Father Mother Sister Brother – La famiglia come luogo dell’incomunicabilità | Venezia 82
Jim Jarmusch torna al Mostra del Cinema di Venezia con Father Mother Sister Brother, un film che sin dalla soglia liminare confessa la sua natura di indagine dei rapporti famigliari.
Si tratta di un film antologico con tre episodi della durata di circa quaranta minuti l’uno, ambientati rispettivamente in America, a Dublino e a Parigi. Nel primo vediamo due figli che vanno a visitare l’isolato e strambo padre (il diabolico Tom Waits); nel secondo avviene la stessa dinamica ma in Irlanda e al femminile: due sorelle (Vicky Krieps, che interpreta il solito personaggio fuori dalle righe, e Cate Blanchett che dà ancora prova della sua versatilità incarnando una donna timida e riservata dai capelli corti a caschetto) visitano la madre (Charlotte Rampling) per l’annuale tè pomeridiano insieme. Infine, nel terzo e ultimo episodio due gemelli, dopo la morte accidentale dei genitori, ritornano nella casa vuota del padre e della madre, rivivendo insieme ricordi e memorie.

Jarmusch torna a parlare della classe medio-borghese e lo fa scegliendo la forma del kammerspiel, o dramma da camera che dir si voglia. Lo fa tornando a utilizzare una fotografia luminosa e un rigore compositivo quasi estremo nella costruzione delle scene, tanto da sfiorare l’estetica di Wes Anderson in alcune inquadrature – è evidente il contributo di Anthony Vaccarello di Yves Saint-Laurent come artistic creator, a noi già noto per Parthenope. Non cambia, invece, il solito ritmo d’indagine della natura umana proposto da Jarmusch fin dagli esordi: lento, dilatato, profondamente meditativo.
I tre episodi, oltre al tema di fondo, si tengono insieme da numerosi rimandi: il rolex, brindare con l’acqua o con il tè (si può fare? Ce lo chiediamo anche noi), il colore rosso degli abiti e il riferimento a una cosiddetta nowheresland (terra di nessuno) dell’animo. Se l’ultimo episodio sembra quello più autonomo (e meno riuscito), i primi due condividono anche una struttura drammaturgica pressoché identica.
Cambiano le figure genitoriali (prima un padre, poi una madre), le relazioni fra i vari componenti delle famiglie e i contesti socioculturali, ma permane una forte ed evidente incomunicabilità tra i genitori e i figli. Le conversazioni stentano, languiscono, muoiono dopo poche battute e vengono inframmezzate da equivoci e silenzi d’imbarazzo.
Gli argomenti, per di più, non entrano mai in profondità, ma rimangono a una superficialità formale che denota un legame che, se non spezzato, si è sicuramente allentato e ha portato a un raffreddamento delle normali dinamiche famigliari. Laddove il rapporto tra le parti pare essere rimasto vivo e sincero – ovvero nel terzo episodio –, le figure genitoriali sono assenti e quindi l’impossibilità di stabilire una comunicazione è comunque imposta dalle circostanze esterne. A questo proposito non è casuale che durante i titoli di coda ci sia la bellissima These Days di Jackson Browne dove risuonano le parole «I don’t do that much talking», ovvero «non sono uno che parla molto».

I dialoghi – alcuni dei quali anche tinti di ironia – risultano essere dei vuoti involucri di un rapporto che si è congelato e sembra ormai essersi ridotto alla pura superficialità dell’abitudine. Genitori e figli non si riconoscono a tal punto da creare un equivoco dopo l’altro; un’incomprensione incarnata dal beffardo personaggio di Tom Waits.
Col suo sguardo ironico e compassionevole al tempo stesso, Jarmusch ci mostra come la famiglia della società contemporanea sia sempre di più un luogo di solitudini e disgregazioni. E ciò avviene a qualsiasi latitudine, sia in America che in Europa, senza alcuna distinzione. Dietro la luminosa freddezza della messinscena c’è tutta l’inconsistenza di questi legami appassiti, a differenza dell’oscurità pervasiva e avvolgente in cui vivevano con passione e intensità i vampiri di Solo gli amanti sopravvivono.
A volte la sceneggiatura gira a vuoto e gli episodi dimostrano una intensità decrescente, ma basta il primo perché ci venga mostrata brutalmente una considerevole parte della nostra realtà che ci porta a essere sempre più soli e incupiti. Tuttavia Jarmusch non è un pessimista, e allora non abbiamo dubbi che il suo film voglia metterci in guardia e farci tornare a essere dei vampiri buoni alla ricerca dei rapporti umani.
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