Lasciami andare – Acqua troppo alta a Venezia

Stefano Accorsi, Valeria Golino, Venezia con l’acqua alta o ‘acqua granda‘ – come la chiamiamo dalle nostre parti – atmosfere da mystery thriller e Stefano Mordini in cabina di comando, piaccia o no, ad oggi, uno dei registi più in ascesa del cinema nostrano, almeno da un punto di vista produttivo (è il logo di Warner Bros. Italia il primo a comparire, come nel caso del precedente Il testimone invisibile con Riccardo Scamarcio, in mezzo invece c’era stato Gli Infedeli per Lebowski, Indigo e Rai Cinema tra le altre, distribuito da Netflix) e il risultato è Lasciami Andare, film presentato in anteprima nel corso della serata conclusiva della 77^ Mostra del Cinema di Venezia. Risultato non esattamente elettrizzante, nonostante il peso potenziale in positivo dei fattori alla partenza. Ma andiamo con ordine.

Lasciami Andare racconta la storia di Marco Fasani, interpretato da Stefano Accorsi, che si muove in motoscafo per una Venezia sempre grigia e mezza sott’acqua (ripresa in un modo talmente generico da far impallidire le immagini tipo di un qualsiasi Tg delle 20 di metà novembre) a fare l’ingegnere come potrei farlo io che sono laureato al Dams: arriva al cantiere, dice due cose che saprebbe dire meglio un anziano avvezzo alla contemplazione dei cantieri che ha lavorato alle poste per quarant’anni e se ne va con passo sciolto e convinto di chi ha regalato perle ai porci, mentre i colleghi astanti si guardano tra lo sconcertato e il perplesso.

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Marco alterna queste non memorabili comparsate sul posto di lavoro, ad altrettante e altrettanto meno memorabili comparsate ad un gruppo di recupero non meglio definito, che parrebbe di alcolisti anonimi, giusto per il fatto che il personaggio di Antonia Truppo fa riferimento al suo passato di abuso d’alcool nel corso di una scena. Per il personaggio di Marco però, anche lui seduto su seggiola-in-classico-cerchio, il problema dell’alcol sembra più che superato, se mai c’è stato, visto che nel corso del film, ripetutamente messo alla prova dai propri fantasmi del passato e da esperienze emotivamente tutt’altro che irrilevanti, non ha mai nemmeno per un momento l’idea di farsi un bicchierino. L’espressione ‘fantasmi del passato’ è da intendersi in un senso piuttosto letterale visto che a far visita dall’oltretomba a Marco ed ex consorte Clara, interpretata da Maya Sansa, è lo spirito del figlioletto, scomparso 8 anni prima in un tragico incidente.

Il fantasma del figlio di Marco e Clara si manifesta con una certa continuità tra le mura della vecchia abitazione dei due consorti, che è stata rilevata da una ricca donna italo-americana di nome Perla, interpretata da Valeria Golino. Perla, allertata da suo figlio riguardo la presenza soprannaturale che tiene loro compagnia tra le mura domestiche, si affretta a contattare Marco e Clara, dopo aver riconosciuto nella presenza infestante il loro defunto figlio. Marco però si è rifatto una vita ed è in dolce attesa assieme alla sua nuova compagna Anita (Serena Rossi), mentre Clara non sembra essere riuscita a superare il lutto. Seguono alcuni colpi di scena non particolarmente originali e un pessimo, pessimissimo finale con ribaltamento, davvero sgraziato e poco coerente.

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I principali problemi di Lasciami Andare, oltre alla comprensibile fretta con cui il film è stato aggiustato nel processo di lavorazione per catturare le immagini di Venezia in quei giorni di acqua alta di metà novembre, sono, a mio avviso, sicuramente il casting e la messa in scena (lascio perdere la scrittura, vista la natura del progetto quasi instant movie suo malgrado, per giunta di genere, e dunque non per forza vincolato a chissà quali necessità di originalità drammaturgica). Nessuno degli attori risulta credibile al cento per cento nella propria parte, ma i due personaggi che lo sono meno sono fuori di dubbio Accorsi e Golino. Il personaggio di Marco, che seguiamo per quasi la totalità del film dovrebbe risultare un uomo diviso, lacerato dal dolore, con un passato di abuso d’alcol e una nuova paternità in arrivo, proprio nello stesso momento in cui si presenta a fargli visita lo spettro del figlio defunto. Accorsi è troppo impostato, porta la battuta sempre con troppa enfasi e non risulta mai veramente convincente a partire dai primi piani che Mordini gli regala nel corso dei suoi viaggi in motoscafo. La scena del primo confronto tra lui e la ex moglie Clara sembra poi, per com’è recitata, uno spin-off di Alex l’ariete. Valeria Golino ha certamente un lavoro più complicato del collega poiché si trova ad avere a che fare con un personaggio che sembra la perfetta sintesi di tutti gli stereotipi triti e ritriti della dark lady: donna sola, passato misterioso, occhiali scuri sempre (soprattutto quando non serve), risata inquietante e americanitudine di riporto. Golino in genere se la cava(va), qui probabilmente era impossibile, anche se i ruoli da lei accumulati di recente raccontano di una seria discesa (personalmente l’ho apprezzata per nulla anche in Tutto il mio folle amore di Gabriele Salvatores).

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Chiudo con qualche rapido cenno alla messa in scena: 1) Venezia è una città che certamente si presta ad un noir per struttura urbanistica e architettonica, ma se la fotografi in modo così generico il rischio è di sprecarla completamente. Per vedere piazza San Marco con l’acqua alta basta farsi un giro su Google. Ci sarebbero state così tante zone meno note ed anche più suggestive da utilizzare come location, bastava chiedere ad un veneziano. 2) Capisco la difficoltà nel girare in quei giorni, ma io avrei optato per un po’ meno motoscafo e un po’ più di passeggio per l’ingegner Marco. La cadenza ritmica del passo, magari ben accompagnato in colonna sonora tra le calli scure di una Venezia notturna, sarebbe stata molto più azzeccata rispetto al ronzio del motore della barca e al suo rapido sguscio sull’acqua. 3) Mia idiosincrasia personale: se due personaggi parlano senza fare nulla, il campo medio a riprenderli imbambolati a portare le battute mentre non sanno con ogni evidenza dove mettere le mani non è mai una buona soluzione. Meglio i primi piani o dei campi stretti.

In Lasciami Andare dunque l’unico aspetto davvero soprannaturale è il titolo premonitore: un consiglio da parte dello stesso film allo spettatore incauto. Un vero peccato.

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