Ainda estou aqui – Cinema contro l’oblio | Venezia 81
Nel 1964 un colpo di stato militare rovescia il presidente brasiliano João Goulart e dà inizio a una dittatura militare che durerà per ventuno anni, perseguitando ed eliminando sistematicamente gli oppositori politici. Il regista brasiliano Walter Salles decide di raccontare questo terribile capitolo della storia recente del suo paese attraverso la vicenda reale di una famiglia, i Paiva, la cui vita viene sconvolta irrimediabilmente nel 1971 quando il padre, l’ex deputato Rubens Paiva, viene sequestrato da casa e non fa più ritorno.

Ainda estou aqui, in concorso a Venezia 81, racconta la storia dei desaparecidos dal punto di vista di coloro che sono sopravvissuti e in particolare della figura di Eunice Paiva, interpretata dall’attrice Fernanda Torres, madre di cinque figli che si trova all’improvviso sola, senza soldi e sotto lo stretto controllo dei militari. Al centro del film c’è dunque il tema della reinvenzione di una donna che reagisce al lutto con un’incredibile forza interiore, ricostruendo per sé e per la sua famiglia una nuova vita dedicata alla difesa dei diritti umani, in particolare dei popoli indigeni, particolarmente colpiti dalla violenza della dittatura, senza mai perdere il sorriso. È emblematica da questo punto di vista la scena del film in cui la famiglia, dopo la scomparsa del padre, posa sorridendo per la rivista Manchete, disobbedendo alle indicazioni editoriali che li avrebbero preferiti «più seri».

Per ricostruire il personaggio di Eunice, così come il resto della famiglia e la bellissima casa a Rio de Janeiro in cui si svolge gran parte della vicenda, Salles si è basato sul libro autobiografico di Marcelo Rubens Paiva, uno dei figli più piccoli di Eunice, avendo avuto inoltre accesso al materiale d’archivio della famiglia. Il minuzioso lavoro di ricostruzione storica e la cura per i dettagli si uniscono a uno sguardo intimo e personale dovuto non solo al coinvolgimento nel progetto di uno dei protagonisti della storia, Marcelo, ma anche al fatto che il regista stesso ha conosciuto personalmente da ragazzo i Paiva e ha frequentato la loro casa per un periodo.
Specialmente nella prima parte del film, Salles riesce così a restituirci il calore di questa famiglia, portandoci all’interno della loro quotidianità fatta di giochi sulla spiaggia, Bossa nova, cene con gli amici, soufflé e foto di famiglia. Alcuni elementi dissonanti interrompono però l’idilliaca felicità dei Paiva: le notizie trasmesse alla radio sul rapimento dell’ambasciatore svizzero, i posti di blocco e il suono costante degli elicotteri sono il preludio del tragico evento che si abbatterà presto sulla famiglia e rivelano l’inquietante clima politico in cui sta sprofondando il Paese.

In Ainda estou aqui le fotografie e i film di famiglia rivestono un ruolo importante, ricorrendo costantemente nella narrazione; questo materiale audiovisivo, che spesso ricalca le reali immagini dei Paiva mostrate durante i titoli di coda, sembra indicare chiaramente la volontà da cui muove il film e che ha spinto lo stesso Marcelo a scrivere nel 2015 l’omonimo romanzo. Come ha raccontato durante la conferenza stampa a Venezia 81, lo scrittore ha deciso di raccontare la storia della sua famiglia nel momento in cui la madre, malata di Alzheimer, ha iniziato a perdere i propri ricordi. Allo stesso modo il film di Salles nasce dalla necessità di mantenere vivi i ricordi familiari che diventano, nel contempo, specchio della sofferenza di un intero Paese.

La pellicola unisce dunque una dimensione intima e privata, che muove nel profondo, a una dimensione collettiva, mostrando la volontà di testimoniare ciò che è accaduto perché, come dice Eunice Paiva in una scena del film a una giornalista che le chiede se non sia meglio che lo Stato si interessi ai problemi del presente piuttosto che provare ad aggiustare il passato, bisogna riconoscere e condannare gli atti illeciti che sono stati commessi perché non si ripetano ancora impunemente. L’insistenza di Salles sulle immagini è anche un modo per permettere ai sopravvissuti di riappropriarsi della propria storia e dei propri ricordi, che lo Stato ha invece cercato di negare e cancellare dalla memoria collettiva, ribadendo la capacità del cinema di farsi strumento contro l’oblio.
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