The Shrouds – Cronenberg, Derrida e l’arte di evocare i fantasmi | Cannes 77
Presentato al Festival di Cannes in concorso, dove è stato accolto con recensioni piuttosto tiepide, e proiettato per la prima volta in Italia nell’ambito della rassegna Cannes a Roma, The Shrouds è il nuovo film di David Cronenberg, suo ventitreesimo lungometraggio interpretato da Vincent Cassel, Guy Pearce e Diane Kruger. Tuttora privo di una distribuzione americana, è da oggi sale italiane da Europictures nei prossimi mesi. Seppur molto più classico e stereotipato rispetto al precedente, e magniloquente Crimes of the Future, presentato a Cannes nel 2022, anche The Shrouds ha una notevole pregnanza tematica e archetipica. Con i suoi innegabili limiti, ma forte di un potente connubio tra fantascienza e morte, The Shrouds resta una visione significativa non solo per gli aficionados del grande regista canadese, ma per chiunque apprezzi quelle forme di cinema di genere che tentano una riflessione trasfigurata sul nostro tempo.

Ispirato, a quanto detto dal diretto interessato già al momento dell’annuncio della realizzazione del film, dopo la scomparsa della moglie nel 2017, dopo quasi quarant’anni anni di matrimonio, The Shrouds è incentrato su Karsh, un importante uomo d’affari sulla cinquantina che, dopo aver perso la moglie per un cancro, inventa – e commercializza – una rivoluzionaria tecnologia che, garantendo privacy assoluta, permette ai famigliari di un defunto di monitorarne la decomposizione nella bara, continuando ad osservare il corpo anni dopo il decesso. Mentre Karsh fa qualche timido tentativo di andare oltre e conoscere nuove donne dopo Terry, un misterioso atto vandalico porta alla profanazione di diverse tombe della Grave Tech: indagando sull’accaduto, Karsh resterà incastrato in un turbine di non-detti e paranoie che coinvolge la sua ex-cognata Betty, l’ex-marito di lei Maury, e la moglie, quasi vedova, di un magnate rumeno dalle dubbie affiliazioni politiche.
Se la prima parte di The Shrouds si muove tra il metafisico e l’accattivante, espandendo al massimo il livello degli interrogativi che un thriller può suscitare allo spettatore, nella seconda parte la qualità del film un po’ si perde, le ossessioni dei protagonisti si intrecciano tra loro fino a creare l’imitazione un po’ pallida di Philip Dick e il finale risulta sì sorprendente, ma ancor di più insoddisfacente. Proprio nella sua forte imperfezione però The Shrouds lascia grandi appigli per un discorso composito sul cinema, la mortalità e le immagini, con intuizioni e audacie narrative che forse nessun regista meglio di Cronenberg avrebbe potuto formulare.

Tutto The Shrouds in fondo si regge su un’idea, che a parte una vaga eco dei primi capitoli di Ubik non ha precedenti nella storia della fantascienza, i “sudari” o le “sindoni” ipertecnologiche del titolo. Il dispositivo narrativo delle sindoni è straordinario perché a tutti gli effetti ribalta la tendenza – del nostro tempo e della nostra società – a rimuovere del tutto la morte dal dibattito e dallo stesso spazio pubblico. Dovendo obbedire alla necessità di creare un outer world – sulla base di un meccanismo di storytelling che alcuni fanno risalire alla Storia vera di Luciano di Samostata del III secolo d.C., ma che potrebbe tranquillamente essere ricondotto anche all’aristofanea Città delle donne del V secolo a.C. – la fantascienza spesso e volentieri ha rovesciato e ribaltato di senso tendenze del mondo contemporaneo, ed esempi in questa direzione potrebbero andare dal divieto di lettura e di possesso di libri raccontato da Ray Bradbury in Fahrenheit 451, trasposto in film da François Truffaut, fino alla critica distopica al consumismo tratteggiata in Essi vivono di John Carpenter. Questo ribaltamento, che è alla base della concezione narrativa anche del nuovo film di Cronenberg, in The Shrouds ha un sapore tutt’altro che parodistico e, al netto del tono lugubre che permea il film tutto, incarna bene un’altra tendenza profonda del nostro tempo, l’ossessione per la visibilità, nel senso più ampio del termine.
Senza dover per forza scomodare il Panopticon di Jeremy Bentham e Michel Foucault, la visibilità è uno dei grandi imperativi dei nostri giorni, costantemente ripetuto dai social network, Instagram e TikTok in primis, costantemente invocato anche nel dibattito pubblico, politico o sociale che sia, dove il fenomeno tanto celebrato dei coming out obbedisce a una logica in fondo non dissimile da quella che vuole la fedina penale, sentimentale e sessuale di ogni personaggio pubblico sbandierata ai quattro venti, comprensiva di dubbi, illazioni e procedimenti ancora in corso. Il Karsh di Vincent Cassel in The Shrouds è a tutti gli effetti l’anti-Orfeo: l’eroe greco, un cantore, perdeva la possibilità di far riemergere l’amata Euridice dagli inferi per un solo sguardo, per un fugace istante di tentazione in cui i suoi occhi si erano posati sull’irraggiungibile corpo dell’amata; Karsh invece, puro businessman, ha costantemente sotto gli occhi il corpo ormai ischeletrito della moglie, ma la violazione continuativa di questo tabù, anzi la sua fine, non lo illude in alcun modo di poter salvare o resuscitare la donna, e anzi la ricerca della verità sulla sua morte, a partire da una misteriosa macchia rinvenuta sullo scheletro, porterà anche lui quasi a soccombere. Forse un particolare accomuna Orfeo e Karsh: con la fondazione di Grave Tech, Karsh dimostra a sé stesso e al mondo di saper lucrare anche sulla sua ferita più grande, non diversamente da Orfeo che sul brivido di un istante, e sul rimorso senza fine di aver potuto scorgere Euridice solo un attimo prima che l’Ade la richiamasse a sé, seppe tessere i suoi più bei canti.

Indagando così a fondo sulla morte, David Cronenberg scavalca gran parte della fantascienza degli ultimi decenni, spesso così protesa verso il futuro da ignorare o relativizzare il limite ultimo della “condizione umana”, la Grande Mietitrice, e si riconnette direttamente al fondamento della letteratura di genere tutta, il Frankenstein di Mary Shelley. Ma se nel 1818, in pieno Romanticismo, con lord Byron, Percy Shelley e Polidori che scrivevano nelle stesse stanze, la giovanissima Mary immaginava la vicenda faustiana di uno scienziato che si protendeva a lottare contro la morte – compito della letteratura tutta, a detta di Elias Cannetti -, nel rassegnato se non disilluso 2024 Cronenberg racconta la storia di un uomo che lotta, tutt’al più, contro il concetto e la funzione tradizionale della bara, quella di tracciare una separazione, non solo medica ma anche sociale e simbolica, tra i vivi e i morti. In un mondo senza più funerali quale è non solo quello immaginato da Cronenberg, ma anche il nostro, l’accettazione del lutto è abrogata, e a poco a poco si scardinano a ruota anche gli altri dispositivi sociali un tempo utilizzati per contrassegnare la frontiera tra il mondo dei vivi e la città dei morti.
Ma The Shrouds non è solo il racconto della mancata accettazione di un lutto, o della morte in quanto tale: scomparsa la religione, fatto salvo il riferimento alle origini ebraiche della defunta, i sudari della Grave Tech testimoniano di un mondo in cui la tecnologia divelte il tabù plurimillenario del corpo decomposto, mantenendo sì uno schermo di proiezione che è anche di protezione dalla negatività sanitaria e simbolica incarnata dal cadavere, ma arrivando anche, in un immancabile update del software, a permettere all’utente di zoomare e di ruotare il corpo in ogni direzione. Siamo chiaramente ben al di là dell’umano: se le civiltà tradizionali a ogni decesso dispiegavano tutto quell’insieme di riti funebri, di pratiche funerarie e di pianti rituali ben descritte dall’antropologo Ernesto de Martino in una delle sue opere maggiori, il mondo di The Shrouds il rapporto tra un uomo vivo e la moglie morta si gioca su un’interazione terribilmente univoca, che si consuma non nella memoria bensì ancora su uno schermo, dove la diretta a 360° di un cadavere inventa un genere a metà strada tra il porno e il videogame.

In una certa misura, The Shrouds porge una risposta grottesca e quantomai materialista al grande interrogativo ancora metafisico di Charles Baudelaire, che chiedeva “a tutti gli uomini che pensano / di indicare cosa ancora sussiste della vita”. Baudelaire era stato, nella letteratura occidentale, uno dei primissimi scrittori a interrogarsi sulle conseguenze della modernità, sul contrapprezzo della secolarizzazione e su quel senso di sradicamento, prima ancora che di vacuità dei valori, che tuttora sembra rappresentare uno dei leit motiv dei nostri giorni: Cronenberg, dal canto suo, e forte di un’ormai cinquantennale frequentazione e innovazione dell’immaginario della fantascienza e del body horror, dipinge l’essenza necrofila del nostro tempo, in un film dove l’incapacità di accettare la morte fa tutt’uno con l’incapacità di immaginare il futuro in una forma diversa da un business plan, e l’incapacità di costruirsi un’identità e anche un rapporto di coppia in una logica che vada al di là della mera componente sessuale.
The Shrouds ha l’ulteriore pregio di portarci a riflettere direttamente sull’essenza del cinema, e sul suo segreto legame con la morte. La constatazione, per noi banale, che il cinema nel giro di pochi decenni dalla sua introduzione avrebbe fatto sì che attori morti e sepolti avrebbero continuato ad agire, a reagire e a parlare a beneficio di platee future colpì molto Franz Kafka, Siegfried Kracauer e ancor di più il filosofo tedesco Walter Benjamin – e a modo suo anche Kenneth Anger, per fare un esempio più recente. A una più meditata analisi questo carattere statuario, esorcistico ed apotropaico del cinema si connette profondamente con lo sfuggente concetto di spettralità, di cui il massimo interprete fu, sul finire del secolo scorso, il filosofo francese Jacques Derrida.

È proprio a Derrida che si deve una delle definizioni più belle mai proposte sul cinema – “il cinema è l’arte di evocare gli spettri” – come disse, un po’ apoditticamente, in un film sperimentale del 1983, Ghost Dance di Ken McMullen. Qualche anno dopo, in un’intervista pubblicata dai Cahiers du Cinéma, il filosofo argomentò che “l’esperienza cinematografica appartiene di diritto alla spettralità, e a tutto ciò che è stato detto sullo spettro dalla psicoanalisi”. E se è vero che “psicoanalisi e cinema sono praticamente contemporanei”, essendo nata l’una nel 1899 con l’Interpretazione dei sogni di Freud e l’altro nel 1895 con le prime proiezioni dei fratelli Lumière nei caffè parigini, e che “numerosi fenomeni connessi alla proiezione, alla spettacolarità [delle immagini di un film] e alla loro percezione hanno un equivalente psicoanalitico”, “anche la visione e la percezione di un dettaglio [al cinema] sono in un’espressione diretta con il metodo psicoanalitico. L’ingrandimento non solo allarga [l’inquadratura]; il dettaglio dà accesso a un’altra scena, una scena altra”. Questo ruolo al tempo stesso perturbante e rivelatorio del dettaglio, dello zooming venne straordinariamente incarnato, nella chiave di un ritorno del rimosso fotografico, da Blow-Up di Michelangelo Antonioni, inaugurando uno schema narrativo giocato tutto sull’iterabilità e la scomponibilità delle immagini e dei suoni registrati che venne replicato da La conversazione di Francis Ford Coppola e Profondo Rosso di Dario Argento, fra gli altri; ma anche in The Shrouds di Cronenberg una delle principali svolte narrative si verifica allorché Karsh ingrandisce la diretta della decomposizione del cadavere della moglie scoprendo una misteriosa macchia sulle ossa un tempo afflitte da tumore.

“Si va al cinema per essere analizzati, lasciando che tutti i fantasmi appaiano e parlino. Vai lì per farti infestare dai fantasmi sullo schermo”, affermava ancora Derrida nell’intervista coi Cahiers. The Shrouds di Cronenberg, col suo dispositivo che consente di scrutare i corpi dei morti, non esplora unicamente la componente erotica e sensuale del cinema, quel voyeurismo di cui La finestra sul cortile di Hitchcock resterà apoteosi imperdibile e eta-, ma, su un piano più profondo, la sua natura spettrale. E se la “sostituzione” tra la moglie defunta e la sua nevrotica quanto avvenente sorella apre ulteriori squarci verso una dimensione più antropologico-sacrificale, The Shrouds mette a nudo l’essenza profonda del cinema, ben coagulata appunto nel termine francese fantôme, in cui la componente funeraria è accompagnata da un retrogusto erotico. Questa grandissima pregnanza culturale e teoretica rende paradossalmente The Shrouds uno dei film meno riusciti dell’ultimo Cronenberg: ma se come film non è il massimo che uno spettatore si possa aspettare, come cinema e auto-riflessione su di esso è un’opera veramente notevole, quale solo la maturità di un regista del calibro di Cronenberg può permettersi di dare al pubblico.
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