Il Dottor Stranamore, ovvero come ho imparato a immaginare la fine del mondo
La grande cifra stilistica del cinema di Stanley Kubrick, quello che lo rende ancora oggi inarrivabile e continua a farne un modello a cui tendere e da studiare, è soprattutto la sua capacità di coniugare due grandi paradigmi della storia del cinema, il classicismo e la modernità. Da una parte i suoi film sono opere in cui lo spettatore si smarrisce volentieri, attratto come una falena dalla tenuta narrativa e dal desiderio di smarrirsi nelle immagini; dall’altro, questo cinema apparentemente così invitante è tramato di segreti, esibisce continuamente la propria conoscenza della storia delle immagini e si presenta anche come un esercizio metariflessivo sul mestiere del regista come arte creativa. Gli esempi sono ovviamente numerosi, ma forse non è un caso che queste due ‘anime’ arrivino a collidere proprio in quell’ultimo Eyes Wide Shut che è al contempo la summa dello stile narrativo e l’inesorabile conferma dell’esistenza di una logica ‘altra’ che governa le immagini.

Lo stesso principio è in qualche modo all’opera anche ne Il Dottor Stranamore, film-simbolo di Kubrick che, nel pieno della Guerra Fredda, si distingue per la capacità clinica di diagnosticare la modernità e la follia di un conflitto di tipo nuovo, giocato su una dinamica di pesi e influenze il cui esito è quello di smaterializzare – almeno all’apparenza – la natura mortifera di ogni guerra. Cadute le bombe su Hiroshima e Nagasaki, il mondo si è trovato di fronte non soltanto ad un nuovo scenario geopolitico, ma – come ha osservato acutamente il filosofo Günther Anders – a dover fronteggiare la possibilità della propria sparizione. Vivere nell’epoca nucleare significa porsi, per la prima volta nella storia dell’uomo, una domanda sul ‘dopo’ che è capace di mettere in dubbio l’esistenza effettiva del domani. A fronte di tutte le rassicurazioni politiche, l’esistenza stessa delle armi nucleari impone di pensare al proprio annichilimento, come d’altronde già la fantascienza di quegli anni – ossessionata dall’idea della mutazione e del risveglio di antiche creature – precisava con lucidità.

Il Dottor Stranamore, rinunciando al registro figurativo dello sci-fi, si pone direttamente e immediatamente al cuore del problema: che succede quando un ufficiale dell’esercito, preda di un delirio che è soltanto la forma estrema di una paranoia diffusa, da l’ordine di attacco nucleare globale? Certo, la diplomazia ha tutto l’interesse ad intervenire, ma qualcosa può sempre andare storto, un singolo aereo può arrivare fino alla meta e innescare (letteralmente!) la fine del mondo. L’incidente scatenante alla base di questo film sembra proiettare immediatamente nel registro tragico (ed è proprio così che, in qualche modo, stanno le cose), ma una delle caratteristiche straordinarie del lavoro kubrichiano è proprio quello di adottare l’orizzonte della commedia (quando non del comico-grottesco, in alcuni punti) per sottolineare, con impietosa precisione, la follia dei suoi personaggi.

La dimensione del corpo è in effetti centrale in questo film, a partire dalla virtuosistica interpretazione plurima di Peter Sellers, che – in un vero e proprio gioco trasformistico – incarna tre dei ruoli fondamentali del film: l’ufficiale inglese Mandrake, il presidente Muffley e il dottor Stranamore. Questi tre individui, insieme agli altri (pochi) personaggi principali sono già la rappresentazione di un delirio schizoide che sembra aver colpito chiunque nel clima della guerra fredda. Il dottor Stranamore è un film di soli personaggi maschili, dove tanto il machismo fallocentrico (incarnato tanto dal generale Ripper quanto dal generale Turgidson, i cui nomi sono in questo senso già del tutto emblematici) quanto la morbidezza quasi femminea della diplomazia (si vedano i modi melliflui del presidente Muffley) risultano in ultima analisi ridicoli ed inefficaci. Nella follia paranoide di un conflitto che è psicologico ancor prima che materiale, l’assurda soluzione proposta sul finale dal dottor Stranamore (uomo incapace di controllare l’isterica emersione di un passato scritto proprio nel suo corpo) ricorda da vicino quelle dei film di fantascienza – la aveva in qualche modo anticipata anche La Jetée di Chris Marker, uscito solo due anni prima – e nel paradigma di un mondo incapace di pensare la propria fine diventa l’unica possibile per conservare uno status quo politico che non intende interrogarsi sulle ragioni del suo fallimento.

In un saggio di qualche anno fa intitolato Esiste un mondo a venire?, gli autori (Danowski e de Castro) si interrogavano sulla capacità del cinema di preconizzare, attraverso una serie di opere non classicamente associate all’apocalittica, l’immagine di un mondo che smette di esistere. In questo senso, Il dottor Stranamore è allora forse il primo film che – senza ricorrere agli schematismi di genere e interrogando da vicino le contraddizioni della propria epoca – pone lo spettatore di fronte all’idea (e alla visione) di un’esistenza che cessa, per proseguire sotto altre forme che soltanto con una generosità folle si potrebbero continuare a chiamare vita. E in questo, probabilmente, sta la ragione del suo parlarci ancora oggi, di fronte ad un mondo che sta rapidamente perdendo la sua leggibilità.
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