The Brutalist di Brady Corbet – Vertigine di un monumento capovolto
In The Brutalist di Brady Cobet “non è il viaggio che conta ma la destinazione”: un ribaltamento anti-retorico che ben fa intuire l’impaziente foga di un film che corre arrogante e sognante attraverso la storia di un uomo che non esiste, per raccontare i mostri di un paese intero. Magniloquente, sontuoso, come nel rutilante piano sequenza dell’incipit, The Brutalist s’inaugura in un buio caotico e aggalla alla luce del sole, nel chiarore di un explicit enigmatico, in cui la finzione abita un documentario.

In fondo, il Laszlo Toth del magistrale Adrien Brody è pura finzione, non esiste, nonostante prenda il nome dall’operaio che, nel 1972, decise di vandalizzare la Pietà di Michelangelo: “iconoclasta” che nel film diventa visionario architetto inviso alle tradizioni e agli ordini, formatosi alla Bauhuaus ungherese prima che la guerra lo costringesse a emigrare negli States da un cugino, lasciando in patria la moglie Erzsebet (Felicity Jones, straordinaria) e l’enigmatica (e simbolicamente muta poi loquace) nipote Szofiae (Raffey Cassidy). Prima dimenticato e ai margini poi, dopo l’incontro con il mecenate Van Buren (Guy Pearce, inedito), finanziatissimo maestro incaricato di costruire un polo multi-uso mastodontico e avveniristico in onore della madre del ricco imprenditore.
Corbet attraversa la Storia seguendo il corpo usato, voluto e mortificato di uno “straniero”. Ma soprattutto giocando sull’asse tensivo di una sfida, un conflitto imperterrito, un’invidia amicale e velenosa, una gara di subordinazione e ricatti che esplode nel mistero di un rancore predatorio: la conflittualità tra Toth e Van Buren, vera folie a deux di Venezia 81: artista e committente, povero e magnate, talento e denaro, immigrato e nativo. Sono due poli del mito americano che qui si fa incubo, parabola pazzoide e narcisistica, in cui l’affermazione diventa tradimento di sé, intossicazione del vero e dell’originario.

Il movimento a spirale della macchina da presa vortica tra gli anni senza perdere mai il baricentro del suo tirannico protagonista, velocizzando la regia nei bassifondi degli inizi, ubriacandola coi fumi delle feste newyorchesi anni 50, estremizzandola al time-lapse degli archivi di un America funesta e senza pace, che sembra costruirsi da sola tra acciaio e cemento (mcguffin brutalista), per poi sedarla nei ralenti delle case aristocratiche, dei gesti garbati in mezzo alle argenterie, del piacere estetico-bulimico degli oggetti, fino alla rarefazione di un epilogo che, come tutto il film suggerisce, dissolve l’individuo nella sua tracotanza monetaria ed egotica, annulla l’uomo nel sogno presuntuoso di uno spazio da costruire per dominare il mondo.
In The Brutalist lo spazio annulla l’uomo, l’oggetto sopravvive muto alla biologia degli esseri viventi. Come i giovani protagonisti di Vox Lux e di L’infanzia di un capo, Laszlo Toth è predestinato ad ascendere in una parabola verso il successo, la scalata sociale, il riscatto. E anche questa volta, nel successo, la disgregazione dell’Io: la grandezza del costruire che mina l’intimità dell’uomo, la superficie di marmo, cemento, acciaio che supera il contatto con la pelle dell’altro. Nell’edificazione di una carriera e di un futuro da salvare, la trasformazione dell’identità, del sentimento originario di una patria, persino dell’amore, in oggetto.

Laszlo Toth accelera e precipita con la sua falsa biografia per immagini, in una corsa simultanea in cui l’ambizione di un architetto dimenticato e incompreso sembra fare eco a quella di un’opera tanto mastodontica da sembrare replica in pellicola dei visionari edifici progettati dal protagonista: girato in 70mm (quindi anche lui materico, toccabile), formato VistaVision, una lavorazione lunga anni, due cast diversi assoldati, una durata fiume di 3 ore e 35 più intervallo: il perno del film che si fa simbolico para-testo. Uno scavalcamento di campo e di storia che ci rigetta in una fruizione cinematografica antica e, mentre divide due capitoli diversi per ambientazioni e toni, fungendo da pausa, echeggia un’ideale forbice prima e dopo, tra liberatoria povertà e ricattatoria ricchezza, quindi tra classi sociali, tra la fuga di Laszlo e il suo paradossale ritorno a casa per allontanamento. È un cinema in purezza capace di testare i suoi limiti, un film in cui l’importanza formale di un linguaggio esplorato in una miriade di anfratti espressivi si riflette in una vicenda in cui la storia dell’arte, l’estasi creativa sembrano l’unica consolazione per l’essere umano.

The Brutalist è un film enorme, il migliore di Brady Corbet (che ancora una volta sceneggia con la compagna regista Mona Fastvold), che conferma come il suo talento sia solo “suo”, riscattandolo dai paragoni coi grandi mostri sacri (tra i tanti, Kubrick e P.T. Anderson), attestando una cifra corbetiana che scova il male dentro il progresso di individuo e Storia, il sorriso sinistro e mortifero del successo, la morte insita nell’ambizione, uno sguardo ombroso, anti-patriottico al buio dell’Io. L’immagine degli Stati Uniti si deforma, condannata a ribaltarsi in una Statua della Libertà al contrario: opera, come il film, tetra e magnifica, liberatoria e minacciosa: oggetto ed edificio dal volto umano. Tra carne e pietra, un film pazzo e bellissimo, che fa tremare le fondamenta, un’opera più nera del buio, eppure spaventosamente accecante perché sempre rivolta a guardare verso l’alto.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.
[…] – LEONE D’ARGENTO – PREMIO PER LA MIGLIOR REGIA: Brady Corbet, per The Brutalist […]
[…] ragazzo toscano, riferendosi ad Adrien Brody in The Brutalist, sull’autobus linea A, fermo in attesa di […]
[…] imprevedibile, con i premi divisi tra l’epopea di un architetto in cerca di una rivincita (The Brutalist), una sex worker vittima di false speranze (Anora), un bizzarro musical sulla leader di un cartello […]
[…] collaborazione di scrittura in coppia con il compagno Brady Corbet – dopo l’ultima con The Brutalist – la regista norvegese crea a sua volta un grande poema epico in pellicola che non vuole […]
[…] Mentre László Toth costruisce, Brady Corbet smonta. Capovolge la statua della libertà, la retorica del mito americano, della storia d’emancipazione, dell’uso della teca, del racconto biografico. È un falso biopic, l’omaggio iconoclasta a un artista mai esistito, monumento al trauma imponente come le sue architetture (216‘, VistaVision). La sua maestosità poteva irrigidirlo, ma prevale il filo emotivo della follia a due tra Toth e Van Buren, in cui il rapporto predatorio tra USA e mondo si riassume nell’amore velenoso tra artista e mecenate. Matteo Bonfiglioli | Leggi l’articolo completo […]