El Jockey – Le reincarnazioni di un fantino | Venezia 81
Si dice che il peso dell’anima sia 21 grammi… No, non è l’anniversario del grande film del 2003 di Alejandro González Iñárritu, ma la recensione di El Jockey, il nuovo film di Luis Ortega, a distanza di sei anni da El Angel che aveva ben figurato a Cannes.
Remo Manfredini (un camaleontico Nahuel Pérez Biscayart) è un fantino di grande successo sul viale del tramonto: fumo, droga, alcool e, in generale, una divorante tendenza all’autodistruzione. Il boss Sirena fa di tutto per rimetterlo in sesto e per non ammettere che la fidanzata di Manfredini, Abril (Úrsula Corberó), sia ormai migliore di lui. All’ultima grande occasione per vincere e riscattarsi, Manfredini guarda l’abisso e ci sprofonda dentro facendo un incidente mortale. O così avrebbe dovuto essere: in realtà l’ex campione delle corse è ancora in vita, esce furtivamente dall’ospedale vestito da donna e qui inizia il primo capovolgimento del film.
Ce ne sarà poi un altro, in modo che alla fine la pellicola risulta composta da tre porzioni da circa trenta minuti l’una in cui sembra di assistere a tre produzioni diverse per svolgimento narrativo e, soprattutto, stile registico. Se la prima parte pare essere, appunto, il racconto della caduta rovinosa di un fantino apatico descritta con un realismo intenso e arricchita da momenti d’ironia, la successiva è il racconto di una transizione di genere in cui il protagonista prende confidenza con il suo nuovo corpo e la sua nuova sensibilità di donna. Tuttavia, quando la storia pare aver preso una direzione precisa, tutto viene stravolto nuovamente, con Remo che continua a muoversi sulla scena in cerca della sua identità, tra travestimenti e nuove metamorfosi.

Il film di Luis Ortega intriga e cattura l’attenzione fin dalle prime inquadrature, poi stravolge le possibilità narrative, le deforma e insegue una storia che è ben più complessa, sfuggente e contorta rispetto a quella, già nota – qualcuno potrebbe dire, addirittura, di averla vista al Festival pochi minuti prima nella medesima sala, visto che Maria di Pablo Larraín racconta, appunto, gli ultimi giorni della caduta di una dea come Maria Callas –, di un fuoriclasse che va incontro al decadimento fisico e professionale.
El Jockey è un film che tiene in alta considerazione lo spettatore e lo sfida ripetutamente; lo spettatore, d’altro canto, si lascia condurre dall’universo imprevedibile di Ortega, sentendosi a volte spaesato, ma sempre incuriosito a visitare qualche nuovo meandro di una storia che sembra uscita da una qualche raccolta di racconti di Borges – del resto, in letteratura come nel cinema, c’è una antichissima tradizione sudamericana che sa sapientemente unire un realismo intenso a delle situazioni fantastiche che spesso sfociano in un gioco dell’assurdo che suscita ironia. Così come borgesiano sembra il protagonista, a partire dalla caratterizzazione fisiognomica: un volto asimmetrico con un occhio più grande dell’altro, perso nel vuoto e con lineamenti femminei che si prestano alla trasformazione e a una continua metamorfosi.

Proprio questo diventa, infine, la pellicola: il passaggio da un corpo all’altro di un’anima che sta cercando la reincarnazione migliore. Proprio la reincarnazione, infatti, sembra il nucleo tematico che tiene le fila di tutta la vicenda del fantino Remo Manfredini. Abril, prima dell’ultima gara, gli aveva detto che per potere amare davvero lei e la bambina che aspetta in grembo avrebbe dovuto morire e poi rinascere. Forse, allora, quell’incidente è stato davvero mortale e di Remo non resta in vita che un’anima che chiede di essere purificata e di trovare un nuovo corpo per poter ricominciare.
Ortega dimostra una maturità registica sempre maggiore per l’originalità della visione proposta e per la capacità di assemblare i pezzi di una storia proteiforme che, oltre all’ispirata e feconda regia, spicca per l’utilizzo delle musiche e di una fotografia d’impatto.
El Jockey – con un calembour linguistico che funziona solo in italiano – gioca (sic!) con i generi, si diverte a prendere e lasciare lo spettatore, a conquistarlo per poi lasciarlo nuovamente senza punti di riferimento, e infine gli offre una possibile soluzione che è tanto assurda quanto dolcissima.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.