Challengers – L’erotismo e il sudore sulla pelle riscrivono l’estetica del tennis
«You don’t know what tennis is. It’s a relationship. We went somewhere really beautiful together»
Il tennis come relazione. Potrebbe un po’ suonare come uno dei tanti (bellissimi) spot di Rolex per i tornei del circuito Slam, ma si tratta invece di uno dei passaggi più significativi dell’ultimo lungometraggio di Luca Guadagnino, Challengers. Se da una parte nel tennis si vince rompendo l’equilibrio dello scambio, impedendo che l’avversario arrivi alla pallina, infilarla alle sue spalle, d’altra parte il suo fascino inequivocabile sta nell’intensità e nella durata dello scambio stesso, cioè a dire, appunto, della relazione. Nel suo perdurare, nel suo tendersi, tirarsi prima che si rompa. Come se l’uno e l’altro polo dello scambio fossero legati da un rapporto destinato a crescere secondo un paradigma cinestetico, per cui l’uno impara e cresce attraverso il movimento coprodotto dall’altro. E Guadagnino percorre questa via dispiegando il suo film lungo i tre set di una partita tennistica, la finale di un ATP Tour Challenger tra due atleti lontani dai rispettivi fasti e alla disperata ricerca di un ultimo rilancio prima della fine.
Art Donaldson (Mark Faist) ha vinto praticamente tutto, Master 1000 di ogni sorta, Roland Garros, Wimbledon, Australian Open, ed è a tanto così da compiere l’impresa titanica del Career Grand Slam (aggiungendo ai titoli suddetti un ultimo Slam, quello di casa, l’US Open). Patrick Zweig (Josh O’Connor), d’altro canto, è il prodigio mai applicato a una ferrea disciplina, arenatosi all’alba dei 30 anni a un ranking che non riflette minimamente il suo potenziale (come uno Shapovalov, per dire). L’uno insegue la leggenda, la grande chiusura del cerchio, l’altro si attacca a un tardivo vagito di rivalsa per liberarsi del rimpianto. Tra loro, spettatrice al centro della tribuna e dell’inquadratura, al centro dei due corpi in azione e al centro delle loro vite, del loro cuore, trova spazio Zendaya nei panni di Tashi Duncan, anch’ella prodigio tennistico stroncata però non dall’indisciplina ma da un infortunio, dal cui sguardo prende a srotolarsi una narrazione in tre tempi tra loro intrecciati che racconta di un rapporto dunque triadico di densa e irrisolta attrazione.

Tashi è protagonista, mistress e homewrecker, sfascia l’idillio della fratellanza tra Art e Patrick volgendo il suo fascino vertiginoso su entrambi. È lei, in buona sostanza, la pallina che rimbalza dall’uno all’altro e detta i ritmi della relazione. Diseguale, muscolare, strategica come un dropshot che rompe il ritmo delle bordate da fondo e, con buona pace di tutti, imprevedibilmente destinata all’una o all’altra parte del campo nell’urto contro il nastro. E se la triangolazione non può (quasi) mai esprimersi come interazione contemporanea tra i tre, ma funziona appunto secondo le medesime regole del tennis che costringono di volta in volta uno dei tre fuori dal campo, fuori dal quadro dell’immagine, la riduzione inevitabile ai due termini di un binomio (Tashi-Patrick, Tashi-Art, Art-Patrick) conduce Guadagnino in un territorio di cui conosce perfettamente le regole, le dinamiche, e in cui può esaltare il proprio estro con un piglio invero mai tanto pop come in Challengers. Che vuol dire anche (almeno per chi scrive) mai tanto potente, riuscito, confermando che sia in fondo questa la vera natura del nostro.
Basti pensare a quanto eccitano i primissimi piani dei volti bagnati e delle gocce di sudore che cadono in ralenti, poi quasi paralizzate in istantanee, quanto eccita la tensione scopica di Zendaya in una posa ora finalmente divistica e che sintatticamente, poeticamente fa il paio alla perfezione con la plasticità degli addomi e dei pettorali e della tensione bicipitale del duo O’Connor-Faist. Quasi a voler perseguire la più grande delle sintesi tecniche ed estetiche del cinema hollywoodiano. Ma c’è anche qualcosa di più e di nuovo che riguarda l’esposizione del tennis. Le piroette della macchina da presa che fluttua e si avvolge su sé stessa vestendo il punto di vista impossibile della pallina in volo, o quando la riceve quasi fosse un proiettile, come a schizzare fuori dall’immagine, o quand’è disposta in un contre-plongée di nuovo impossibile sotto i piedi dei due tennisti, apparentemente in azione su una piattaforma di vetro. Insomma, Guadagnino reinventa il tennis al cinema e lo dota di un’aura spettacolare che lo fisserà come paradigma rappresentativo del genere (pur non trattandosi propriamente di un film sportivo).

Le immagini sono elettriche, l’erotismo le bagna senza che il sesso venga mostrato, e Trent Reznor e Atticus Ross scrivono una colonna sonora estremamente bella e funzionale che in sinuosa adesione all’esaltazione scialitica dei corpi rovescia i campi da tennis in acide piste per techno addicted e le camere da letto in luoghi in cui sondare l’abisso, dal ménage à trois a un solleticante squarcio omosessuale. Art e Patrick si amano e si sfidano all’infinito nell’incastro tra l’abnegazione dell’uno e il genio sregolato dell’altro – versioni cinematografiche dell’americanissimo duo Maddy Fisher-Andy Roddick -, anche quando l’amore per il tennis si è da tempo consumato e non resta che andare avanti esausti per la manipolazione di Tashi. E allora, accanto alla qualità elettrica ed erogena delle immagini, c’è quella che fa brulicare il tormento e che stupisce per quanto amore riesca a dire e a far sentire. Portando davvero personaggi e spettatori «somewhere really beautiful together». Come il grande cinema sa fare.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.
[…] a scanso di equivoci: chi scrive è federeriano convinto e crede fermamente che lo svizzero sia il Tennis, ma l’agonismo vorace di Nadal e la freddezza robotica di Djokovic hanno permesso a questi due di […]
[…] stato Luca Guadagnino in compagnia del suo ormai fidato sceneggiatore Justin Kuritzkes (già dietro Challengers) a scegliere di adattare Queer, visto che tutta l’opera del regista italiano appare come una […]
[…] woke e cancel culture. Ciò non poteva non essere fonte di ispirazione per il regista di Suspiria e Challengers, perché la cultura woke si è sempre focalizzata, come movimento politico e culturale, sulle […]