatto una scelta. Potevo continuare a studiare in un’università coreutica, (nda, Francesca ha conseguito poi una Laurea in Discipline dello Spettacolo alla Sapienza, riversando molto dei suoi studi e della sua passione per la filosofia nella ricerca coreografica) ma avevo tantissima “fame” di danzare, e sentivo che in qualche modo avevo gli strumenti sufficienti per poter provare a lavorare come danzatrice.
Quand’è il tempo giusto per rischiare?
Esiste il tempo giusto per ciascuno. Io ero una danzatrice, convinta di voler fare quello, non avevo esperienze di coreografia, ma poi la vita ha preso il sopravvento…
L’infortunio?
L’infortunio. Non ho potuto ballare per due anni. Il mio corpo era stato sovraccaricato e ha ceduto. Ho passato mesi sotto oppiacei, in cliniche di riabilitazione, e durante quel tempo mi sono resa conto che non avevo avuto il senso del limite, complici il mio carattere, i ritmi della produzione e forse anche un po’ una sorta di culto della performatività.
Come hai riempito quel tempo, come ti sei curata?
Ho studiato la danza dal punto di vista teorico. Da danzatrice sentivo di volere conoscere quello che facevo da un altro punto di vista. Mi sono iscritta all’Università La Sapienza, dove ho cominciato nello stesso tempo (anche qui, per caso e per fortuna) a fare workshop di teatro con artisti tra cui Rezza, Latini, Alberici. Poi incontro Pietro Angelini, attore e autore che mi ha incoraggiata a lavorare a creazioni mie.

© Mattia Cursi
Da dove hai deciso di partire per la tua prima creazione?
Dopo l’infortunio il mio corpo era ancora traumatizzato e impaurito. Sapevo di dover partire da lì e ho cominciato a pensare a COME SOPRAVVIVERE IN CASO DI DANNI PERMANENTI, letteralmente partendo dal mio archivio di documentazioni mediche, radiografie, le visite, da una verità che mi aveva segnata. Era il 2022.
Ma tra il progetto e la realizzazione, fino ai cartelloni, che cosa c’è?
Tutto è nato quando avevo candidato il progetto per un bando nazionale, che non vinsi. Era solo un’idea, che però incuriosì Maura Teofili, che mi invitò a partecipare a CI-KOREA – amara la danza, una minirassegna di danza a Carrozzerie N.o.t. in collaborazione con ATCL Lazio. Lì ho avuto l’opportunità di portare un primo studio del lavoro. Nel frattempo ero stata selezionata per Incubatore, e in parallelo continuavo a lavorare a COME SOPRAVVIVERE.
Come stai vivendo il tuo ingresso nel circuito e che consigli daresti a chi vuole proporre qualcosa di inedito?
Devo dire che è difficile stare dietro a tutto. Bisogna tenere sempre la guardia alta, nel senso di capire come gestire le proprie energie. Io sto imparando a conoscere piano piano il sistema italiano: la ricerca, le residenze, i debutti, la gestione delle finanze. Destreggiarsi nel sistema significa anche riuscire ad assumere diversi ruoli: io, per navigare in questo mare, sono social media manager, curatrice di me stessa, performer, coreografa, project manager e così via. Allo stesso tempo però mi ritengo fortunata: il sostegno di CodedUomo, la produzione di cui sono artista associata, è fondamentale. In generale, è importante avere delle persone che sostengono e supportano il tuo lavoro.
Come si tengono insieme i processi creativi quando lavori su tanti fronti?
Selezionando con cura ciò a cui si vuole davvero lavorare. Io parto da questo e da un’immagine chiara. Credo di avere un occhio più registico, compositivo, che processuale, per cui se “vedo” un’immagine chiara (che magari poi si stravolge nel processo), allora posso cominciare. Il corpo, con le sue peculiarità espressive, per quanto possa sembrare strano, per me viene dopo.

© Emanuele Padovani
La musica?
La contaminazione è costante. Collaboro continuativamente con Ramingo, producer e dj, da quando ci siamo conosciuti per la creazione di “SHIFTING TOOLS”.
In “COME SOPRAVVIVERE” la musica è creata ad hoc, ma a partire da reference specifiche (tra cui ad esempio “La Morte del Cigno”), che informano la coreografia. La componente principale è però il beat ossessivo, che porta il corpo in uno stato specifico.
Ossessivo come la performance?
Sì, la performatività è il mio demone, ma non solo il mio, per questo voglio parlarne: non c’è solo Francesca nel mio corpo. Per come intendo io i miei lavori, il contenuto artistico non può essere privo di messaggio, e non intendo un messaggio morale.
Cosa diresti ai fautori dell’arte come pura estetica?
Per la mia visione, non potrei concepire un mio lavoro privo di enunciato.Credo che l’arte sia tremendamente politica: non si può prescindere dal portare la propria idea di mondo.
Il dibattito è annoso, si stanno avvicinando nubi dense di pioggia fangosa, il ghiaccio nel caffè si è sciolto, ci stiamo appiccicando alle sedie.
Sono entusiasta di avere questo confronto con Francesca. Rifletto spesso su tutto quello che vedo in scena: ero molto più radicale nei miei giudizi prima, mentre da qualche tempo ho imparato ad avvicinarmi con più cura agli esiti artistici, cercando rispettosamente il contatto con gli autori per aiutarmi e aiutare i pubblici a decodificare. A volte, però, non c’è niente da decodificare, e su questo non transigo: bisogna distinguere il processo creativo (il training) dall’esito, e chiamare le cose con il loro nome, e superare l’autoreferenzialità, perché l’arte senza un pubblico coinvolto e reso partecipe, è monca.
Francesca deve raggiungere una collega, le darà uno sguardo alle prove. Ho ancora molte curiosità ma mi limito a chiederle dei prossimi lavori.
«Un macroprogetto: “GOOD VIBES ONLY”. Il primo capitolo è “BETA TEST”, che hai avuto modo di vedere, sostenuto da Festival MILANoLTRE, CIMD e Festival Danza Estate. Il secondo, “THE GREAT EFFORT” sarà presentato come studio a DNAppunticoreografici al Romaeuropa Festival ad ottobre, il terzo…»
Qual è questo sforzo grande?
Riconoscere la nostra infallibilità. Io la vivo col mio corpo in scena. Come scrive Byun Chul-Han (nda La società senza dolore, Einaudi, 2021) nel corpo estenuato e dolorante percepisci la proprietà del tuo corpo, anche in una società anestetizzata e “senza dolore” come la nostra.
Come direbbe Madame, “Se non provo dolore…”
Certo, nell’album Amore! La conosco, la adoro!
E mentre intoniamo il ritornello penso all’immensità curativa dell’arte, che rielabora traumi e li fa fecondi, e che nelle nuove drammaturgie contaminate, ibride, inattese, c’è il futuro delle proposte artistiche del nostro paese. Ed è un futuro fatto di artisti come Francesca Santamaria, capace di coniugare l’estetica, lo studio, la disciplina, la tecnica, a una presenza radicata nel nostro malconcio mondo.
L’immagine di copertina è di Dario Bonazza.
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