Queer – Storie di fantasmi e dipendenze | Venezia 81
Nell’uso della parola Queer come titolo del secondo romanzo di William S. Burroughs, secondo Oliver Harris, occupatosi dell’introduzione all’edizione per il venticinquennale, convivono tre significati e usi: “Queer” come nome indica l’omosessualità da un lato con scherno e dell’altro con profondo orgoglio, come aggettivo rappresenta la stranezza, mentre come verbo è il punzecchiamento, l’arte dell’infastidimento. Tutte e tre le interpretazioni sono valide e fondamentali, tre punti di vista su un’opera difficile da discernere nonostante la sua apparente esilità (160 pagine nelle edizioni più generose).
Spesso risulta semplice dire di scindere l’arte dal proprio autore, una frase fatta per allontanare i sensi di colpa nella fruizione, con Queer tuttavia è particolarmente impossibile, anche perché Burroughs e il suo protagonista William Lee, già apparso in Junky, sono perfettamente sovrapponibili, figure disintegrate dai propri fantasmi (proprio negli anni della scrittura del romanzo, l’autore uccise la moglie con un colpo di pistola, un evento che secondo gli studiosi cambiò radicalmente Queer) in cerca di nuove dipendenze capaci di colmare una voragine interiore.
Non stupisce che tra tutti gli autori contemporanei sia stato Luca Guadagnino in compagnia del suo ormai fidato sceneggiatore Justin Kuritzkes (già dietro Challengers) a scegliere di adattare Queer, visto che tutta l’opera del regista italiano appare come una figlia illegittima ma dalla natura più composta dell’opera di Burroughs: luoghi sospesi nel tempo, un’inclinazione particolare alla narrazione della perversione senza mai esplorarla esplicitamente, gli effetti di un amore finito o non corrisposto e la potenza del desiderio.

Il risultato, presentato a Venezia in Concorso Ufficiale all’81° Mostra internazionale d’arte cinematografica, è un’opera che rispetta maniacalmente il testo di Burroughs, fatta eccezione per un trattamento diverso riservato al suo protagonista. Definito dai gentili come uno dei personaggi più odiosi della letteratura, Lee è erratico, arrogante, sempre disposto a negare la sua natura queer per beneficio personale. Negli occhi di Guadagnino e nella penna di Kuritzkes, i suoi atteggiamenti perversi, arroganti e feroci sono addomesticati, più digeribili per il grande pubblico e sul finale diventano oggetto di un esorcismo narrativo che dimentica la linea di confine tra il Burroughs-reale e il Burroughs-personaggio.
La base di Queer nella sua versione cinematografica rimane la medesima: sul finire degli anni Cinquanta, l’americano William Lee (Daniel Craig) gira per Città del Messico, cercando la compagnia di diversi uomini quando incontra Eugene Allerton (Drew Starkey), un giovane studente, con cui l’uomo prova a intraprendere una strana relazione. Sarebbe sbagliato parlarne nei termini di una storia d’amore, ma sarebbe altrettanto errato escludere completamente l’amore dall’equazione. Per Lee si tratta di un tentativo maniacale di sostituire le droghe – una dipendenza che anche lo stesso Burroughs era riuscito a superare al momento della scrittura – mentre per Allerton è un modo per scoprire il mondo e scoprire se stesso.

Essendo Queer un romanzo già in partenza parzialmente incompleto, Guadagnino e Kuritzkes immaginano un terzo atto che prende spunto dall’incontro tra i protagonisti e la Dottoressa Cotter (Lesley Manville), una strana donna custode dell’ayahuasca, una pianta che rappresenta per Lee una vera e propria fonte di ossessione. Nel film questo capitolo diventa l’occasione per Guadagnino di tornare alle atmosfere angoscianti di Suspiria, anche se lo shift nel tono del film risulta troppo brusco per essere coerente col resto della narrazione.
Per essere una storia ambientata in Messico, Guadagnino come Burroughs prima di lui si dimostra totalmente disinteressato al contatto con la cultura del posto, che qui viene ricreato in forma artificiosa, sognatrice e surrealista negli studi di Cinecittà. È un posto onirico, dove le preoccupazioni della vita quotidiana non esistono e i personaggi si occupano solo dell’amore e dell’alcol.
Con scelte musicali fortemente anacronistiche (Nirvana e Verdena, giusto per citarne due) e una stridente ricerca del virtuosismo stilistico, Queer rispetta l’opera di Burroughs in modo quasi religioso e al tempo stesso la plasma fino a renderla un tentativo di autofiction. Più che avvicinarsi al libro, qui è Guadagnino a prendere il libro e ad adattarlo ai suoi stilemi, spogliandolo quasi del tutto della sua innata provocazione (anche perché dopotutto i tempi sono profondamente cambiati). Il Queer di Guadagnino è per lo più un’asettica storia di fantasmi e di desiderio che pecca di autenticità, non solo nella creazione del mondo che circonda Eugene e Lee, ma anche negli stessi sentimenti dei personaggi.
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