Maria, di Pablo Larraín – Il canto umano | Venezia 81
Nel confine tra salute e follia, tra vita e morte, appare la magnetica Maria Callas ritratta in Maria di Pablo Larraín che torna al biopic, dopo i ritratti di Jackie Kennedy e quello di Diana Spencer. In realtà, quello del genere biografico è un pretesto, un contenitore museale e storico, teatro di fantasmi e mitologie del secondo Novecento, in perenne bilico tra la potenza iconica di corpi mediatizzati e la fragilità fisica, reale che vacilla dietro l’immagine.
La Diana di Kristen Stewart versava nel conflitto perenne tra un’immagine pubblica predata dai paparazzi, impostata in rigidi abiti e norme regali e un corpo auto-sabotato, sempre più magro, da pesare per certificarne l’esistenza, la non sparizione sotto il peso della sua figura storica. La conflittualità di Maria invece, colta nella sua ultima settimana di vita, risiede tutta nella fisicità nascosta delle corde vocali: immortali nei milioni di dischi in giro per il mondo, spezzate e stridenti in un crepuscolo artistico che si affanna in un viaggio a ritroso nel passato.

La ricerca di una voce antica, di un “canto umano”, creativo e quindi identitario, si fa viaggio a ritroso composto di flashback. Gli episodi del passato, in elegante bianco e nero, sono la cifra più divulgativa, conforme dell’opera, che riassume nella mente incerta della protagonista una vita intera. Spettri che escono dalla rigidità del flashback e arrivano ad abitare la casa parigina di Callas nel 1977, anno della morte: l’ex compagno Onassis, scomparso da anni, le fa visita ogni notte, un giovane giornalista la intervista per realizzare un film su di lei, Parigi diventa palcoscenico, teatro d’opera.
La benedizione del successo, colto dalla prospettiva crepuscolare di una fine, si trasforma in intossicazione, in bilico tra narcisismo e allucinazione, restituita dalle più disparate modalità di ripresa: dai solenni campi lunghi domestici alla vitalità della camera a mano in pellicola, che rende la finzione una teca, la messa in scena un documento. Se nella filmografia di Larraín la Storia passata riesce a ri-elaborarsi nel potere immaginifico, demiurgico del cinema, nella mente di Maria Callas i fasti rivivono tragicamente, attestando la loro natura allucinatoria, irreale, “cinematografica”, per sempre, lontana, assente, perduta.
Orfano di catarsi, lo spettatore segue l’epilogo spaesato e fiero di una musa del passato, nel momento stesso in cui il passato torna a rapirla. È, ancora una volta, un’anti-biografia, perché sceneggia la mente di un’icona nella sua sofferenza. Ma è anche il biopic più istituzionale di Larraín, perché inizia da una fine certa e inevitabile, perché rinuncia alle ucronie critiche e riflessive di Spencer e El Conde, e torna, devotissimo, a chiamare per nome la sua protagonista, come in Jackie, qui clamoroso corto-circuito e rivale fuori scena.

Decisa nell’illusa speranza di sopravvivere al dolore del ricordo, rivivendo l’allucinazione del passato, Maria sbatte contro i bordi della realtà, della modernità, del suo corpo imbottito di farmaci, di note acute e stonate, della tutela commovente della sua piccola “corte” privata e iper-protettiva: due cani, una domestica, un maggiordomo. Tutori e adulatori al contempo, tutti preoccupatissimi. La relazione genitoriale tra una diva bambina e i soppesati personaggi di Pierfrancesco Favino e Alba Rohrwacher, vero fulcro del film, snatura l’indole solitamente analitica, a volte iconoclasta di Larraín nella sua opera più dolce, commovente, rammaricata.
Non solo quindi un dramma biografico e impetuosamente musicale, non solo un nuovo capitolo del grande mosaico di ritratti che Larraín sembra voler comporre per mettere in dubbio e questionare come gli esseri umani (si) raccontano la loro Storia, ma soprattutto un accorato requiem, un omaggio intimo e insieme monumentale, sorretto dalla migliore interpretazione della carriera di un’altra diva che sembrava sul punto di essere dimenticata dalla sua arte: Angelina Jolie.
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